Eleganza

Mauro Pianesi



"Una sera d’estate in un palazzo romano due amici che non si vedevano da molto tempo si ritrovarono e come animali guardarono i loro movimenti dentro le grandi stanze principesche. Entrambi sapevano che non occorreva parlare: uno era un pittore e l’altro un uomo volante per l’Italia. «Ciao Mario» disse l’uomo volante; ci fu un abbraccio frettoloso, poi si guardò intorno. Di là dalle grandi finestre aperte si vedeva il cielo non ancora buio, color pervinca, con qualche stella, un leggero vento entrava e il pittore si mosse qua e là come seguendo quel vento, in modo un po’ timido e un po’ no. Non sapevano cosa dire."

Inizia così "Eleganza", un racconto dei "Sillabari" di Goffredo Parise (uomo volante per i suoi reportage da un capo all’altro d’Italia e del mondo) dedicato al pittore Mario Schifano. I "Sillabari" sono due: il primo uscì nel 1971, l’altro nel 1982. Parise voleva dedicare un racconto ad ogni sentimento, ordinandoli alfabeticamente. Il progetto restò incompiuto: "Alla lettera S – spiegherà – i programmi, la poesia mi hanno abbandonato. La poesia va e viene, vive e muore. Quando vuole lei, non quando vogliamo noi, e non ha discendenti. Mi dispiace, ma è così". Come gli altri racconti del libro (cito a caso qualche incipit: "Un giorno, anni fa…"; "Un giorno di luglio ormai lontano…"; "Una sera di fine inverno…"; "Un giorno di primavera…"; "Una notte Piero, direttore di banca…") "Eleganza" inizia come una favola: un complemento di tempo indeterminato evoca d’improvviso, quasi per magia, una realtà fin troppo autobiografica. Con gli altri pezzi di "Sillabari" condivide il finale aperto. Del "realismo favoloso" di queste storie, Natalia Ginsburg ha scritto: "Ogni figura, luogo e circostanza appare di sorpresa balzando fuori a un tratto e come per caso dal disordine del mondo".

"«Schifano, che bel nome italiano» pensò l’uomo guardando l’amico che aveva due scarpini di capretto sul piede nudo e jeans a righe americane; ma forse a causa del colore del cielo e delle stelle tornò col pensiero a un grande quadro suo che aveva rivisto pochi giorni prima. Il soggetto del quadro era la scatola dei "baci" Perugina: un grande cielo blu tempestato di stelle e le silhouettes dei due amanti ottocento, abbracciati. Le stelle erano dipinte con uno smalto al fosforo e nell’oscurità mandavano luce come le lucciole. L’uomo che quella notte era molto triste, nervoso e non dormiva, vide il quadro nel buio (in una grande villa al mare, sotto la luna) fu confortato e placato dalle stelle e pensò al suo amico Schifano che le aveva dipinte per calmarlo; per questo ora si trovava lì, ma non avevano quasi niente da dirsi e un lieve imbarazzo girava nell’aria nonostante il sentimento dell’amicizia".

È sempre stato molto forte l’interesse verso le arti figurative dello scrittore vicentino, che a 17 anni dipingeva con stile già maturo e intenso; ma che, quando vide le opere di Chagall esposte alla Biennale di Venezia, comprese che il pittore che sognava di diventare esisteva già, e abbandonò i pennelli per la letteratura. Nella sua ultima casa a Ponte di Piave, Parise aveva trasferito mobili e quadri dalle sue precedenti abitazioni, tra cui un suo ritratto dipinto da Carlo Guarienti, un paesaggio di De Pisis, un disegno di Paul Klee, uno di Cy Twombly, alcuni olii di Giosetta Fioroni (sua compagna e collega pittrice di Schifano, all’inizio dei ’60, nella cosiddetta Scuola di Piazza del Popolo) e due grandi quadri di Mario Schifano. Oltre ad una copia di "Mademoiselle Pogany" di Brancusi collocata nel giardino, dove volle fossero interrate le sue ceneri (quest’anno ricorre il ventennale della scomparsa). Mi sembra che in questo "Eleganza" salti letteralmente agli occhi la familiarità di Parise con la figuratività, prenda forma di parole l’irrequietezza della pittura che aveva sperimentato da giovane. Personaggi e ambienti, quadri e ricordi, si specchiano l’uno nell’altro e mi sembra che continuino in questo gioco caleidoscopico anche dopo che il racconto è finito. Ma torniamo ad "Eleganza".

L’uomo volante e Schifano si trovano in una stanza dove tutto, salvo le travi del soffitto altissimo, è bianco. L’uomo guarda ogni cosa con attenzione, provando "un po’ di ingiusta nostalgia per il vecchio studio in Campo de’ Fiori, dove c’erano molti quadri e più gioventù nei denti e nei capelli neri di scimmia dell’amico". A questo punto, "dalle sale vicine", compare Nancy: l’uomo le stringe la mano, la guarda. "Era una donna timida, infantile, con una grande leggerezza interna che somigliava alla passione per le cose leggerissime e la faceva soffrire. Nancy vide subito negli occhi neri dell’uomo quello che aveva capito e cominciò da quel momento a muoversi e a parlare (Nancy era francese e parlava italiano come le francesi molto bene educate) in modo da non deluderlo mai". Mentre Schifano gli dice "Nancy è il grande amore della mia vita", a Parise pare di vederle sulle labbra un piccolissimo sorriso di dolore. La coppia gli racconta come si sono conosciuti, a una festa di ultimo dell’anno 1970: un coup de foudre, come si dice. Poi cenano, con insalata russa e insalata di frutta. Un po’ poco, per l’uomo volante, che avrebbe preferito un pranzo completo, "sanguinolento e abbondante".
Tornano in salotto, ma non parlano con facilità. "C’era tra di loro la distanza tra chi guarda e chi è guardato, un po’ come nei musei (…). Parlando, ma anche tacendo, l’uomo ricordò altri momenti del suo amico pittore. Lo ricordò più giovane, con capelli corti e scarpe da tennis, spostare danzando grandi quadri: rideva e dietro la sua figura e la sua risata di Aladino, si vedeva Campo de’ Fiori con le bancarelle, i fiori, le grasse donne romane. (…) Ricordò i quadri e la pittura di quei quadri che saltellava e volava sulla tela in grandi e piccolissime volute del braccio e delle dita, ricordò le civetterie di quegli ’a solo’ di smalto gocciolante, i ’duetti’ tra smalto e carboncino, l’aria e il vento di tutti i quadri che avevano sempre il cielo anche quando non c’era. Ricordò Mario in cappottino nero dentro una vecchissima Morris nera, lo vide dentro l’acqua del mare, magro , beduino, i capelli da scimmia, lo vide vanitoso, felice, imbroglione, triste come certi matadores in fotografie del 1930, perfido e furbissimo come tutti i grandi artisti ingenui, e naturalmente si commosse".

Parise, quando conobbe Schifano a metà anni ’60, lo descrisse come "un uomo di trent’anni, di tipo sommariamente mediterraneo, se non arabo. In riposo il suo corpo, alto circa un metro e settanta, del peso di cinquantacinque chili, visto da angolazioni e distanze diverse, rivela anzitutto un languore felino, innocente e attonito. Come un piccolo puma di cui non si sospetta la muscolatura e lo scatto". Tra i ritratti di Parise fatti da Schifano ce n’è uno tutt’occhi di velluto, labbra serrate e chioma aerea in un vortice di pennellate nervose su fondali di composito blu, listato di verde, d’azzurro e di viola; colpi furiosi di pennello, ghirigori e macchie a rilievo che fuoriescono dalla tela.

L’uomo volante d’improvviso tronca le sue fantasticherie: si alza in piedi e gli dice "Devi tagliarti i capelli, sono troppo lunghi". Schifano reagisce con una smorfietta di scontento, Nancy rispondendogli che quello, di solito, è compito suo. "Li tagli di più", le fa l’uomo. "Dopo la smorfietta, Mario sorrise con un’altra smorfietta come dire: ’Ti piaccio, eh?, piaccio a tutti’ e nel capire questo l’amico cascò ancora una volta in trappola e sorrise di quella furbizia ingenua. Parlarono (con Nancy, Mario telefonava o tentava di telefonare) della Francia, della Camargue. «Mario non dorme mai» disse Nancy quando l’uomo nominò l’insonnia, poi cessarono di parlare, si guardarono di quando in quando con piccoli sorrisi o cenni, tutti e tre: poi entrarono due tipi, un uomo e una donna e l’eleganza svanì velocissima nel cielo romano."








pubblicato da s.nelli nella rubrica libri il 8 giugno 2008