Libri contro

Andrea Amerio



Medhi Balhaij Kacem, trentottenne franco tunisino pressoché sconosciuto e inedito in Italia benché vanti una già lunga carriera alle spalle (giovanissimo, nel 1994 pubblicò il romanzo Cancro), ha scritto un genere di libro che, pur molto frequentato, non gode di uno status autonomo e riconosciuto neppure nella tollerante Repubblica dello Stato Libero di Saggistica: il “libro contro”.

I primi titoli che mi vengono in mente? Contro Shakespeare di Tolstoj, Contro Dante di Witold Gombrowicz, Antidannunziana di Lucini, le pagine su Goethe di Carl Einstein. In tempi un po’ più recenti, A che servono i filosofi di Jean-François Revel, contro Sartre e gli esistenzialisti (del 1958), Brecht e il soldato morto di Guy Scarpetta (1978), Stili dell’estremismo di Berardinelli, Ingrati Maestri di Onofri o il recente Le b.a. ba du Bernard-Henri Lévy. Enquete sur le plus grand intellectuel français, di Jade Lingaard e Xavier De La Porte (2004, nuova edizione aggiornata al 2011: Le nouveau BA-BA du BHL). Come in tutti i libri “di genere” (e sono “di genere” tutti i libri) anche qui ci sono classici, capolavori e puttanate. Arnobio di Sicca e Origine, il Contre Sainte-Beuve di Proust e i saggi di Moresco contro Calvino, Eroi di Carta di Dal Lago e il libro sui plagi di Galimberti.
Stroncare un “libro contro” è facile perché parte svantaggiato, povero lui: già di per sé parassitario, si presta a essere tacciato d’invidia e inutile maldicenza. In effetti l’unico “libro contro” davvero buono è quello nato da una rottura dolorosa e da una profonda sofferenza etica: quando il suo motore non è il polemos, ma la pietas. E questo potrebbe essere un buon metro per giudicare le grandi rotture della storia: Marx e Fourier, Pascal contro Montaigne e Cartesio, Kierkegaard e Hegel, Georges Politzer e Bergson, Paul Nizan contro i “cani da guardia” della Sorbona, Sartre contro Camus, il caso Wagner per Nietzsche (citato da Kacem come suo unico “antenato”) etc. etc.
Buona parte dei commenti che ho letto a proposito di questo Après Badiou, che in Francia ha sollevato molto clamore, sono negativi quando non pessimi, irridenti, grotteschi. Il mio giudizio invece è almeno in parte positivo, anche se forse si poteva risparmiare qualcosa in termini di pagine (423, in ottavo, a margine stretto); e lo è non solo per un pregiudizio critico che è bene non tacere (non amo Badiou e trovo la sua influenza particolarmente perniciosa), ma per la ragione di cui sopra. Perché nasce da una profonda sofferenza etica, da una vera e propria nevrastenia che sovente porta l’autore a “sbroccare”, a usare toni irridenti e un linguaggio caustico, feroce, sopra le righe, maleducato, febbrile, che spiacerà a molti (così come il suo rivolgersi direttamente al lettore: «cara sorella, caro fratello badiouiste, è a te che parlo…»). Kacem chiama Badiou “grande puffo, con tanto di cappellino rosso” e vitupera con virulenta loquela «la lourdeur de ses plaisanteries qu’on croirait revenues des heures entières à la graisse de canard». Lo chiama «éléphant prolétaire surgi des eaux du loch Ness stalinien et qui renverse les porcelaines bourgeoises en éructant et en pétant», «Garnement Grandiloquent», «maître Chafouin», «Quinquin», «barbier mathématique», «professeur de sophisme préfascisant», «fonctionnaire immortel d’opérette normalienne», «mâle dominant de la horde des babouins révolutionnaires, entendons la nébuleuse internationale du gauchisme universitaire chic». Kacem racconta il narcisismo patologico di Badiou, la sua incapacità ad avere un sincero confronto, la sua tendenza a circondarsi unicamente di «seguaci fedeli e zombificati»; il suo “machismo”, il mito della «Grande Virilité Intouchable» che ricorda quel personaggio di Guerre Stellari, Jabba the Hut: «une sorte di limace qui soumet les femmes et les envoie se faire dévorer si elles lui resistent»… «Il me disiait souvent: Mehdi, je vous aime comme une femme». Mehdi Belhaj Kacem oggi odia Badiou con la stessa intensità con cui un tempo lo ha adorato. Perché?
Ricostruiamo la vicenda. Alla fine degli anni Novanta Kacem legge il saggio di Badiou su Deleuze (Il clamore dell’essere) e poi la sua opera più famosa: L’essere e l’evento, che attraversa ben tre volte e assimila a fondo, fino a ricalcolare e ridimostrare autonomamente le brillanti formule matematiche di cui è costellato il libro (Badiou è prima di tutto un matematico e nel 1968 pubblica Il concetto di Modello – che ho approcciato, ma è completamente fuori dalla mia portata). Allora il giovane squatter Medhi Kacem scrisse al filosofo e il reciproco stupore stimola l’attrazione. Badiou si stupisce che un giovane scrittore e artista anarco-situazionista punk s’interessi alla sua filosofia e Kacem che un filosofo di gran prestigio abbia voglia di prestare attenzione a uno come lui, venuto fuori da un contesto sociale poco raccomandabile – La psychose française, il saggio di Kacem dedicato alle banlieues attesta la sua conoscenza approfondita della situazione e del fenomeno. Dopo anni di sodalizio le cose cambiano e Kacem si sente soffocato dalla dottrina di Badiou, dalla sua rigida ortodossia e dal suo spirito permaloso che interpreta come tradimento ogni minima riserva. Infine, pesa la giustificazione storica e l’apologia del maoismo proclamata da Badiou e sempre più gravosa da sostenere per il giovane Kacem. Nel 2009 arriva una rottura violenta, in seguito ad uno scambio epistolare, e Kacem cade in una profonda depressione. Si isola. Sente di aver sbagliato tutto. Di qui l’inizio di quest’opera fluviale, la cui intemperanza verbale, facilmente interpretabile come sensazionalismo, a mio parere lascia invece trasparire il travaglio che ne costituisce il retroterra. Inoltre Kacem deve soffrire un’ulteriore nevrosi: riconoscere cioè che Badiou è un grande metafisico, che il suo concetto di Verità muove corde profonde, e che la sua idea di comprendere l’essere heidegerriano passando per la matematica ha un che di geniale. Inoltre “se le idee di Derrida assomigliano a fumo nella nebbia”, quelle di Badiou sono “statue di bronzo sotto il sole” ed è forse anche a causa di questa “differenza” se la filosofia di Badiou si è trovata al posto giusto al momento giusto. Il suo marxismo “muscolare” (per usare un aggettivo che da noi ha connotato una corrente anti-postmoderna di tutt’altra portata– l’ontologia degli oggetti sociali di Ferraris, ora New Realism) era esattamente la risposta forte che si attendeva per opporsi al dominio incontrastato del neoliberismo, propiziato fin dalla metà degli anni Settanta dai cosiddetti “nuovi filosofi”.
Eppure Kacem ha ragione. Badiou ogni due righe parla di “reale” ma vive nella sua torre d’avorio in Rue d’Ulm, da cui dispensa il suo disprezzo per la democrazia parlamentare, per i terzomondisti, gli ecologisti, le femministe e i movimenti antiglobalizzazione non irreggimentarti, come i Social Forum del tempo che fu… Così facendo non fa che alimentare un fenomeno che Kacem ha efficacemente chiamato “nichilismo democratico”, ovvero la convinzione diffusa, che prende le forme di un ideologia latente, secondo cui si vuole far coincidere necessariamente la democrazia con il regno della mediocrità, e di qui, passare alla sua delegittimazione. Dire che la democrazia è un imbroglio miserabile è il primo passo per fondare il concetto “antidemocratico” di quel Badiou che, grottesco, ripete il suo imperativo platonico di “vivere secondo un’idea”, come se questa stessa posizione non facesse a pugni con la sua professata “passione per il reale”. Così, obnubilato dalla ricerca del migliore dei mondi e incapace di comprendere le ragioni del “minore dei mali” (per cui vedi Jean Calude Michèa) Badiou resta cieco di fronte al fenomeno del male e del negativo, che nella sua teodicea non trova spazio: esclude radicalmente la questione che abbiamo definito “dolore animale”, il male storico, i massacri, e persino la responsabilità dell’uomo di fronte ai suoi simili. E finisce per identificare Auschwitz e uno tsunami (una catastrofe di fronte a cui non si può nulla). Per Badiou la morte non è che un fenomeno di sparizione come ce ne sono tanti. In teoria si presenta come un ateo a favore della laicità dello stato, ma si rifà a San Paolo e in pratica non è che un “metàphysicien catholique” che cita “il buon Mao” quando parla di “cuori puri” che vedono il bene “senza ombre” e sono disposti a tutto per ottenerlo…
Ma quando il male è visto in funzione del bene e privato della sua consistenza, come avviene in tutte le epoche in cui la barbarie dilaga, diventa impossibile concepire fenomeni come la compassione umana e l’empatia – a proposito vedi le pagine illuminanti di Disumane Lettere. Kacem sembra averle lette perché su questo punto c’è piena consonanza. In L’essere e l’evento Badiou delinea il concetto affascinante di “altro come infinito” ma in quella visione esaltante non c’è traccia dell’uomo antropomorfo. L’altro non è mai bios e dunque non esiste alcuna fraternità possibile; l’Altro è un idea astratta, come il Bene Supremo di Robespierre. La sua idea di “antiumanismo radicale” che permea ed è il centro nevralgico della suo sistema non è che il volto presentabile e affascinante di una radicale, vergognosa, misantropia. Che traspare in pubblico come una malcelata misoginia (il concetto di événement che “forza” e “vìola” l’essere) e si manifesta a pieno nella sfera privata con le sue battutacce contro le donne e con le chiacchiere da bar che Kacem riporta impietosamente ma senza compiacimento, in funzione taumaturgica. Leggendo Il secolo anche io ho provato una forte insofferenza e repulsione per questo filosofo e per l’antiumanesimo radicale professato nel finale. Particolarmente mi ha urtato la sua lettura di La linea di partito, di Brecht, che ho trovato intollerabile.
Tornando alle critiche della stampa al libro di Kacem, constatiamo quanto fosse facile delegittimare questo filosofo della domenica. Oltre l’intemperanza e il parassitismo invidioso propri di ogni “libro contro” infatti sono imputabili a Kacem ben altri handicap specifici e un “corollario auratico”, diciamo così, piuttosto connotato che marca male, molto male. Punto primo, l’abbiamo detto: Kacem è un voltagabbana, un traditore venduto al successo di un facile anticomunismo che, fuori tempo massimo, ricalca le orme di quell’intellettuale che fin dal lontano 1975 sull’anticomunismo ha fondato la sua carriera intellettuale e il suo enorme potere mediatico: Bernard-Henri Lévy, da decenni il maggior antagonista di Badiou nel contendersi lo spazio pubblico del panorama intellettuale francese. E guarda caso il libro di Kacem è uscito proprio nella prestigiosa collana Figures diretta da Lévy per Grasset. Ma guarda. Così il quadro è completo. Gli ingredienti per la stroncatura ci sono tutti. Foto di gruppo con padrino (vecchio e nuovo). Anche Badiou nel breve commento sull’affaire Kacem la mette su questo piano: “evidentemente ha realizzato che a stare con me non ci guadagnava niente. Mentre essere contro di me non poteva che fruttare vantaggi”. Dunque, Kacem è un arrivista in mala fede. Punto secondo: il suo libro è nel posto sbagliato. Essendo un libro contro un filosofo starà nel genere filosofia, e i filosofi gli diranno con garbo “che cazzo dici non è così che scrive un libro di filosofia”. E sarà un modo per guardare le altre sue opere attraverso una lente deformata: Kacem è il furbetto che a scritto un libro facile dedicato ai simboli chiave della nostra epoca (Pop Philosophie), è il franco algerino à la page autore di un pamphlet sulle sommosse nelle banlieues che pare nato per compiacere i centri sociali; inoltre conosce bene i meccanismi della comunicazione e ha facilità a creare brand filosofici e concetti passepartout capaci di penetrare facilmente nei sistemi mediali (è il caso del citato “nichilismo democratico”). Punto terzo Kacem non ha la vocazione esclusiva del filosofo ma, orribile a dirsi, ha l’ardire di presentarsi pubblicamente come un attore cinematografico professionista (!), anche abbastanza accreditato.
Protagonista di Innocenza selvaggia, un film di Philippe Garrel del 2001 che fu distribuito anche in alcune sale italiane, Kacem interpreta il ruolo del giovane regista Francois Mauge che, dopo aver perso la moglie per overdose, decide di girare un film denuncia contro la droga. Ma i produttori non vogliono investire in un soggetto così difficile e Francois, per trovare i soldi necessari, accetta la proposta di un uomo d’affari: trasportare due valigie di eroina in cambio di una grossa somma di denaro con cui finanziare il suo film contro la droga…. Capite dunque che le sue credenziali del filosofo sono improbabili quanto le modalità di finanziamento del regista che ha interpretato. Come se Filippo Timi si mettesse a scrivere un saggio contro Gianni Vattimo!
Scherzi a parte il punto che più mi interessa nel saggio di Kacem (e quello che fonda il mio giudizio positivo sul libro) è il suo discorso sul male. Vediamo di ripercorrerne alcuni ulteriori passaggi, sottolineando il suo debito, ripetutamente ed esplicitamente dichiarato, nei confronti di Rainer Schürmann, un pensatore tanto importante quanto trascurato, morto di Aids nel 1993. L’umanità in ogni epoca impara a meravigliarsi della barbarie, dell’atrocità, del male. L’arte è la via privilegiata, la migliore, per fornire all’uomo la meraviglia del male, e per testarne il limite. Con Arte intendiamo la somma delle arti: letteratura, arti visive (fumetto e cinema compresi), musica, teatro. Ora, l’Arte potrebbe essere paragonata a una cometa che si lascia dietro una coda lunga di detriti che alcuni definiscono sottocultura e altri “forma meno civile e più brutta di Arte”. Il posto più difficile dove infilare il male, fino agli inizi del secolo scorso, era la musica: poi ci ha pensò Erwartung, di Schönberg e di lì in poi, dalla dodecafonia a Marylin Manson, la cultura rock e metal hanno fatto il resto. Ma restiamo all’Arte con la maiuscola (anche se tale maiuscola non è, lo ripeto, che una convenzione). La ragione filosofica, la super scusa, è la katarsis di Aristotele ma, se vogliamo essere sinceri, da de Sade, da Goya in poi, da secoli l’arte consiste in una presentazione positiva del male. Sono i fiori di stagione. Questa funzione dell’arte evidentemente era già latente nella tragedia attica come nelle rappresentazioni del calvario ma qui il male era un enigma inquietante che alludeva a un senso capace di trascendere sofferenza e dolore. Con Baudelaire invece le cose cambiano e la sua modernità potrebbe leggersi come il lento strip tease di questa statua neoclassica, matrona coperta da panneggi marmorei, che pian piano si fa più sfrontata fino a dichiarare a piena voce, nero su bianco, di gioire per quell’istanza rispetto a cui è massimamente proibito gioire: il male, l’atrocità, la tortura. Dunque l’umanità, forse escludendo il momento post-orgasmico di un tragico dopoguerra (esperito peraltro esclusivamente dalla parte direttamente coinvolta, a contatto con il male), in ogni epoca impara gioiosamente a meravigliarsi con rinnovato vigore della barbarie, dell’atrocità, del male. L’umanità da secoli si gode l’orrore in tutte le forme d’arte, dal cinema d’autore ai film splatter e gore. L’umanità spettatrice si meraviglia artisticamente del naufragio (Blumenberg). Quando anche il filosofo si trova a meravigliarsi del male, egli non può in nessun modo farlo filosoficamente: se si meraviglia il filosofo lo farà umanamente, e artisticamente, come tutti gli altri uomini. Ma se vuole restare filosofo a tutti i costi e affrontare questa realtà, questi avverte l’obbligo di creare un antidoto alla meraviglia: un “concetto adeguato” che possa riassorbire e liquidare il male come elemento residuale, senza conferirgli una realtà autonoma. Il grande falla nella filosofia di Badiou è esattamente questa ricerca di uno status privilegiato, di “distinzione” filosofica, per dirla con Bourdieu, e la conseguente ricerca esasperata di un “concetto adeguato”, le cui astrazioni abbiano forza di distruggere/occultare il male stesso (facendo così “il suo gioco” come in quella vecchia storiella per cui la più grande diavoleria del diavolo è stata fingere di non esserci).

In conclusione: ossessionato dallo stigma dall’infedeltà, del narcisimo e dell’irrealtà, Badiou ne è assediato, e vittima. Ultimo difensore e depositario dei gradi ideali del comunismo e dell’eterosessualità, questi oggi è forse l’unico filosofo “all’altezza” dei nostri tempi: l’epitome e (si spera) l’ultimo discendente delle contraddizioni di un ramo della filosofia della storia di cui non sentiremo mai la mancanza. Anche per questo sono contento che Medhi Balhaij Kacem abbia trovato la forza di scrivere questo suo Après Badiou, che ci aiuta a liberare la carreggiata dal numinoso ingombro, e che egli sia tornato ad essere quello che è sempre stato: un anarchico che non tollera «ni dieu ni maître».

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Da Rue 89, due recensioni, un estratto e tre video. Un’altra recensione qui e qui. Una doppia recensione a Kacem e al recentissimo Anti-Badiou. Sur l’introduction du maoïsme dans la philosophie di François Laruelle, qui.
Dalle pagine di «Le Nouvel Observateur», Fabien Tarby, di stretta osservanza “badiouista” risponde a Kacem, qui. La replica di Kacem a Tarby, sul blog di Jean-Clet Martin. Infine, un breve intervento di Alain Badiou, dal sito di Kacem, qui.








pubblicato da a.amerio nella rubrica libri il 3 febbraio 2012