Napoli nera e la bolla di luce del teatro

Tiziano Scarpa



Con tutto il mio cuore e tutta la mia testa vorrei fare un augurio a Napoli: che non sia condannata a parlare sempre e soltanto di se stessa. La salute di una comunità, la vitalità di una cultura si misurano anche da questo: esprimere qualcosa di diverso da sé. Pensate alle grandi stagioni dello spirito occidentale: il teatro greco ha mobilitato uomini e dei; Dante e Shakespeare hanno riattraversato tutta la storia umana; e lo stesso ha fatto l’opera lirica italiana sette e ottocentesca, il cinema hollywoodiano.

Io che vivo a Venezia lo so bene: la decadenza storica della mia città si è vista anche nella sua arte, che dalla pittura teologica rinascimentale si è ficcata nel vicolo cieco del vedutismo settecentesco. Ma da più di un secolo Venezia sa parlare anche d’altro, ha inventato il festival del cinema e la rassegna di arte internazionale più antica al mondo.

Uno dei rischi che può correre Napoli, in questo momento critico, è quello di porre se stessa come unico argomento. Con un tono predominante: quello cupo e violento. In questi anni su Napoli è come se fosse calata la notte, il suo mito si è fatto buio e nero. La crisi dei rifiuti e l’oppressione economico-criminale della camorra l’hanno cambiata di posto nell’immaginario italiano e mondiale: da città del sole e del mare è diventata metropoli cattiva e degradata. Questa constatazione, assai convincente, è dell’antropologo Marino Niola. Io spero che non diventi la scusa per un estetismo opposto e simmetrico a quello fatto di pizza e mandolini neomelodici, e che nei prossimi anni Napoli non si riduca a un set cinematografico perfetto per filmare soltanto pistolettate noir alla Tarantino. A giudicare dal programma del Napoli Teatro Festival Italia, così ricco di storie e immaginari, mi sembra di no.

Per fortuna il teatro non ha sempre l’ansia della rappresentazione realistica. Oggi sono altri i media che possiedono le tecniche per allestire illusioni ottiche e scenografie che riescono a sembrare più vere del vero: il cinema, i telefilm, i videogiochi... Il teatro è un incontro di corpi immersi in una bolla di luce che fanno i conti con il loro limite creaturale e scenico. È lo spettacolo dei nostri limiti.

Io sono cresciuto dentro questa consapevolezza del limite. A partire dalla lingua. Come i napoletani, i veneti si esprimono molto in dialetto, lo usano per essere sinceri, mentre l’italiano si parla nelle situazioni formali, è la lingua dell’impostura, dell’ipocrisia. C’è una teatralità innata, nella convivenza quotidiana di due idiomi: chi passa spesso dal dialetto all’italiano fa esperienza della drammaticità che c’è nel parlare con gli altri.

L’ultima volta che sono stato a Napoli ho girato la città in lungo e in largo a piedi, come il protagonista del mio dramma, "L’inseguitore": c’è un vecchio che aspetta fuori dal carcere per vedere che faccia fanno quelli che escono di prigione, o per qualche motivo più oscuro. Invitato dal Napoli Teatro Festival per una settimana, in febbraio, mentre stavo scrivendo il mio testo, ho camminato dalla mattina alla sera, in centro, nelle periferie, pedinando la mia fantasia: Napoli mi ha dato una mano a rendere più nitida questa mia visione. La forza artistica e spirituale di una città sta anche in questo: avere una fantasia così grande da ospitare e nutrire le fantasie di chi viene da fuori.

Pubblicato sul Corriere della sera, sabato 31 maggio 2008.








pubblicato da t.scarpa nella rubrica teatro il 6 giugno 2008