Gomorra reloaded

Andrea Tarabbia



L’assunto da cui parto è che c’è bisogno di Gomorra, non solo in Italia, non solo in libreria.

Quando ho saputo, circa un anno fa, che facevano un film dal libro di Saviano, una delle prime cose che ho pensato è stata: «Ma come diavolo si fa a fare un film da quel libro lì? Che cosa si racconta? Come si fa a mostrare quello che il libro mostra? Come si fa a mantenere, in una sequenza di immagini, la stessa forza civile e riflessiva della parola?». Gomorra – il libro – è per me irrappresentabile, nel senso che non sono riuscito mai, in tutti questi mesi, a immaginarmi la possibilità di una narrazione che fosse vergine delle accensioni di Saviano, delle sue requisitorie, della nudità della sua lingua e dalle sue tremende liste, l’accumulo di dati, il folklore pacchiano raccontato da un punto di vista che è sì sociale e comune, ma che ci è restituito talmente dall’interno che non riuscivo a intravedere la possibilità di una narrazione diversa e laterale. Insomma: un boss tamarro è un boss tamarro, e fin qui, si fa per dire, tutto normale; ma un boss tamarro raccontato e interiorizzato da Saviano è qualcosa di più: è un boss decostruito, umanizzato e reso vivo e terribile da uno sguardo, quello del narratore, che è lo sguardo di un uomo che avrebbe potuto lavorare per lui e ha deciso di stare dall’altra parte della barricata. Questo punto di vista unico, interno e vivo, è la cifra umana e narrativa di Gomorra, ha la forza di una lettera dal carcere ed è il nerbo di una narrazione senza precedenti. Garrone, poi, con la sua vena noir e visionaria, non mi sembrava il tipo di regista adatto, per così dire: troppo onirico, troppo lovecraftiano per buttarsi nella guerra civile e seguire le tracce di un libro che di visionario e di immaginifico non ha niente. Ma tant’è.

Gomorra è stato scarnificato. Se questo sia un bene o un male non so se arriverò a dirlo. Garrone ha scelto di estrarre dal libro un pugno di storie e di mischiarle, costruendo un film corale totalmente privo dei riferimenti narrativi classici (eroe, antagonista, aiutante ecc.). Non si pensi a Inarritu, però: qui non c’è l’autocompiacimento fighetto per la tecnica di montaggio, e non c’è – o io non l’ho vista – un’estetica del discorso cinematografico sbandierata e manierista: la materia è troppo incandescente e parla da sé. La sobrietà con cui Garrone muove la macchina è un servizio e un omaggio alla lingua del libro: siccome tratto di questa cosa enorme, sotterranea (?) e impressionante, lo faccio con uno sguardo scarno, in modo da non ricoprirla e in definitiva nasconderla dietro dei fronzoli inutili.

L’occhio della telecamera è l’occhio di Roberto. Il personaggio di Saviano, che nel libro dice «io», parla un po’ di sé, guida il motorino e in un paio di occasioni rischia anche la pelle, non c’è: è sostituito dall’occhio della telecamera, che transita di volto in volto, di luogo in luogo, di auto in auto e piano piano raggiunge l’obiettivo di far identificare lo spettatore con sé. Per proprietà transitiva, lo spettatore diventa Saviano, il suo sguardo diventa l’occhio scrutatore che il narratore offre all’interno del libro. Guardando Gomorra io divento Roberto, sono lui che gira ed entra ovunque, che chiede, domanda, rompe i coglioni, si trova in mezzo ai morti e guarda negli occhi i ragazzini armati delle Vele di Scampia. Io sono Roberto per due ore e un quarto, ma senza rischi, senza legami di sangue con quello che vedo e registro.
Dunque, l’accorgimento con cui Garrone racconta l’irrappresentabile è chiaro: siccome non posso mettere Roberto sul motorino, siccome non posso appesantire la storia con una voce off, rendo te, spettatore, lui, ti metto semplicemente al suo posto e ti faccio andare nei suoi posti, tra la sua gente . In definitiva, ti faccio fare quello che lui fa per tutto il libro, anche se il tuo culo è al caldo.
Il problema è che io, spettatore, non so. Non ho la consapevolezza di Roberto, non ho fatto le sue indagini, non sono nato e non sono vissuto in quei luoghi e in quelle situazioni, non guido il motorino, non conosco le persone e le loro biografie, non ho il suo furore civile. Io non so niente e non lo posso sapere, perché vengo a vedere Gomorra proprio per sapere e per capire, non per «dire». Qui secondo me il film cortocircuita, in questo far fare a un ignorante quello che nel libro è fatto da Saviano. Ne viene che l’irresistibile (e, di nuovo, irrappresentabile) impianto politico del libro, con quella rabbia atavica e giusta che trapela dalle pagine, scompare insieme all’impressionante mole di dati, notizie e pettegolezzi di cui Saviano nutre il lettore.

Gomorra è un film filtrato attraverso il mio sguardo, cioè lo sguardo di chi non sa. Gomorra è invece un libro fatto da chi lo sa «e ha le prove». Questo, per me, è uno iato enorme, una voragine narrativa e di concetto che non posso far finta di non vedere. In alcuni punti, il film non è poi così lontano da un bellissimo reportage giornalistico, da un’opera-verità che è in sè molto, ma non è che un’unghia al cospetto della grandezza del libro. Gomorra (il film) è un Non è un paese per vecchi (il film) corale e vero, e lascia alcune delle cose più impressionanti alla sigla di chiusura: i dati sul numero di omicidi di camorra, ad esempio, o le notizie sugli investimenti all’estero (ricostruzione delle Torri compresa) sono raccolte in un pugno di frasi che compaiono in appendice al film.

Il libro di Roberto, poi, palesava un intento preciso fin dal sottotitolo: era il Viaggio nell’impero economico e nel sogno di dominio della camorra, dove con «impero economico» e «sogno di dominio» bisogna intendere non le scaramucce tra spacciatori nei cortili di Scampia, ma la volontà imprenditoriale e folle di mettere le mani su aree sempre più vaste del pianeta. Il discorso di Roberto è e rimane anche un discorso sui metodi della globalizzazione, sull’infiltrazione del Sistema in ogni ambito umano, compreso il cucchiaino con cui un finlandese sta in questo momento mangiando uno yogurt a Città del Messico. Ciò che Gomorra-libro ha di terribile – oltre alla violenza e al sentimento dell’impossibilità di un’alternativa, sia per chi nasce in certi posti che per me che non sono niente più che un consumatore – è questo. Il film ignora questa che è la prospettiva più micidiale del libro e a tratti si ha la sensazione di assistere solamente alle gesta di quel micromondo che sono le Vele, scelte come set privilegiato della pellicola. Fuori dalle Vele, dopo aver visto il film, possiamo sentirci autorizzati a dire che «il problema non esiste», cosa che è l’anti-Gomorra per definizione. E’ vero che un film ha forse più bisogno di unità di tempo e di luogo rispetto a un libro, e che sotto questo aspetto l’idea di prendere le Vele come luogo metaforico è intelligente e apprezzabile. Però questo in qualche modo deve essere comunicato allo spettatore: io devo essere cosciente che quello che mi stai mostrando non è circoscritto a quel grumo di cemento, ma interessa anche me direttamente, altrimenti tutta la narrazione perde potere, e il reale non viene fuori.

Non si parla di un’opera partendo da quello che non c’è, lo so. Però non ci sono nemmeno i boss, in questo film. Non dico le loro ville hollywoodiane, le scene degli arresti, dei funerali. Semplicemente loro. Ce ne sono un paio, ma non sono molto diversi da quelli di un film medio anni Settanta - e questo francamente non mi basta, non mi dà la cifra reale della tragedia pacchiana di questo Stato.

Non ci sono i corpi dei cinesi che piovono dai container nel porto di Napoli, non c’è don Peppino, non ci sono i visitors, non c’è quasi niente di quello che rende Gomorra un’opera che scava dentro il Sistema, dandone dei particolari anche comici che altrove non avremmo trovato. Non c’è - se posso - lo stesso grado di verità e di vita che ci sono nello sguardo di Roberto.

Qui tutto è nudo, e procede per sottrazione; il film è comunque bello, dominato da un senso dell’ineluttabile che lo attraversa dall’inizio alla fine. Ma tutto quello che rendeva il libro realmente tragico, disumano e insieme "normale" è stato tolto, evidentemente per una scelta precisa che però non arrivo a capire fino in fondo.








pubblicato da a.tarabbia nella rubrica cinema il 19 maggio 2008