Pulizia etnica e sporcizia semantica

Sergio Baratto



Pogrom, sondaggi, sputi. Un malessere fatto di nausea, paura, impotenza e rabbia compressa accompagna in questi giorni la sensazione che l’escalation sia iniziata, che abbia subito una mutazione irreparabile nella velocità di progressione. Che l’accelerazione abbia superato il punto di non ritorno.

Gad Lerner sulla Repubblica di oggi cita l’accusa-cliché che viene ripetutamente e con frequenza compulsiva usata come un manganello verbale nei confronti dei (pochi, ormai, sembrerebbe) dissidenti:
«Chi si oppone è fuori dal popolo. Più precisamente, appartiene alla casta dei privilegiati che ignorano il disagio delle periferie. Ti senti buono, superiore? Allora ospitali nel tuo attico!»
(Qui, da leggere nella sua interezza.)

Sotto ogni totalitarismo, un’accusa ricorrente stigmatizza la separatezza dalla vita reale, vale a dire la non consonanza con il sentire del popolo. A subirla, di solito, sono gli artisti non allineati e, per estensione, tutti colore che in un modo o nell’altro si rifiutano di attribuire al pensiero dominante uno statuto necessario di verità.
Per fare un esempio storico, nell’Urss sovietica in generale esso coincideva con la linea del Partito comunista, ma negli anni Trenta in larga parte coincise con il sentimento dell’opinione pubblica.

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Anche a me, si parva licet componere magnis, è successo di sentirmi rovesciare addosso i concetti menzionati da Gad Lerner.
L’autunno scorso, nei giorni dell’emergenza rom a Pavia e del montare della marea xenofoba (chi vuole rinfrescarsi la memoria può andare a leggere qui, qui, qui, qui e qui), da indefesso lavoratore per il re di Prussia, Beppe Grillo non aveva trovato di meglio che gettare benzina sul fuoco, pubblicando sul suo blog un "memorabile" articolo intitolato I confini sconsacrati.
A leggerlo mi era venuta l’orticaria al comprendonio, perciò per esprimere la mia indignazione ho buttato giù un intervento critico forse non particolarmente originale ma – così almeno credevo – di buonsenso.
Credevo, invece evidentemente mi sbagliavo. Così mi è capitato di sentirmi dire (non direttamente in reazione al succitato pezzo, ma all’interno di una discussione che da esso aveva preso l’avvio) anche questo:
«Sei un demagogo d’accatto e in totale malafede. Praticamente niente di quello che mi attribuisci ho scritto. Citare Victor Hugo e Dickens è ridicolo: vieni al GS di San Giorgio su Legnano, e vedrai cos’è l’accattonaggio molesto. Ma a te che ti frega delle strade dove vive la gente vera, che ti pasci di sillogismi giusnaturalisti?»
E questo:
«Della rabbia popolare e dei pogrom sono responsabili quelli come te, che inneggiano alla immigrazione selvaggia senza fare i conti con gli spazi, i tempi, i ritmi e le possibilità effettive d’integrazione».

Eppure, quantunque possa sembrare incredibile, faccio anch’io la spesa – purtroppo non al GS ma all’Ipercoop (lo so, è un atto criptocomunista) – e non ho mai inneggiato all’immigrazione selvaggia: un’accusa, questa, che mi sembra particolarmente comica.

Di solito non uso riportare discussioni e scazzi personali avvenuti altrove, fuori o dentro la rete. Faccio un’eccezione in questo caso perché mi sembra che, molto in piccolo, la mia "esperienza personale periferica" esemplifichi molti degli inquietanti meccanismi logici oggi potentemente in atto nel discorso pubblico.
Con accuse come queste – sei un comunista, sei un privilegiato, sei estraneo ai problemi della gente – mi sembra infatti che si vada costruendo nell’immaginario collettivo un mostro mitologico, un discorso-frankenstein assemblato a partire da una poltiglia di sillogismi para-maoisti e potenzialmente letali:
dissenziente uguale comunista uguale privilegiato;
dissenziente uguale comunista uguale ostacolo alle rivendicazioni sacrosante della gente uguale nemico del popolo.

Chiunque non aderisca al discorso dominante è un "comunista" (il termine, ormai avulso da ogni significato originario, è oggi una sorta di marchio d’infamia passepartout, un contenitore semantico di spropositata ampiezza e generosa elasticità) e si situa fuori dalla società; addirittura non appartiene alla specie umana, com’è nel mio caso quando mi si rinfaccia di disinteressarmi della "gente vera": il sottinteso logico, evidentemente, è che io non faccio parte di questa fantomatica gente vera, cioè della gente tout court. Insomma, si è delle aberrazioni anche dal punto di vista antropologico.

(…Come se necessariamente chi manifesta un attitudine al dissenso fosse un abitatore benestante degli attici. Come se dire "quando attaccano un campo rom con mattoni, spranghe e molotov non è il momento di disquisire sulle vere o presunte attitudini parassitarie degli zingari, ma di esprimere sdegno e difendere la parte aggredita" equivalesse a inneggiare all’immigrazione selvaggia. Come se condannare gli assalti alle baraccopoli dei miserabili significasse automaticamente approvare l’esistenza delle baraccopoli.)

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Buonista vuol dire colpevole del reato di favoreggiamento nei confronti di quelli che stuprano e uccidono le nostre donne, vuol dire moralmente corresponsabile del rapimento dei nostri bambini.

L’accusa di "buonismo" è una delle peggiori torsioni semantiche degli ultimi anni.
Oggi la passione dominante è la crudeltà, di conseguenza il suo contrario, la bontà, è espulsa dal canone dei valori. Poiché tuttavia la pruderie, l’ipocrisia e il persistere di un sedimento calcificato di cattolicesimo impediscono per il momento di chiamare le cose con il loro vero (vecchio) nome, resta un tabù ammettere esplicitamente il capovolgimento semantico con cui, nel sentire comune, la bontà è diventata un disvalore e la spietatezza, viceversa, un valore. Perciò bisogna mascherare la trasmutazione attribuendo alle passioni nomi fittizi che suonino sufficientemente odiosi: non osando condannare apertamente la bontà, bisogna ribattezzarla "buonismo". Non osando approvare pubblicamente la malvagità, è necessario scomporla in una molteplicità di tessere, in modo tale da dissimularne l’identità complessiva: emergenza sicurezza, legittime paure, sacrosanti bisogni, comprensibile diffidenza, giusta iundignazione, pragmatica intraprendenza…








pubblicato da s.baratto nella rubrica democrazia il 16 maggio 2008