Scrivere di sé per tutti

Silvio Bernelli



Una storia d’amore improvvisa che strappa uno scrittore dalle braccia della moglie per gettarlo in quelle di una nuova donna. Lo stordimento colposo che colpisce un uomo nel pieno delle forze quando si trova a scegliere tra una persona e un’altra. La necessità di scendere a patti con le proprie pulsioni. Tutto questo e molto di più si trova in Prima di sparire (Einaudi, 16€) ultima fatica letteraria di Mauro Covacich. Scrittore tra i più in vista della generazione dei quarantenni, autore del potente A perdifiato e del best seller Fiona, Covacich sceglie questa volta la strada dell’autobiografia. Tutto romanzesco il suo approccio alla messa in pagina del passato. Uomini e donne in carne e ossa, ciascuno con il proprio vero nome, entrano ed escono di scena come personaggi letterari. La tecnica del dialogo diretto aiuta a comprimere in unità narrative brani di realtà che da soli in un libro proprio non ci potrebbero stare. Un filo tirato dalla prima all’ultima pagina tiene il lettore agganciato alla storia.

Insieme alle vicende dell’uomo alle prese con i drammi del tradimento coniugale, Covacich racconta la sua vita di scrittore di successo. Ed ecco quindi gli squarci aperti sul mondo degli autori di professione, presi in una girandola di articoli per giornali patinati, riunioni per mettere a punto sceneggiature di fiction puntualmente abortite, incontri con il pubblico degli eventi letterari.

Fa in qualche modo da contrappunto all’esperienza dell’autore la storia che questi tenta di scrivere, utilizzando alcuni personaggi di A perdifiato.

Non si tratta qui però di un escamotage simile a quello usato da Mario Vargas Llosa nel celebre La zia Julia e lo scribacchino, in cui la narrazione fantastica che alterna quella autobiografica – appena nascosta da un velo fiction – rispecchia il deragliamento emotivo dei protagonisti di quest’ultima vicenda. In questo Prima di sparire la parabola del maratoneta-artista Dario Rensich serve invece a Covacich a proiettare sulla pagina un altro sé tradito invece che traditore, tentando di riscattare la propria debolezza umana con la forza della letteratura. Una forza che il libro dispiega soprattutto grazie alla scrittura imperiosa e percussiva con cui l’autore offre al lettore il proprio stesso sbigottimento per la piega presa dagli eventi. Da questo assunto Covacich giunge, freddo, disturbante, a condividere con il lettore una dura verità: la nascita di un amore richiede in pari quota passione e spietatezza.

Anche Franz Krauspenhaar, appena più vecchio di Covacich, è in libreria con un nuovo romanzo di matrice autobiografica, Era mio padre (Fazi, 16,50€). Lo scrittore milanese racconta l’avventura esistenziale del padre Karl, un uomo davvero "larger than life", per usare una felice espressione americana. Rampollo di una famiglia della borghesia Ceca dei Sudeti, terra di lingua e tradizioni tedesche, l’appena diciassettenne Karl si trova a combattere tra le file della Wehrmacht, l’esercito di Hitler, una delle campagne belliche più spaventose della storia: l’assalto, con successiva disfatta, all’Unione Sovietica. Scampato a una lunga serie di traumi e lutti, il giovane torna in Italia, già sua terra di nascita per caso, si sposa, mette al mondo tre figli maschi, si costruisce una carriera nel commercio, muore improvvisamente durante un viaggio di lavoro in Svizzera.

Franz Krauspenhaar, già autore di un pugno di romanzi ma più noto come blogger di Nazione Indiana, mette nero su bianco la vicenda dello scomparso Karl, ma fin dalle prime pagine di Era mio padre è chiaro che l’omaggio al genitore amatissimo è anche il pretesto per lo scrittore di raccontare le sue faccende. Gli amori pigri e malandati con donne spesso impegnate in altre relazioni. Il continuo arrovellarsi sul suo ruolo di autore. Le difficoltà di una vita divisa tra lavoro regolare e letteratura. I legami famigliari traumatizzati dal suicidio del fratello Stefano. Al centro di questo universo narrativo troneggia il padre Karl, così imponente da divorare tutte le altre presenze del libro. Una figura titanica, con la quale Krauspenhaar si confronta grazie alla sola fiducia nella letteratura in questo romanzo che ha l’andamento frammentato e circolare del mémoire, privo di veri punti d’inizio e di fine, ma con un colpo di scena nelle ultime pagine.

Interessanti gli strumenti narrativi utilizzati da Krauspenhaar: l’introspezione, l’affabulazione e più di tutto di una scrittura partecipata, toccante e sopra le righe che sembra fatta apposta per essere contrapposta a quella rigorosa e spietata di Covacich. Due autori inconciliabili tra loro. Due modi speculari d’intendere la letteratura autobiografica. Un solo tratto comune: la fiducia in uno scrivere di sé che riesce a comunicare con intensità agli altri un mondo intimo segnato da una perdita. Una ferita che, Covacich e Krauspenhaar lo sanno benissimo, continuerà a sanguinare. Ed è proprio in questa ammissione pubblica di vulnerabilità che entrambi i romanzi trovano il loro senso ultimo. La loro urgenza. La loro verità irrinunciabile.








pubblicato da t.scarpa nella rubrica libri il 13 maggio 2008