Esploratori dell’abisso. Enrique Vila-Matas

Silvio Bernelli



«Esploratori dell’abisso è il mio primo libro dopo il collasso fisico, dopo aver rischiato di morire. Il legame tra scrittura e sopravvivenza è totale, in questo caso. Oggi per me scrivere significa pensare, conoscere meglio me stesso. È un lavoro sempre più introspettivo. In Esploratori dell’abisso mi sono lasciato andare alla storia che avevo dentro, a vivere oggi la meraviglia di scrivere.»
È con queste parole che Enrique Vila-Matas mi ha presentato la sua ultima raccolta di racconti Esploratori dell’abisso, pubblicata in Italia da Feltrinelli nella traduzione di Pino Cacucci (pp. 259, 18 €). Diciannove storie di persone spinte al limite delle proprie convinzioni, o fuori dal cerchio delle proprie abitudini o addirittura ai confini della vita. Scenari e personaggi sempre stranianti, come se fossero guardati attraverso la distorsione emozionale dell’anestesia che precede l’operazione chirurgica. E poco conta che Vila-Matas scriva dell’uomo che origlia le conversazioni dei vicini in Materia oscura, dell’astronauta perduto nello spazio di Ho amato Bo, o del misterioso compagno di scuola con la madre fidanzata a una rock star di Illuminato. Per raccontare lo stordimento davanti al vuoto, all’inconoscibile che c’è nello spazio cosmico oppure dentro di noi, Vila-Matas si fa sempre forte di un linguaggio ricercato che quando vuole sa lasciare un’unghiata sulla coscienza del lettore. Forte delle rotte metaletterarie del celebre Bartleby e compagnia di alcuni anni fa, probabilmente il libro più famoso dello scrittore catalano, Esploratori dell’abisso compie una proiezione in avanti verso una letteratura che riesce a restare in equilibrio tra il trasognato, l’ironico e l’inquietante, tra Borges, Auster e Ballard tanto per dare alcune coordinate di lettura. Ne è un esempio il lungo racconto Perché lei non lo ha chiesto, il penultimo della raccolta, in cui tutte le suggestioni seminate da Vila-Matas nei racconti precedenti convergono verso una letteratura che mischia l’esperienza della scrittura a quella della malattia, in cui l’autobiografia dell’autore diventa spunto per raccontare l’incontro immaginario tra lo scrittore e l’artista francese Sophie Calle. Una vicenda che Vila-Matas chiude così. «Non potevo negare (…) che andare al di là di quello che scrivevo aveva un senso. Ma pensandoci bene, preferivo restare dov’ero. No, non volevo muovere neppure un altro passo verso l’abisso e trasferirmi dalla letteratura alla vita. Anzi, non desideravo proprio lasciare la mia scrittura tra le braccia di quel tenebroso buco che chiamiamo vita. Avevo indagato, esplorato quell’ombroso abisso che intuivo nello spazio ignoto al di là della scrittura e ritenevo che innanzi tutto fosse giunta l’ora di chiederci – soprattutto di questi tempi – di cosa stessimo realmente parlando quando parlavamo della vita.» Un’epigrafe in cui c’è tutta la poetica di un autore molto raffinato eppure misteriosamente accessibile.








pubblicato da g.fuschini nella rubrica libri il 2 febbraio 2012