Schei + Sicurezza

Teo Lorini



È celebre il proverbio che vorrebbe i veronesi tuti mati, ma nell’ultimo quindicennio questa fama di simpatica originalità, di stravaganza tutto sommato inoffensiva, ha lasciato il posto a coloriture più allarmanti.
Una piccola selezione fra i numerosi aneddoti.
Giovani cretinetti della jeunesse dorée e teppisti da stadio che celebrano il solstizio d’inverno in riva al Garda (1991 e 1992): nel pacchetto anche un nazista imputato per la strage di Piazza Fontana, pire rituali, musiche di Wagner e altra paccottiglia omo-ariana che fa tanto Götterdämmerung di Visconti. Un consigliere leghista che invoca la castrazione per i gay urlando: "Facciamoli capponi!", mentre il comune ripudia la Risoluzione europea per la parità di diritti degli omosessuali (1995). Sedicenti "tradizionalisti" sfilano in costume fine Settecento e sparano colpi di cannone per celebrare l’insurrezione antifrancese delle Pasque veronesi (dal 1997, bicentenario della rivolta)[1]. Comune e Provincia danno patrocinio e finanziamenti al "Concerto per il solstizio d’inverno", raduno musicale che trasforma Verona nella capitale europea del "nazi-rock" (2000). E ancora: convegni su scontro di fede e civiltà con interventi come: "Le radici liberticide dell’Islam" (2003); la proposta di riservare la porta anteriore degli autobus a immigrati di colore (2005) e, finalmente, l’elezione a sindaco di chi quella proposta aveva formulato: nel maggio 2007, con oltre il 60% delle preferenze, i veronesi tuti mati scelgono di consegnare la città a Flavio Tosi.

Siamo alla storia recente. Ecco il Comune che indica come rappresentante all’Istituto per la storia della Resistenza Andrea Miglioranzi, ex Veneto Fronte Skinhead, eletto nelle liste della Fiamma Tricolore. Poi c’è la mozione con cui la maggioranza stravolge il piano regolatore e punta a fare cassa mettendo in vendita dimore storiche, dopo averne mutato la destinazione d’uso a fini residenzial-commerciali (è il caso del duecentesco Palazzo Forti, da oltre vent’anni sede della Galleria d’arte moderna che potrebbe ora trasformarsi in un residence a cinque stelle o nell’ennesima boutique di lusso). E naturalmente le iniziative con cui il sindaco Tosi si conquista l’attenzione della stampa nazionale. Come quando acquista panchine con bracciolo centrale "anti-barbone"; o quando, dieci giorni prima di natale, sfila con la fascia tricolore (preferita, in quel frangente, al leone di San Marco) in un corteo con Forza Nuova, Veneto Fronte Skinhead e camerati assortiti; oppure quando fa istallare un maxischermo accanto all’Arena per mostrare la partita del Verona agli ultras gialloblù che (in serie C1) riescono a farsi squalificare il campo urlando cori razzisti contro un avversario di colore.

Le analisi con cui si prova a interpretare l’exploit del fenomeno lega alle elezioni politiche 2008 sottolineano la collocazione trasversale del partito di Bossi: la Lega non rientra nella dicotomia fra destra e sinistra, ma in quella tra una periferia che percepisce come valori aggreganti la doppia S di Schei e Sicurezza (in quest’ordine) e un centro avvertito come invadente, esoso, inconcludente. In molte zone del Nord la Lega ha catalizzato voti proprio sfruttando l’incapacità delle forze di sinistra di fornire risposte su questo terreno. È una riflessione interessante, senza dubbio valida per altre parti d’Italia, ma che non esaurisce l’analisi a Verona dove Tosi ha accorpato a sé una micidiale alleanza di forze della destra radicale (la tifoseria, storicamente fascista, del Verona Calcio; i vivacissimi movimenti giovanili dell’ultradestra dall’ex Fronte della Gioventù a Forza Nuova) e del tradizionalismo cattolico. È in primo luogo a queste aree di riferimento che il sindaco di Verona deve rispondere, cosa che peraltro egli fa generosamente e senza soverchi problemi o scrupoli. Non è un problema neppure la rappresentanza in consiglio comunale di AN, partito decisamente più istituzionale e, per molti versi e a vari livelli dell’ambito governativo, antagonista ’naturale’ della Lega. La comunanza del milieu elettorale citato poco sopra riduce anzi le possibilità di attriti proprio nella misura in cui determina una estrema vicinanza di programmi.

Ma in che modo nasce una saldatura così forte tra integralismo religioso, intolleranza, razzismo e radicalismo destrorso? A scoperchiare il verminaio è l’ondata di Tangentopoli, che a Verona arriva qualche mese dopo Milano, mettendo però a nudo lo stesso groviglio di interessi tra partiti tradizionali (DC e PSI in testa) imprese e comitati d’affari, con in più una fortissima presenza massonica[2]. Le indagini si susseguono a partire dal 1993 e coinvolgono nomi eccellentissimi dei "salotti buoni" veronesi: Bauli, Tacchella, Pajusco, Pavesi, Degli Albertini, Sartori, Montresor fra gli altri. Le inchieste rivelano un intreccio talmente complesso da costringere il procuratore Guido Papalia a nominare un gruppo qualificato di periti. Le leggi berlusconiane per dilazionare i processi e ridurre i tempi di prescrizione sono ancora lontane e il risultato è un terremoto in cui sono coinvolte la politica, l’imprenditoria, le banche e persino l’opus Dei, che debutta sulla cronaca cittadina con l’arresto di Daniele Pajusco, direttore generale del Credito fondiario delle Venezie, notoriamente legato all’Opera.
Queste vicende sono state ripercorse con pazienza e ricca documentazione nel saggio di Sergio Paronetto, Poteri profondi, istruttiva specola su quello che, prendendo a prestito la definizione di Roberto Saviano, si rivela come un lubrificato ’sistema’ in cui la corruttela opera parallelamente alla divisione di poteri e ruoli[3].

Usciti di scena i protagonisti storici dell’apparato, il terreno di coltura che in qualche modo era tenuto a freno dalla logica dei partiti istituzionali e dei potentati economici esplode. In questa temperie avviene l’incontro e poi la convergenza fra le forze di un cattolicesimo antimodernista, pervasivo, ingerente e quella destra radicale che in Veneto si è messa in luce fin dagli albori della strategia della tensione e a Verona è attivissima nell’attività di propaganda giovanile già dai primi anni ’80. E se il maggiore serbatoio di consensi è la curva fascista degli ultras del Verona, il proselitismo si allarga dallo stadio Bentegodi alle scuole superiori della città dove volantinano indefessamente le organizzazioni giovanili come il Fronte della Gioventù di Nicola Pasetto (morto in un incidente stradale nel 1997) e, dopo il "tradimento" di Fiuggi, sigle più estreme e dichiaratamente fedeli al retaggio mussoliniano come Forza Nuova di Roberto Fiore. Gli interlocutori privilegiati di FN e del già citato Veneto Fronte Skinheads non sono dunque i post-fascisti di Fini, ma proprio le ali più belligeranti e intransigenti della Lega Nord. Si precisa allora ciò che Emanuele Del Medico ha definito il «paradigma veronese», un’alleanza che ha per idolo la Tradizione, che predica «un’Europa bianca e cristiana», rifiuta apertamente qualsiasi ipotesi di società multiculturale e combatte immigrazione, laicizzazione dello Stato, modernizzazione delle strutture sociali.

Nel suo All’estrema destra del Padre, Del Medico passa in rassegna il ruolo di Verona nella parabola del fascismo repubblichino e in quella della strategia della tensione, per poi fornire un’ampia disamina delle organizzazioni politiche e dei movimenti religiosi che animano la scena del tradizionalismo veronese. Del Medico ripercorre organigrammi e apparati ideologici ma senza dimenticare -ed è forse il maggior pregio del libro- le premesse e i prodotti collaterali (le famose due S di Schei e Sicurezza) del «laboratorio veronese»[4].

Da una parte ci sono infatti i potentati economici che, orfani dei vecchi referenti politico-amministrativi, hanno puntato con decisione sulla compagine che garantisce al meglio la rete di sviluppo affaristico-finanziario e identifica come unico nemico della prosperità cittadina il povero, l’immigrato e, naturalmente, il rom. Emblematica l’ordinanza con cui il sindaco Tosi ha fissato multe per i turisti sorpresi a mangiare panini sull’ampia scalinata del municipio (quella dove invece hanno potuto accomodarsi i tifosi del Verona) e persino in alcuni giardini pubblici. Vanno in questo senso anche i ritocchi al piano regolatore, l’annuncio di grandi opere con relative aperture di aste e di cantieri o gli attacchi alla Sovrintendenza, colpevole di fermare i lavori in caso di ritrovamenti archeologici.
Dall’altra parte, ed è il dato più inquietante, l’utilizzo del tema della sicurezza ad ogni costo, l’identificazione della minaccia o del nemico in chi non si adatta al modello unico di integrazione ha, evidentemente, una ricaduta sul sentire comune. Ne è esempio eloquentissimo la trasmissione televisiva[5] in cui Tosi definisce sbagliato o ingiustificabile il sistema di vita dei rom. Poco dopo la frase di Tosi parte un servizio di approfondimento. Appare una signora di mezz’età che si esprime pacatamente e, con garbo, ringrazia un altro amministratore leghista, Ettore Fusco, perché in sostanza ha fatto capire sia all’opinione pubblica sia alla cittadinanza che non era giusto tenersi gli zingari in casa. Le immagini di repertorio mostrano una tendopoli su un prato fangoso. È quella allestita in fretta e furia nel dicembre 2006 per 30 famiglie di rom: 77 persone, donne e bambini compresi. Per alcuni giorni la popolazione di Opera, con Fusco in prima fila, ha presidiato quelle tende, ha lanciato slogan, fatto volantinaggi e cortei. Per affermare che a quelle 77 persone, già sgomberate da via Ripamonti, non doveva essere concesso il privilegio di restare in un campo fangoso nelle notti gelate di fine anno.
Il 21 dicembre, mentre si sta svolgendo un consiglio comunale straordinario, un commando invade il campo e appicca fuoco alle tende. A seguito di quella vicenda Ettore Fusco è indagato per istigazione a delinquere. Il settimanale berlusconiano «Panorama»[6] cita gli atti dell’inchiesta secondo cui Fusco, avrebbe incitato a occupare la tendopoli, affermando che la solidarietà ai nomadi non è fra gli interessi degli operesi. L’inchiesta si conclude a febbraio col proscioglimento di Fusco che, nella tornata elettorale di aprile, porta la Lega da meno del 5 al 12,5% e diventa sindaco di Opera.

E così, alla fine tutto torna alla signora garbata e alla sua frase, a quel ringraziamento al sindaco per aver spiegato alla cittadinanza che è giusto "non tenersi gli zingari" e che la solidarietà non coincide con gli interessi. Nemmeno a quattro giorni da Natale.


[1] Proprio mentre scriviamo queste righe il "Corriere" pubblica la notizia che, per l’edizione 2008 della kermesse, il sindaco ha accarezzato l’idea (poi rientrata) di ammainare il tricolore issando al suo posto il vessillo di guerra della Serenissima.

[2] Quest’ultimo è un dettaglio emerso con chiarezza dai lavori della Commissione parlamentare d’inchiesta sulla P2 ma che non stupirà, considerando la centralità di Verona nell’organigramma della Nato e la sua posizione strategica come presidio dello scacchiere nord orientale italiano. A partire infatti dal giugno 1951 (non a caso, anno di fondazione di Gladio in Italia) lo storico palazzo Carli di via Roma diventa sede del comando FTASE (Forze terrestri alleate del Sud Europa) e quando, nel novembre del 1990, Giulio Andreotti trasmette agli organi competenti un elenco con 622 ufficiali di Gladio, i nomi di veronesi sono numerosi. A riguardo: S. Paronetto, Poteri profondi, Kappa Vu, Udine 1996, pp. 58-61; G. Fasanella, C. Sestieri, G. Pellegrino, Segreto di Stato, Einaudi, Torino 20001, pp. 24-26; S. Flamigni, I fantasmi del passato, Kaos, Milano 2001, p. 269.

[3] S. Paronetto, Poteri profondi, ed. Kappa Vu, Udine, 1996; in particolare, per una dettagliata panoramica sui passaggi e i protagonisti della Tangentopoli veronese, si vedano le pp. 79-138.

[4] E. Del Medico, All’estrema destra del padre, ed. La Fiaccola, Noto (SR), 2004.

[5] «Matrix», 22 aprile 2008. La scena si ripete al «Porta a porta» del 30 aprile 2008: fra le celebrazioni per l’ascesa di Alemanno al Campidoglio, Tosi esalta a più riprese i blitz antelucani in cui i rom vengono sorpresi nel sonno e sgomberati dalla polizia municipale, guidata dal sindaco in persona. E mentre il primo cittadino di Verona lamenta un sistema legale che non lo aiuta a far scomparire definitivamente gli zingari da un territorio in cui «non sono graditi», Vespa incalza gli ospiti, adoperando categorie critiche come «immigrato buono» e «immigrato cattivo».

[6] 13 ottobre 2007.








pubblicato da t.lorini nella rubrica democrazia il 5 maggio 2008