Il «pianeta» Baudelaire

Graziano Dell’Anna



Letteratura ribelle

Se è vero, come sostiene George Steiner, che "la critica letteraria dovrebbe scaturire da un debito d’amore", con Il Ribelle in guanti rosa Giuseppe Montesano paga l’ennesima cambiale affettiva a Baudelaire e alla sua opera. Sulla scia di Oehler e Benjamin e appoggiandosi a versi, prose, passi di lettere e diari, annotazioni, disegni, atti processuali e articoli di giornale, Montesano fa letteralmente a pezzi "la leggenda del Baudelaire reazionario". Quella che ci restituisce è l’immagine di un poeta, pur nelle sue inestirpabili contraddizioni, perennemente votato alla rivolta: contro i lacci della tutela materna, quelli dell’utilitarismo capitalistico e dell’amore piccolo-borghese, sulle barricate del ’48 – vero e proprio spartiacque biografico e ideologico – e, dopo il colpo di stato napoleonico del 2 dicembre e la nascita del Secondo Impero, al fianco dei paria e sotto le mentite spoglie di incisore di versi per necessità oscuri e sfuggenti.

Ma in quale scaffale di libreria o in quale formula letteraria andranno stipate le oltre quattrocento pagine di racconto storico e biografico, analisi testuale e divagazioni su Charles Baudelaire? «Biografie»? «Critica letteraria»? «Romanzi»?

In effetti, pur presentandosi col biglietto da visita del saggio monografico, Il ribelle appartiene a quella recente letteratura sempre più restia a farsi addomesticare dalla distinzione per generi. La sua singolarità e trasversalità retorica risalta tanto più agli occhi nel confronto con le Opere baudelairiane curate dallo stesso Montesano e pubblicate da Mondadori, collana Meridiani, nel 1996. Dagli apparati critici di quel testo di undici anni fa, di cui Il ribelle può essere considerato a buon diritto l’evoluzione, Montesano ripesca spunti e intuizioni, ma abbandonando la rigorosa scansione interna per scheda biografica, cappelli introduttivi, note testuali e indicazioni bibliografiche. Gli ingredienti ben distinti nelle Opere, travasati nello shaker de Il Ribelle, ne escono fusi e amalgamati in un’indistinta purea narrativa, nel corpo di un testo omogeneo per struttura e stile dall’inizio alla fine.

Tuttavia, per quanto corredato di materiale biografico, il libro non è affatto una biografia, né tanto meno una biografia romanzata. La narrazione trascura costantemente l’ordine cronologico degli eventi e addirittura alcuni eventi, tra i quali quello fondante di una biografia: la nascita. Sono invece isolate e sviluppate le vicende più emblematiche della révolte baudelairiana. La prima inquadratura è quella centrale sulla pubblicazione delle Fleurs du mal, quindi l’obiettivo indietreggia verso un Baudelaire adolescente, poi quarantottino, ma continuando a muoversi con ripetuti flashback e fughe in avanti lungo le linee di continuità tra passato e futuro. Nel frattempo, l’eco di un personaggio secondario o di un evento timidamente affacciato in un capitolo, ritorna di volta in volta amplificata nei successivi, secondo una scrittura dall’andamento spiraliforme. Come se non bastasse, ogni volta che raggiunge un picco drammatico, la narrazione storico-biografica è provvisoriamente o parzialmente accantonata per dare spazio all’analisi critica di versi e prose. Il ritmo del racconto si smorza sebbene, come alle ricostruzioni storiche e biografiche, anche al momento più analitico – con l’incalzare delle interrogative, l’esposizione di dubbi e misteri, il procedere serrato del ragionamento – Montesano riesca a imprimere l’agilità e la suspense di un piccolo giallo interpretativo, una detective story delle parole.

Ma questi pit-stop esegetici, in cui l’autore rallenta più volte la corsa delle pagine per rifornire il motore del racconto di carburante critico, non bastano a far rientrare Il ribelle nel genere canonico dei saggi letterari. Il libro trabocca di modi affabulatori, perorazioni, svolazzi lirici ed è del tutto sguarnito di note testuali e indicazioni bibliografiche. Il lettore che, a fronte delle oltre quattrocento facciate imbottite di citazioni da poesie, prose, lettere, diari, atti processuali, riviste, giornali, rimandi a libri e ad autori, scorra le ultime pagine alla ricerca di un qualche apparato critico, resterà deluso nel trovarsi faccia a faccia con un’unica telegrafica riga finale dove si avverte che "Tutte le traduzioni di Baudelaire sono dell’Autore". In molti casi, anzi, la meticolosa puntualità delle ricostruzioni (un esempio: "con i soldi di una sua amante secondo i ricordi di Champfleury, con i propri e quelli del fratello secondo Charles Toubin"), aggrappata a se stessa nella vaghezza della citazione, dà l’impressione che nell’economia del libro le frasi virgolettate, più che fornire ragguagli e informazioni utili all’addetto ai lavori, funzionino romanzescamente come materiale di base per imbastire la storia.

Il ribelle porta così a fioritura un seme già interrato nel Meridiano baudelairiano, nella cui introduzione il curatore Montesano dichiarava la necessità di tener conto "della mutata funzione dell’edizione (la cui unica ambizione è quella di essere un libro tutto «da leggere», nella speranza che si realizzi l’auspicio di Novalis: «Non è ogni lettore un filologo?»)".

Il «personaggio» Baudelaire

L’"ambizione" smaccatamente narrativa, di libro "tutto da leggere", in cui il flusso argomentativo e il godimento del racconto non si disperdano nei mille rivoli di note e noterelle, oltre che dalla trama del libro e dal patchwork letterario delle citazioni, affiora dal lavoro che Montesano compie sui personaggi. Ne è un limpido esempio, prima ancora della figura centrale di Baudelaire, quella del rivoluzionario Blanqui.

Nel momento in cui Blanqui, avendo esercitato una forte influenza sul pensiero e l’immaginario ideologico dell’autore delle Fleurs du mal, sale sul palcoscenico delle pagine de Il ribelle, anziché aprire una parentesi biografica o ideologica sul sovversivo francese, Montesano lo introduce attraverso le descrizioni fisico-morali di Jules Breynat, Victor Hugo e Alexis de Tocqueville. Breynat: "I suoi capelli, imbiancati nelle prigioni e tagliati a spazzola, fanno emergere la cupa energia della sua figura spigolosa e accidentata; rughe profonde lo solcano. È una natura vulcanica e tormentata. Sotto queste apparenze di vecchiaia precoce, si sente un’anima di fuoco sempre giovane, sempre indomabile; essa si mostra in raggi di fiamma negli ardenti bagliori del suo sguardo". Hugo: "Era arrivato al punto di non portare più camicia. Sul corpo indossava lo stesso abito da dodici anni, il suo vestito della prigione, gli stracci che ostentava con cupo orgoglio nel suo club. Le privazioni, la miseria, gli stenti, i complotti, la cella lo avevano logorato.. Era pallido, di taglia media, di gracile costituzione. Sputava sangue…", e ancora: "A quarant’anni il suo aspetto era quello di un vegliardo. Aveva le labbra livide, la fronte rugosa, le mani tremanti: eppure si scorgeva nei suoi occhi feroci la giovinezza di un pensiero eterno". Quindi Tocqueville: "Allora comparve sulla tribuna un uomo che ho visto soltanto quel giorno, ma il cui ricordo mi ha sempre riempito di disgusto e di orrore", "Sembrava fosse vissuto in una fogna e ne fosse appena uscito. Mi fu detto che era Blanqui".

La presentazione del rivoluzionario non va oltre. È evidente che le citazioni non danno affatto le coordinate storiche dell’uomo Blanqui, di cui in realtà ne sappiano né più né meno di prima (qualcosa, semmai, verrà a galla con la solita ciclicità espositiva nei capitoli seguenti, dove Blanqui tornerà a più riprese a interagire con Baudelaire e con la trama del libro come una vera e propria sagoma narrativa). In realtà, anche in questo caso le citazioni servono a Montesano per abbozzare il ritratto del vegliardo rivoluzionario, carpirne l’aura romanzesca, costruire un personaggio letterario più che una vera e propria figura storica, nello sforzo di evitare la fredda e sterile digressione biografica per dare, invece, il senso della fascinosa oscenità esercitata da Blanqui su molti suoi contemporanei e, tra questi, su Baudelaire.

Lo stesso paradigma narrativo è applicato ad altri personaggi, come la négresse Jeanne Duval, ma vale soprattutto per l’autore delle Fleurs du mal. Per Baudelaire, tuttavia, l’assunzione a "personaggio" non è solo il risultato dell’impostazione di base dell’opera, cioè la tesi del poeta ribelle verso cui si dirigono e convergono tutti i capitoli del libro. È evidente che alla resa letteraria del ribelle in guanti rosa concorre in gran parte lo stesso Baudelaire, sempre impegnato a costruire se stesso come personaggio e anzi, secondo lo scrittore di Napoli, come più personaggi. Ecco quindi Montesano lanciarsi all’inseguimento delle metamorfosi fisionomiche, delle brusche sterzate caratteriali, delle contraddizioni psicologiche e ideologiche del poeta francese. Il distacco tra i minisaggi delle Opere del ’96 e quello che, in debito di formule, potremmo azzardarci a definire un "romanzo critico", è consumato e Montesano si candida a entrare nella cerchia di interpreti che, come affermava undici anni fa, "sia in studi specifici che in singoli saggi, hanno contribuito ad approfondire, a rinnovare e a volte a sconvolgere la nostra percezione del pianeta Baudelaire".

Eppure, ciò che separa la critica delle Opere dall’ultimo libro di Montesano non è tanto uno spazio temporale quanto letterario. Tra il Meridiano baudelairiano e Il ribelle non sono trascorsi semplicemente undici anni, bensì sono passate quattro opere narrative. A risentirne non è stata soltanto la scrittura di Montesano, ma la sua stessa cognizione di Baudelaire. Il poeta francese, infatti, è una presenza pressoché ossessiva dei romanzi montesaniani, ora trasfigurato in figure di dandy contradditori e rivoluzionari – il Poeta di A capofitto, il Maestro di Nel Corpo di Napoli, il Cardano di Questa vita menzognera –, ora disseminato nei temi tipici della conciliabilità dei contrari, della metamorfosi, del misticismo e, stilisticamente, nella mistura di alto e basso, di linguaggi e registri oscillanti tra grottesco e sublime. Col passare degli anni e delle opere, insomma, la scrittura saggistica e quella narrativa di Montesano, anziché divaricare le loro strade, si sono sempre più allacciate in una sorta di sistema a vasi comunicanti, per cui i personaggi dei romanzi di volta in volta incarnavano o accoglievano aspetti del Baudelaire criticamente studiato, mentre il Baudelaire storico andava parallelamente arricchendosi di scorie e sfumature letterarie.

Baudelaire c’est moi

Il Ribelle, insomma, sembra scavalcare i recenti necrologi sulla morte della critica per venirci a rassicurare che, come ogni minima particella di materia, anche lo sforzo di interpretazione artistica è sottoposto al primo principio delle termodinamica, e cioè che la critica letteraria non si crea né si distrugge ma, tutt’al più, si trasforma. E il risultato di questa trasformazione in Montesano non è molto distante, in fondo, da quello raggiunto in ambito cinematografico dalle docu-fiction dell’ultimo Herzog, dove il montaggio "romanzesco" di filmati documentaristici, pur non sconfinando nella pura fiction, è sempre qualcosa in più della semplice somma e giustapposizione degli spezzoni di realtà. E proprio come a Diamante bianco, a The wild blue yonder o Grizzly man, anche a Il ribelle manca il requisito fondamentale dell’opera saggistica, cioè la distanza.

Nel libro di Montesano, Baudelaire e la sua opera non sono semplici oggetti di studio, cavie morte o anestetizzate su cui infierire col bisturi della chirurgia critica. L’opera, semmai, si muove nella direzione opposta, secondo il senso di marcia di un appressamento ideologico e stilistico. Di qui, come in Herzog, lo straripare della voce autoriale e l’empatia con l’oggetto di studio, spesso sconfinanti nell’apologetico e nel panegirico. Tuttavia lo sforzo d’immedesimazione ideologica e stilistica, così come il piglio romanzesco del libro, anziché volgere la presunta obiettività del saggio in sterile fiction, è tutto teso a toccare con lo strumento della lingua un nocciolo di verità più profondo. È la lezione dello stesso Baudelaire fatta propria ancora una volta dallo scrittore di Napoli. Già nel Meridiano del ’96, infatti, Montesano chiariva che la saggistica baudelairiana non ha "nulla della critica nell’accezione accademica o strettamente tecnica del termine" perché unisce "in un equilibrio spesso assoluto le doti di penetrazione analitica del critico ad una passione della scrittura che è a suo modo un ulteriore strumento di indagine conoscitiva".

Montesano, in sostanza, pur essendo un raffinato cultore dell’esegesi letteraria e anzi proprio per questo, non si esime dal mettere i paletti alle possibilità dell’ermeneutica. In alcuni passi de Il Ribelle, infatti, il processo analitico è a tal punto esasperato da rivoltarsi contro se stesso. È ciò che accade quando, tuffatosi nel mare magnum delle infinite sfumature semantiche e fonetiche de La chevalure o di Invitation au voyage, Montesano arriva a dichiarare il testo "sigillato nell’intraducibile". O quando dell’analisi approfondita di una metafora o di un’immagine insolita lo scrittore di Napoli non si serve per spiegarla, bensì per dimostrare al lettore che quella metafora o immagine non va logicamente compresa, ma goduta nella sua poetica e irriducibile arbitrarietà. E ancora, tutte le volte che Montesano lascia intatte le contraddizioni baudelairiane, rinunciando al tentativo di ricomporle in un’unità forzosa quanto inverosimile, è l’esegesi che alza bandiera bianca e si arrende alla "ambiguità della poesia".

L’oggettività scientifica della critica letteraria, la capacità di smontare tutto e tutto spiegare, è insomma per Montesano una pretesa senza fondamento e la critica letteraria stessa, come la ragione umana e in quanto sua propaggine, deve riconoscere i propri limiti e arrendersi ad essi. Solo con questo estremo atto di umiltà e accorpando all’analisi "una passione della scrittura che è a suo modo un ulteriore strumento di indagine conoscitiva", l’esegeta può supplire alle carenze dell’ermeneutica e trasformare la critica stessa dal di dentro. Ed è con questa doppia formula di rigore analitico e coinvolgimento, di scrittura saggistica e narrativa, di spirito di geometria e moto di pancia, che Montesano ci accompagna alla scoperta del Baudelaire antiborghese, anticonsumista, antiprogressista e anticapitalistica che, dal fondo della seconda metà dell’Ottocento, sembra avere ancora molto da dire al nostro tempo.

Ma quello dello scrittore di Napoli non è un Baudelaire semplicemente attualizzato, bensì interiorizzato. Per chi conosce il Montesano narratore e critico militante, e sa la forte carica ideale e conflittualità col proprio tempo inscritte nel suo dna ideologico, è evidente come il libro tratti, attraverso il paravento della critica baudelairiana, i temi della ribellione a lui cari e sia esso stesso un atto rivoluzionario: di révolte stilistica contro i modelli della critica accademica, ideologico-letteraria contro la vulgata del Baudelaire reazionario e ideologico-politica contro la società contemporanea. Ed è per questo che, letta l’ultima pagina e messo il libro da parte, resta forte l’impressione che lo scrittore di Napoli abbia inscenato l’ennesima emulazione del poeta dello spleen, dei suoi travestimenti e giochi di specchi e che, proprio come "quel Poe che nel saggio del 1852 era il sosia di Baudelaire", il Baudelaire de Il ribelle in guanti rosa non sia altri, in realtà, che il sosia di Montesano.

(pubblicato su Nuovi Argomenti, vol.41)








pubblicato da t.scarpa nella rubrica libri il 1 maggio 2008