La questione settentrionale

Gianfranco Bettin



La questione settentrionale ritorna a segnare, radicalmente, il quadro politico nazionale. Le elezioni del 13 e 14 aprile la consegnano al parlamento e al governo prossimi venturi e ne certificano l’insopprimibile centralità. Una centralità che il governo Prodi non ha mai davvero saputo assumere, anzi, che si è peritato spesso, nelle parole e negli atti di alcuni suoi esponenti, di negare o di annacquare o di riformulare in altri termini, dipingendo spesso Nord e Nordest come la terra dei padroncini rancorosi e ignoranti, nonché evasori fiscali e razzisti, o giù di lì. Con il solo risultato di proporsi, al Nord e in particolare nel Nordest, come un governo, e anzi come un intero ceto politico, lontano dagli interessi, dai bisogni, dalle attese di quelle regioni, in particolare dalla richiesta di federalismo, fiscale e istituzionale, che è il vero motore potente della dinamica politica del Nordest (come ricordano anche figure diverse come Giancarlo Galan o Massimo Cacciari, o come Riccardo Illy, da ieri ex governatore del Friuli Venezia Giulia, che certo ha pagato caro questo deficit politico e culturale del centrosinistra italiano e del suo governo).

Questo spiega, in parte, il successo straordinario ottenuto dalla Lega Nord in queste elezioni. Ma ciò che lo spiega di più, e più strutturalmente, sta nella capacità del partito di Bossi di configurarsi, ormai in oltre vent’anni, come la forza politica più organicamente capace di interpretare la nuova composizione sociale regionale, in particolare la piccola e la media impresa, gli artigiani, moltissimi dei quali di origine contadina e operaia, le nuove figure del lavoro, ma anche quelle "geocomunità" e quel "capitalismo personale" che, secondo gli analisti più attenti (a cominciare da Aldo Bonomi, si veda il suo recentissimo Il rancore. Alle radici del malessere del Nord, edito da Feltrinelli, che rielabora un saggio precedentemente apparso nel recente numero degli Annali della stessa editrice dedicato alla questione settentrionale), rappresentano dimensioni sempre più centrali, nel contesto segnato dalle tensioni e dalle inquietudini, oltre che dalle opportunità, della globalizzazione.

Questa realtà sociale e politica ha, non di rado, aspetti, espressioni e pulsioni che possono giustificare diffidenze e deprecazioni, ma che non può essere ridotta a questo (e neanche al modo, a volte certo "scandaloso", in cui certi esponenti politici si esprimono). La stessa Casa delle Libertà, oggi Partito della Libertà, che pure ottiene grandi risultati nel Nord, a volte stenta a tenere un rapporto solido con questo mondo e la crescita della Lega in queste elezioni può essere vista anche come l’esito di un voto che, autonomo sulla scheda che pure l’apparentava a Berlusconi (e dunque certamente un "voto utile", non a rischio di dispersione e inefficacia), consentiva una distinta affermazione sia identitaria che politicamente e programmaticamente specificata.

Un voto utile al cubo, per così dire, agli occhi di quegli elettori: contro questa sinistra e il governo Prodi e tuttavia distinto da un Berlusconi non sempre reputato affidabile, oltre che in favore di una forza radicalmente territoriale e naturalmente post ideologica e per certi aspetti, anche se può sembrare paradossale per un partito, post politica. Ma la fortuna della Lega Nord dipende anche dall’incomprensione viscerale che nei suoi confronti manifesta quasi tutto il ceto politico romano, che volentieri ama dipingerla come gli piacerebbe che fosse e non per quello che davvero è, radicata in queste terre e agli occhi dei suoi abitanti ed elettori. È la stessa incomprensione che circonda la questione settentrionale nel suo insieme. Il tentativo di dissolverla nella più generale questione italiana o di ridurla alle espressioni più grevi e rozze di taluni politici fallisce da troppi anni per non dover insegnare qualcosa almeno oggi, dopo la tempesta elettorale di aprile.

Questo articolo è apparso sui quotidiani del gruppo Repubblica-L’Espresso il 15 aprile 2008.








pubblicato da t.scarpa nella rubrica democrazia il 29 aprile 2008