Joy Division, dalla caverna alla stanzetta

Silvio Bernelli



Una sera dell’autunno 1979 la radio sparò nella mia stanzetta di adolescente una ritmica compressa e aggressiva. Pochi secondi e un giro di basso si aggiunse alla batteria: una pulsazione profonda e melodica come mai si era sentita prima. Poi fu il turno della chitarra, dopo ancora di una voce satura di sonorità abissali, come se il cantante avesse eseguito la registrazione da dentro una caverna. "Aspettavo una guida che venisse a prendermi per mano" gridava.

Dire che quel pezzo alla radio suonasse del tutto nuovo è poco; sembrava proprio musica da un altro pianeta. Era Disorder, la canzone che apriva Unknown pleasures il primo capolavoro della band inglese Joy Division. Con alle spalle solo un mediocre 45 giri, ma forte di un nome-shock che richiamava le baracche delle prostitute all’interno del Lager nazisti e di un talento assolutamente originale, la band di Manchester riusciva con Unknown plaeasures a imporsi all’attenzione della scena post punk grazie a suoni aggressivi e testi malinconici. Autore delle liriche era il cantante Ian Curtis che nei mesi successivi avrebbe prestato la voce ad alcune delle canzoni più belle di sempre. Tra queste vanno ricordate almeno Transmission, Atmosphere e la celebre Love will tear us apart, ripresa poi negli anni da ogni tipo di musicisti: dal mieloso Paul Young agli sperimentali Swans, che ne firmano probabilmente la cover più bella.

La notizia del suicidio di Ian Curtis, appena ventitreenne, arrivò nella mia stanzetta d’adolescente pochi mesi più tardi, sempre attraverso la radio. Il cantante si era impiccato il 18 maggio 1980. La morte del frontman proiettò il nuovo disco dei Joy Division, Closer, in testa alle classifiche in Gran Bretagna. Da lì in poi la band avrebbe continuato una carriera da leggenda con la nuova denominazione New Order e Ian Curtis sarebbe rimasto per sempre nell’olimpo del mito rock.

Alla parabola dei Joy Division e alla personalità complessa di Ian Curtis è dedicato Control, film d’esordio del talentuoso fotografo olandese Anton Corbijn. Presentato con successo allo scorso Festival di Cannes, è basato sul libro Così lontano, così vicino scritto da Deborah Curtis, moglie di Ian, pubblicato in Italia da Giunti. In un rigoroso bianco e nero il film ripercorre la vicenda del cantante; l’adolescenza nel popolare sobborgo di Macclesfield; l’incontro con gli altri membri della band a uno show dei Sex Pistols; la comparsa dell’epilessia; l’incontro con l’amante Annick e le successive crisi famigliari con Deborah; la controversa fase finale terminata con un suicidio che a molti sembrò l’epilogo più corretto per chi cantava con trasporto di una vita triste e priva di vie di fuga. Tra le scene migliori, restano nella memoria Ian che s’incammina all’ufficio di disoccupazione, dove lavora come impiegato, con la scritta Hate (Odio) sul giubbotto; l’attacco epilettico che mette fine a un concerto; la paranoia che coglie il cantante all’entrata in scena in una delle ultime esibizioni, interrotta sul nascere da una rissa tra pubblico e membri del gruppo.

Molto intensa la parte finale sul suicidio, che Corbijn non mostra mai, in segno di rispetto per la triste scelta di Curtis.

Sobrio, molto composto, ben recitato dalla coppia di attori Sam Riley-Samantha Morton nelle parti di Curtis e della moglie, Control riesce insomma nell’intento di portare sul grande schermo non solo la storia del gruppo di Manchester, ma anche la sua anima.

Uscito in diversi Paesi con buoni riscontri di critica e pubblico, il film sembrava destinato alle sale cinematografiche anche qui in Italia. I soliti problemi distributivi (leggi: gli addetti ai lavori hanno giudicato il film troppo poco commerciale) hanno però privato migliaia di appassionati della possibilità di godersi il film sul grande schermo. Così, prima o poi, Control uscirà direttamente in dvd. Sempre ai fan della band di Manchester è dedicata la biografia Joy Division - Broken heart romance di Marco Di Marco appena pubblicata da Arcana Editrice, arricchita in chiusura da una dettagliata appendice con discografia aggiornata. Nato nel 1976, autore della monografia Air. French touch (Arcana, 2003), Di Marco è un collaboratore del magazine Il Mucchio. Ha pubblicato racconti su Linus e nel 2007 è stato inserito nell’antologia di scrittori esordienti Voi siete qui, edita da minimum fax.

Di Marco sceglie i sofferti testi di Curtis come filo narrativo per raccontare, con il piglio del critico musicale e la passione del fan, la vicenda dei Joy Division. E così Broken heart romance si dipana attraverso l’analisi di ciascuna canzone firmata dalla band, senza però dimenticarsi di descrivere la scena punk prima e new wave poi che ruotava intorno alla band, o analizzare l’impatto che il lavoro di molti collaboratori, in primis il produttore discografico Martin Hannet e l’art director Peter Saville, ha avuto sul gruppo.

Di più, mettendo a confronto le liriche dolenti di Curtis con le vicissitudini della sua vita privata, Di Marco racconta la storia dei Joy Division da un punto di vista tutto intimo. A questo approccio tipico della critica musicale più avvertita si accompagnano citazioni e stralci di libri e articoli presi di peso dai giornali underground dell’epoca, inglesi in maggioranza, ma in più di un caso anche italiani.

L’analisi di ciascun testo è capace di guidare il lettore alla scoperta della visione del mondo di Ian Curtis, probabilmente il cantante-poeta che, insieme a Kurt Cobain dei Nirvana, meglio di chiunque ha saputo raccontare – e poi purtroppo incarnare - il disagio giovanile in tutte le più dolorose sfaccettature. Ne è un esempio She’s lost control, in cui Curtis mette in scena la vicenda di una ragazza epilettica, in cui aveva per la prima volta visto dal vivo l’esplicitarsi del Grande Male di cui lui stesso avrebbe sofferto.

"Ho perso di nuovo il controllo/ Ma si espresse in molti modi/ Finché perse di nuovo il controllo/ E camminava al limitare di un vicolo cieco e ridendo diceva/ Ho perso il controllo." Di Marco fa notare quanto la descrizione della crisi da cui è colpita la ragazza assomigli alle performance a cui lo stesso Curtis si abbandonava duranti i concerti. Più pessimisti e oracolari invece i versi di Atrocity exhibition, un pezzo che fin dal titolo, (La mostra delle atrocità), richiama uno dei capolavori del visionario scrittore inglese J.G. Ballard: "Vedrete gli orrori di un corpo remoto/ Incontrerete faccia a faccia gli architetti della terra/ Vedrete genocidi di proporzioni mai viste/ E tutti quelli che ci hanno dato dentro per realizzarli." Di Marco pone qui l’accento su un: "distacco testimoniale che cede a una partecipazione morale". Ed è nel continuo oscillare tra questi due poli che l’autore sembra trovare la chiave di lettura della poetica dei Joy Division. Un gruppo che ha lasciato il segno per tutti quelli che, ascoltando la radio nella propria stanzetta da quindicenni, scoprirono che con rabbia e tristezza si poteva inventare una musica rivoluzionaria. E anche morirne.

Pubblicato su l’Unità, aprile 2008.








pubblicato da t.scarpa nella rubrica musica il 28 aprile 2008