Il meraviglioso mondo degli Aristodem

Teo Lorini



Difficile riassumere in poche righe un libro come AristoDem di Daniela Ranieri (Ponte alle Grazie, pp. 275, euro 16). Cominciamo allora dai suoi protagonisti: Luciana, Gaia, Glauco, Froidiana e c. sono una compagnia di privilegiati benestanti, novelli radical-chic, che hanno come riferimento ideologico la sinistra e che si riuniscono con i loro simili in spettacolari terrazze romane dove condividono e confrontano fascinazioni esotiche ed elitari clichè, tic e ossessioni, comportamenti e modi di dire. Composto in una lingua suntuosa, nutrito di ottime letture, AristoDem è allo stesso tempo un sulfureo pamphlet letterario e un esilarante romanzo-conversazione che ha come nume tutelare Alberto Arbasino e che dovrebbe essere obbligatorio nelle librerie di chi si professa di sinistra. Queste pagine, tanto divertenti quanto sferzanti, sono l’occasione di un salutare esame di coscienza, per constatare (e magari contrastare) l’Aristo-democratico che si annida dentro di noi e inquina, con le sue pose velleitarie e la sua indulgenza per le proprie mancanze e i propri torti, l’ideale che la sinistra ancora dovrebbe incarnare.


All’inizio del libro compi una rassegna del modo in cui ogni paese ha dato un nome al fenomeno che tu analizzi: gauche caviar in Francia, Salonkommunist in Germania e naturalmente i pionieri del genere, ovvero gli statunitensi per cui Tom Wolfe coniò la definizione di radical chic . Quali sono le differenze più spiccate tra i rivoluzionari da salotto della New York anni ’70 e gli aristodemocratici da terrazza romana?

I radical chic di Tom Wolfe, i Bernstein, i Lumet, ecc., appoggiavano ideologicamente e finanziavano materialmente il Black Panther Party, il movimento di neri americani che rivendicavano diritti contro il potere, anche dei ricchi. Questi di cui parlo io non ci pensano nemmeno: sono dei moderati, più democratici che rivoluzionari, più conservatori che radicali.
Ma di quei radical chic hanno conservato l’atteggiamento contraddittorio, il grande potere d’acquisto, e una certa “nostalgia del fango”, per il povero e il proletario. Purché se ne stiano a casa loro o nelle periferie.

Una delle loro cifre distintive è l’impulso irrefrenabile a fuggire, a smarcarsi da chi mostra di apprezzare quello che, fino a quel momento, piaceva solo a loro: quando qualcosa (un vino, un accessorio, un luogo di villeggiatura, una pratica salutista) assurge a una popolarità appena più ampia del perimetro della propria cerchia amicale, viene rifiutata e guardata con orrore…

Nel libro c’è l’esempio di Starbucks: quando Luciana scopre che tutti vanno da Starbucks, e che l’atmosfera retrò dei locali della catena che pensava di conoscere e apprezzare solo lei è sulla bocca di tutti, lei comincia a disprezzarlo. Nella sua mente e nelle sue preferenze è diventato una specie di McDonald’s del caffè. I miei AristoDem agiscono e preferiscono in ottemperanza al principio che se una cosa piace a tutti non può piacere a loro: è un esempio di come l’anticonformismo a volte può sposare il massimo del razzismo.

Per un libro come il tuo, che seziona senza sconti l’elitarismo compulsivo, la spocchia, le contraddizioni dell’intelligencija di sinistra c’è il rischio di essere strumentalizzato da destra (tantopiù da una destra spregiudicata come è quella forgiata da vent’anni di berlusconismo) al grido di “rossi o neri, alla fine sono tutti uguali”. Come ti sei premunita contro questa eventualità?

In nessun modo perché non lo reputavo un pericolo ma, come dico nelle prime pagine, una conseguenza prevedibile e anche necessaria. E infatti è successo: i giornali di destra hanno recensito il libro appena uscito, anche pregevolmente, passando sopra alla mia avvertenza che non si sarebbe prestato a servire da sostegno alle loro posizioni. I giornali diciamo di sinistra lo hanno o ignorato, o snobbato, o trattato come un libro di destra nonostante sia esattamente il contrario.

Mentre leggevo il tuo libro, mi era inevitabile pensare al gruppo di pseudointellettuali da salotto che si bea della propria dissipazione in La grande bellezza. Jep Gambardella è un AristoDem?

I personaggi del film di Sorrentino sono un po’ più cafonal dei miei, e il loro cinismo è meno raffinato. Però c’è la scena della performance sotto l’acquedotto che somiglia in modo impressionante a una scena del mio libro, uscito negli stessi giorni de La grande bellezza.

E veniamo ai protagonisti del tuo pamphlet. Luciana e la sua corte di ottimati da terrazza sono modellati su persone realmente esistenti: come ti sei imbattuta in loro?

Non è interessante calarli dentro la mia biografia. Quello che c’è nel libro è vero e non vero: quel mondo è affascinante perché a dispetto dei proclami è sostanzialmente disimpegnato e perché conoscere certa gente è un vantaggio in termini professionali, specie per chi vuole fare lavori che hanno a che fare con la cosiddetta cultura.

Dal tuo libro emergono le contorsioni linguistiche con cui gli AristoDem si esprimono. Che ruolo gioca nel loro modo di parlare l’ossessione contemporanea per il politically correct?

_ Altro che ossessione. Loro sono proprio matti. È vero che il linguaggio non è mai neutro e innocente, ma gli AristoDem procedono per castrazioni, fino a diluire qualunque tipo di verità possa passare attraverso la lingua. Non vogliono offendere i deboli che stanno dall’altra parte del mondo, gli aborigeni sono sacri. Poi, magari, si fanno aiutare dal commercialista per rubare sui buoni carburante, o reclamano con l’amministratore di condominio perché gli incolti del piano di sotto guardano la tv col volume alto.

Come tutti i codici, i lessici esoterici, il timore è quello di sbagliare, di evidenziare con un errore la propria estraneità. Quanto tempo ci è voluto perché tu fossi iniziata a questo linguaggio segreto? E quanto ti è costato?

Niente. È bastato ascoltare i discorsi delle persone vere e poi dare sfogo a tutta la rabbia e alla nevrosi che mi avevano generato. Ci mancherebbe adesso che mi venissero a dire: Ma noi non parliamo così!

Ti propongo un gioco: prendiamo due aspetti dei cosiddetti consumi culturali e tu mi tratteggi l’approccio tipico di un aristodemocratico. Ti va?
Cominiciamo con il cibo...

Non so se ho capito il gioco, ma proviamo. Gli AristoDem sono ossessionati dal cibo. È uno degli ambiti in cui si sentono chiamati a migliorare il mondo. La fissazione per il biologico, il chilometro zero, il D.O.C, il D.O.P., è una stilizzazione del loro senso di esclusività e di superiorità sugli scemi che ancora non hanno capito dove sta la qualità e quanto valga la pena spendere 80 euro per un chilo di prosciutto iberico.

Consumo numero due: letteratura.

Non capiscono niente se non quello che pensano ci si aspetti che loro capiscano. Leggono romanzetti di signore francesi appassionate di foulard e zuppe di cipolle con lo stesso spirito e la stessa attenzione con cui leggono Cioran o Kafka. Sono sentimentali, e sono privi di sentimenti letterari. Odiano tutto quello che è troppo commerciale perché hanno un’idea elitaria della letteratura: potrebbe essere una posizione rispettabile come altre, ma il fatto è che loro, lo ripeto, non capiscono niente.

Mi ha colpito la tua analisi del meccanismo per cui, fra gli AristoDem, familiari e amici stretti godono di una sorta di status ereditario che li pone ‘naturalmente’ in condizione di ambire a lavori, case, risorse che mai saranno disponibili per gli altri, quegli “altri” per cui pure (a parole) i nostri ottimati si battono. È un sistema che funziona senza tangenti o estorsioni: quelli sono metodi volgari, per gente disonesta. Tu delinei un quadro di interventi capillari ma invisibili come la rete di conoscenze che i nostri radical chic sfruttano senza il minimo rimorso. In altre parole, quando uno di loro alza il telefono per ottenere al parente o all’amico un finanziamento statale, un posto di lavoro ecc., lo fa convinto di non compiere nulla di illecito, anzi, di premiare il merito. Qual è, a tuo modo di vedere, la conseguenza più grave di questo modo di pensare e agire?

La conseguenza è già in quel modo di agire. Io non sono contraria alle raccomandazioni: se una persona ha un talento strepitoso, e io me ne accorgo, lo dico a chi può farla lavorare, e lo faccio nell’interesse di entrambe le parti e anche nel mio, perché sono convinta in buona fede che una persona brava in più al lavoro possa migliorare il mondo in cui vivo. Ma se questo trattamento è riservato solo a gente che appartiene al mio mondo, e tutti gli altri ne sono esclusi per il fatto di non appartenervi, ecco che si perpetrano meccanismi di casta. Il discorso del merito è ancora più ambiguo: chi stabilisce i criteri per cui qualcuno è meritorio? Il voto della maturità? Ma per favore. Un quiz approntato da un Ministro dell’Istruzione, tipo la Gelmini? Stiamo a posto. Un test di una università in cui insegnano docenti diventati ordinari dopo aver passato un concorso indetto per farli diventare ordinari? Andiamo bene.

Questo libro infine, parla anche di un distacco. C’è qualcosa che rimpiangi degli anni delle terrazzate?

Hanno la vista migliore di Roma. Solo gli Istituti religiosi o i pii alberghi che non pagano l’IMU hanno una vista simile. Per vederla dovevo farmi suora oppure sopportare gli AristoDem.


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Daniela Ranieri, scrittrice e saggista, ha pubblicato il romanzo Tutto cospira a parlare di noi (Ponte alle Grazie, 2012) e il saggio De erotographia. Nuove scritture del desiderio (Castelvecchi, 2004). Collabora con diverse testate e inserti a carattere culturale e ha scritto documentari e reportage per la TV. Su panorama.it cura il blog Carnation che parla di libri e ossessioni letterarie.








pubblicato da t.lorini nella rubrica libri il 10 dicembre 2013