Mai così languida

Serena Gaudino



Napoli così, prima non s’era mai vista. Dipinta a tinte fosche, languida, bagnata, sfinita. Sul punto di sparire. Disciolta in mille rivoli. Nel film di Alessandro Rak L’arte della felicità.




Presentato a Venezia l’estate scorsa, L’Arte della felicità approda ora nelle sale cinematografiche di tutta Italia: un film di animazione per adulti che coglie tutti gli aspetti più critici della città partenopea e li lega al filo rosso della speranza.

Sergio era un bravo pianista, suo fratello un violinista. Suonano insieme, compongono pezzi importanti, sono molto conosciuti nell’ambiente. Un giorno Il fratello di Sergio decide di partire. Di andar via. E non tornare più.
Si trasferisce in un tempio buddista e lì resta finché non muore.
Intanto Sergio accusa il colpo, lascia la musica, rileva il taxi di suo zio e gira per la città di giorno e di notte senza più tornare a casa, facendo del taxi la sua nuova casa.
Naturalmente risponde alle chiamate della radio e quindi si trasferisce da una zona all’altra: da piazza San Domenico a via Roma, da Posillipo ai quartieri, da Chiaia alle zone più limitrofe della città: che ruota attorno a un vulcano gorgogliante, sempre sul punto di mettersi a fumare, di esplodere, eruttare. Distruggere tutto. A cominciare dai sogni. Sergio quindi si chiude dentro. E lascia il mondo fuori. Che però ogni tanto si affaccia alla sua solitudine attraverso le persone che carica e che gli raccontano la vita, propria o di altri, oppure fatti, notizie, impressioni. E mentre ascolta, a lui vengono in mente, a sprazzi, spezzoni di vita passata vissuta con accanto sempre il fratello più grande.
Mentre la voce dello speaker della radio L’Arte della felicità scandisce le ore e elargisce ogni tanto pillole di saggezza. Che a Sergio piacciono moltissimo soprattutto se parlano di anima, di karma, di ritorno a casa…
Intanto piove. Piove ininterrottamente da giorni. La pioggia picchietta sul vetro dell’auto che fende il temporale infinito. Scansa cumuli e cumuli di spazzatura: sacchetti aperti, cassonetti che traboccano.
A comparire sulla scena è la Napoli prima della crisi e poi la Napoli in piena crisi. Colorata di grigio e giallo tufo che odora di mare in tempesta e di salsedine.
A fare la differenza sono gli ospiti del taxi di Sergio: Antonia che fa la cantante, zio Luciano, lo speaker e un gallerista.
Ognuno con una storia intensa e forte, ognuno con una massima, una riflessione, un pensiero che ruota attorno alla speranza, di vita e di morte.
Oltre a raccontare una storia emozionante, con un cast e una buona produzione però il film secondo me è interessante anche per altri motivi che sintetizzo per punti.

Città
Non fa solo da sfondo ma è protagonista della storia: è un personaggio dialogante che lancia messaggi a cui tutti sono tenuti a rispondere. La pioggia, per esempio, è un motivo ricorrente. Nel film come nella realtà. Ma il cielo umorale la salva dal grigiore. Un cielo che mescola anima e colore e che cambia, diventa sempre qualcos’altro. Basta solo attendere, perché torni il sereno. E nell’Arte della felicità il cielo è così, come le persone: slacciato e molle in qualche caso e teso e azzurro, felice in qualche altro. Dalla città si fugge. Alfredo, il fratello di Sergio lo ha fatto… poi si scopre il perché ma, inizialmente la fuga è verso l’incognito. E per chi resta torna spesso la domanda “perché non te ne sei andato?” a cui Sergio risponde: “Perché sogno di vederla rinascere da vicino”, la città. Napoli qui chiede il progetto di vita, vuole che tutti abbiano qualcosa nel futuro perché sta “tornando il senso delle cose, e la gente sta tornando a capire” – si squarcia il velo dell’indolenza fino al punto da pensare che forse però “il problema sta nel fatto che non sappiamo se quel che capiamo ci piacerà ancora”

Buddismo
Sono chiari e forti i richiami al buddismo e anche alla manifestazione chiamata proprio L’arte della felicità che Stella da anni promuove aprendo un dialogo sempre più profondo sull’arte della vita. Dai segnali stradali che ne riportano il logo al papillon dello speaker della radio che guarda caso si chiama L’arte della felicità. I templi, la pace interiore di un mondo così diverso dalla città, il distacco forzato, il superamento del dolore, la perdita e il ritrovamento della propria strada, dei propri obiettivi, della propria vita. E il karma, ovvero la vita precedente e ancora la speranza per quella nuova. Nel film a un certo punto si dice che l’uomo ha tre geni: il padre, la madre e… la vita precedente.

Pensiero
Riflessione e pensiero come scienza di vita, come elementi indispensabili per tirare avanti. Ma anche per indagare e restare lucidi e fedeli ai propri ideali, ai propri desideri stando attenti a intercettare i propri bisogni. Nel taxi di Sergio di frasi filosofiche se ne sentono tantissime: “vivere in pace con i ricordi”; “l’infelicità non ha motivi, non ha ragione”; “quando la missione sulla terra è finita la strada corre dritta verso l’apocalisse”; “fare le cose che più ti rendono felice”; “dar nuova vita alle cose che gli altri buttano via”; “se arriva la fine, mica mi dispiace più di tanto”… e alla fine: “morire sani, non è peccato?”

Costruito con grande professionalità L’Arte della felicità è un esperimento di cooperazione artistica di ottimo livello. La produzione è firmata MAD: ovvero impresa folle tutta napoletana che si occupa di musica, animazione e documentari.
La sceneggiatura è scritta a due mani da Luciano Stella, fondatore anche del MAD, e Alessandro Rak, mentre le musiche originali che accompagnano molto bene tutto il film sono di Antonio Fresa e Luigi Scialdone.
Molti altri protagonisti di questa impresa sono miei cari amici: Patrizia Di Martino è la voce di Erika, la fidanzata invisibile di Sergio; Lucio Allocca la voce di zio Luciano, Renato Carpentieri che ha prestato la voce a Sergio, il disegnatore Daniele Bigliardo, già autore di Dylan Dog e autore tra l’altro delle tavole del mio libro per bambini pubblicato da Colonnese e Tilapia Edizioni All’ombra delle due torri (della serie Il principe di Sansereno, di cui sono stata continuity editor fino al 2006) e il caro Nicola Barile anche lui compagno della stessa avventura e che ora sta realizzando un bellissimo cartone ispirato proprio al Principe di Sansereno.
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pubblicato da s.gaudino nella rubrica cinema il 26 novembre 2013