Il mondo senza Weisman

Laura Russo



«Quando noi ci siamo ella non c’è, quando lei c’è noi non ci siamo». Con queste parole Epicuro esortava i suoi a non avere paura della morte. Eppure ci sono casi in cui l’argomento del filosofo greco vacilla: l’uomo che ama e che è amato, ad esempio, soffre pensando a coloro che lascerebbe e che lo rimpiangerebbero. Ma quando a scomparire è tutta l’umanità, cade pure la possibilità che ci sia qualcuno a fare la conta dei morti, delle rovine e delle eventuali rivincite.

Dunque, a che pro dedicare un intero libro a ciò che farà la natura quando la specie umana sarà finalmente estinta? Ma soprattutto, citando ancora Epicuro e in qualche modo il falsificazionismo di Popper, che senso ha parlare del mondo senza di noi, quando non ci sarà nessuno in grado di vederlo? Sembra questa un’elucubrazione fine a se stessa, a meno che non si accetti di abbandonare la consueta prospettiva antropocentrica, per elevarsi a un livello trascendente, dal quale l’uomo non appaia che come una sfortunata eventualità.

Ed è proprio ciò che il lettore è chiamato a fare, percorrendo le pagine de Il mondo senza di noi, l’esperimento mentale del giornalista e accademico statunitense Alan Weisman. Il pretesto del libro è infatti un viaggio immaginario nei giorni, gli anni e i millenni successivi alla fortuita e improvvisa scomparsa dell’uomo dalla faccia del pianeta. Il fatto poi che l’intero esperimento sia condotto con i numeri e il linguaggio della scienza catapulta quest’ultima in una dimensione metafisica che non le appartiene più almeno dall’inizio dell’età moderna.

Ecco il preludio:

«Più di una volta, speranze folli e ostinate hanno ispirato mosse creative capaci di strappare le persone alla rovina. Tentiamo allora un esperimento creativo: immaginiamo che il peggio sia accaduto. L’estinzione degli umani è un fatto compiuto. […] Quanto ci metterebbe la natura a recuperare il terreno perduto e ristabilire l’Eden così come doveva risplendere e profumare il giorno prima che Adamo, o Homo habilis, facesse la sua apparizione? Riuscirebbe a cancellare le nostre tracce? A disfare le nostre monumentali città e opere pubbliche, e a ridurre a elementi benigni di base le nostre miriadi di prodotti plastici e composti tossici? O alcuni di essi sono talmente innaturali da risultare indistruttibili?» (pp. 6-7, enfasi mie)

Dopo queste poche righe, mi sono chiesta se sarebbe stato possibile leggere l’intero saggio senza lasciarmi vincere dalla sua retorica, dalla magia delle parole che di soppiatto l’autore infila qua e là: una nota di biasimo, un sospiro di sollievo, una sfumatura di valore schiacciata tra due termini in gergo chimico.

I segni del progresso sono dipinti in questo libro come sintomi di degenero e la futuribile estinzione dell’uomo come l’espiazione di una colpa. La natura prende la forma di un maestoso organismo, che si scrolla di dosso – ora con un soffio, ora grazie a un paziente lavorio – le tracce dell’umanità. Sono belle le narrazioni in cui la natura liberata si carica di caratteri maliziosi e litigiosi, mentre altrove la sua vendetta assume il tono biblico delle piaghe.

Ogni intervento dell’uomo sul pianeta che sia successivo al XIX secolo è rappresentato da Weisman come manipolatore. Il nostro sviluppo energetico, scientifico e alimentare costituisce un progressivo oscuramento dello splendore del mondo. Perfino le malerbe – «altrimenti note come biodiversità» (p. 328) – , che ricopriranno le rovine delle nostre abitazioni, delle fabbriche e delle piantagioni, sono salutate come il simbolo di un pianeta che si rigenera.

Girovagando per la rete, in verità, non mi è stato difficile trovare voci che inneggiano a Weisman e alle sue fantasie distruttive. Se l’ambientalismo è vecchio di quasi mezzo secolo, la furia apocalittica e vagamente teocon di cui si colora negli ultimi anni mi sembra nuova e mi spaventa.

Il dopo che costella il libro, innanzitutto, è già un dopo metafisico: che senso ha parlare di un poi post-umano, quando il tempo stesso è una categoria intrinsecamente umana? Attraverso il suo linguaggio, le sue immagini e il fondamento teorico del suo lavoro, Weisman ci costringe ad abbracciare una prospettiva trascendente, il che, in un saggio che non si definisce né fantascientifico né ricreativo, è preoccupante.

Inoltrandosi nella lettura, appare sempre più chiaro come la radice del peccato umano stia nella sua evoluzione. Weisman non scrive «Il mondo sarebbe diverso, se noi non esistessimo», bensì: «Quello che resterebbe in nostra assenza non sarebbe lo stesso pianeta che se non ci fossimo mai evoluti» (p. 8, enfasi mia). E fa bene, perché nel primo caso si sarebbe esposto alla facile obiezione secondo cui noi siamo parte della natura, così come tutte le altre specie viventi: quella sopra sarebbe una semplice tautologia.

L’opzione scelta da Weisman invece nasconde risvolti concettuali più profondi: se il problema è l’evoluzione ed è questa a essere contrapposta alla natura, significa che a un certo punto della sua storia l’uomo è schizzato fuori dall’ordine naturale delle cose. Anzi, significa che la categoria stessa dell’evoluzione, così come è stata collocata da Darwin in questo ordine naturale, è incriminata in nome di qualcosa d’altro. Questo qualcos’altro, che in quanto opposto alla natura di Darwin dovrebbe chiamarsi metafisico, qui si chiama naturale con la lettera maiuscola.

Ed è proprio questa metafisicizzazione della natura a permettere a Weisman di colorire la sua trattazione della scomparsa dell’uomo con i toni della colpa e dell’espiazione; di farci accettare con disinvoltura i suoi salti logici e cronologici di secoli e millenni; di propinarci le sue ambigue associazioni tra un passato ancestrale e un futuro luminoso e puro; di farci leggere senza una punta di sconcerto i suoi orgogliosi richiami alle associazioni che, in tutto il mondo, lavorano per ricreare virtualmente e nei minimi dettagli le foreste che occupavano Manhattan prima del Seicento o per reintrodurre sulle coste statunitensi dell’Atlantico e del Pacifico i predatori di punta e la megafauna che vi mancavano dal Pleistocene.

Alla fine del libro, il cortocircuito tra scienza e metafisica si fa sempre più vorticoso e, come spesso avviene nelle recenti apocalissi cinematografiche e letterarie, fa capolino Dio. Quello di Weisman si confronta con il Giorno del giudizio dei principali culti religiosi e l’uomo, le cui tracce fisiche la natura ha già provveduto a cancellare, torna nella forma più eterea che potessimo immaginare: quella delle onde elettromagnetiche prodotte dal nostro cervello. Ancora una volta ciò che rimarrà, dopo la nostra scomparsa materiale e dopo l’annullamento del sistema solare, è la nostra anima.








pubblicato da a.tarabbia nella rubrica emergenza di specie il 26 aprile 2008