I mangiacani di Svinia – Un’epopea rom

Teo Lorini



Come era prevedibile in questi giorni difficili, la festa per ricordare la sconfitta di fascismo e nazismo, è rimasta (o è stata lasciata) in ombra. Nei tg il discorso con cui presidente della Repubblica ha aperto le cerimonie per l’anniversario della Liberazione è passato solo dopo l’inquietante ostensione della salma di padre Pio e gli ultimi appelli dei candidati al Campidoglio e dei loro supporters.
Una costante di queste esortazioni al voto è stato il riferimento ai rom, ma non per ricordare un altro popolo che il nazifascismo tentò di sterminare. Tutt’altro: sia Alemanno sia Rutelli (quest’ultimo per bocca di Veltroni) hanno evocato gli zingari come simbolo dell’allarme sociale, di quella Sicurezza che è diventata la promessa-chiave per catalizzare l’elettorato. E se il candidato fascista, con la sua croce celtica al collo, scandiva ancora una volta la formula della "tolleranza zero", l’ex-sindaco di Roma promanava tutta la sua pacatezza nel rivendicare a titolo di merito gli sgomberi di campi nomadi attuati durante la sua amministrazione.
Potremmo limitarci a constatare questa coincidenza, nascosti dietro il sorriso un po’ cinico di chi la sa lunga. D’altronde che la persecuzione dei rom non sia più un tabù, è un dato di fatto. L’altro giorno a "Matrix" il sindaco leghista di Verona, Flavio Tosi, li distingueva (dopo mesi di confusione) dai rumeni ma solo per dire che, se tra i cittadini della Romania, ci sono alcune persone buone, in quanto "vengono qui per lavorare", ciò non vale assolutamente per i rom, il cui modo di vita è -in buona sostanza- inaccettabile.
L’indignazione o il cinismo costano pochissimo e valgono meno ancora. In presenza di un’ offensiva così massiccia, di un odio che viene incoraggiato e addirittura giustificato dall’alto in nome di calcoli elettorali e che ritorna a identificare negli zingari il comodo capro espiatorio, lo strumento di distrazione dai problemi autentici del Paese, è necessario fare di più. Un piccolo, minuscolo contributo, forse meno inutile del sorrisetto cinico, è quello di suggerire anzi, di raccomandare la lettura di I mangiacani di Svinia. Bastano un paio d’ore di questo lungo ponte per leggere l’agile libro (appena 120 pagine) in cui il giornalista austriaco Karl-Marcus Gauss ha raccontato il suo viaggio all’estremo confine dell’Europa.
Ai margini degli antichi imperi, in quella Slovacchia divisa per secoli tra la Russia degli zar e l’Austria-Ungheria degli Asburgo, una terra che oggi concede ai suoi cittadini il riconoscimento di quindici nazionalità e dove i concetti di patria, storia, tradizione sono da sempre labili, in una condizione che da una parte sembra fragilissima e dall’altra è l’unica premessa possibile per costruire una UE che non sia soltanto giustapposizione di quindici, venti o venticinque Stati. Ed è simbolico che, come scrive Gauss, proprio per questo le varie delegazioni da cui dipendeva l’ingresso della Slovacchia all’UE abbiano impartito disposizioni precise (prontamente raccolte dalle autorità locali) "per evitare in tutti i modi che il problema slovacco dei rom diventasse quello che era sempre stato, cioè un problema europeo. Il libero traffico di merci e di persone, una delle principali istanze dell’Unione europea, doveva essere interdetto a persone che nella stessa Europa lo praticavano da secoli. Affinché i rom non si muovessero dalla Slovacchia, erano stati allestiti programmi di aiuto totalmente estranei alla realtà" e insediamenti collocati ai margini orientali dello Stato, come il Lunik IX, un gigantesco quartiere di palazzoni all’estrema periferia di Košice, "divenuto attraverso una serie di misure burocratiche e repressive il più grande ghetto zingaro d’Europa".
Gauss si è spinto a Košice, vicino al confine coll’Ucraina, o a Prešov, poco più a nord, a Jarovnice, a Svinia, in territori attraversati nei secoli da migliaia di esseri umani, sloveni, magiari, ucraini, carpatici, ruteni, rom, slovacchi, austriaci, polacchi. Lì ha incontrato gli ultimi fra gli ultimi, la casta più infima dei rom, paragonabili ai paria indiani, i degesi. Il termine, che significa "mangiatore di cani", risale alla notte dei tempi, all’ipotesi che in passato alcune comunità rom maneggiassero, e in taluni casi anche effettivamente mangiassero, la carne dei cani. Il motivo, secondo le ricerche dell’etnologo Saša Mušinka, sarebbe più legato alle pratiche rituali che alle necessità alimentari. Paradossalmente, nei secoli, il contatto con la carne canina che ha emarginato i degesi dalla comunità rom, li ha avvicinati ai gadsche, i "bianchi" europei che per secoli hanno comprato dagli zingari impuri pomate e farmaci fatti con il grasso di cane, miracolosi per l’impotenza o la sterilità delle donne. La tabe dell’impurità nasce allora come alibi per il proprio vergognoso segreto, proprio come l’icona del giudeo avido e affarista, derivata dall’interdetto ecclesiastico di lucrare sul tempo, appartennte a Dio; una proibizione che i mercanti medioevali aggiravano delegando agli ebrei, già dannati, e quindi ipso facto inferiori, la pratica dei prestiti e del maneggio di danaro.
E così il viaggio di Gauss tra le baracche e gli slum della Slovacchia orientale ci conduce prima in un territorio fisico che crediamo di poter guarire imponendo a forza le nostre ricette e soluzioni e poi ancora un po’ più in là, in un angolo oscuro dell’inconscio che immaginiamo già superato dalla nostra pacata pseudo-razionalità e che invece è solo rimosso. Un posto dove le immagini di miseria e violenza risvegliano in noi uno spiacevole senso di allarme, un’inquietudine profonda che ci mette in agitazione, che si fa fremito di paura nel buio del nostro cranio. È il terrore del povero, del morto di fame, dell’altro da noi. È l’angoscia che egli ci infetti con la sua raccapricciante miseria.

Karl-Marcus Gauss, I mangiacani di Svinia – Un’epopea rom, (trad. di Vincenzo Gallico), L’ancora del Mediterraneo, pp. 123, euro 13,50








pubblicato da t.lorini nella rubrica libri il 25 aprile 2008