Appunti del mese di aprile

Sergio Baratto



Eppure c’ero anche nel 2001, ero presente e vigile, ma non mi sembra di ricordare che i fascisti avessero rialzato la cresta come ora. Si sente dappertutto e sempre più forte il puzzo.
No. Mi sbaglio. Nel 2001 hanno alzato eccome la cresta. Ricordi? I ministri neofascisti in visita a Bolzaneto durante le torture nella prima notte della democrazia italiana del XXI secolo, i canti nazisti e le filastrocche cilene, i pestaggi, il sangue.
Cosa è cambiato, da allora a oggi? Nel 2001 quella prima sospensione della democrazia si è trovata di fronte a una effettiva reazione di popolo: se un 24 luglio, in piena estate, si raccolgono nelle piazze decine e centinaia di migliaia di cittadini indignati e adirati, vuol dire che esiste ancora un argine, che non è (ancora) possibile scalzare impunemente l’ordine democratico.
Questa è una mia idea, la si prenda per quello che è: oggi, se si verificasse un evento simile, non ci sarebbe la stessa risposta, la stessa reazione. E non potremmo più contare nemmeno su quella sponda istituzionale minima che avevamo allora.

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Quanti saranno ancora i 25 aprile che celebreremo?
I partigiani, i deportati, i testimoni oculari se ne vanno. La storia della resistenza si allontana, la memoria della catastrofe del ventennio e della guerra svanisce dalle coscienze, si fossilizza. Da tempo a Milano – da sempre laboratorio del peggior nuovo – le istituzioni (che si fondano, è bene ricordarlo, sulla costituzione repubblicana e antifascista scaturita dalla resistenza) disertano le cerimonie e fanno opera costante di revisionismo (del resto, basta guardare la composizione della maggioranza in consiglio comunale per smettere di meravigliarsene).
In un certo senso non sbagliano: oggi l’antifascismo è un corpo estraneo alla gran parte della collettività, un anacronismo se non addirittura un disvalore. Come ha scritto Antonio Moresco, «Questo è un paese che ha assaggiato il fascismo. E gli è piaciuto».

Gli ufficiali con le mostrine tornano a canticchiare le loro canzonette di merda, Giovinezza, Faccetta nera… Nelle caserme i vertici militari fanno spudoratamente campagna elettorale per i nuovi gerarchi.
Le peuple, a quanto sembra, è tutto un osanna. Quanti incarogniti, nel peuple, quante facce scontente e quanti musi rognosi, ma intanto la delega in bianco l’hanno firmata.
Se non saranno incauti, se non si faranno fregare dalla fretta, quelli che adesso sono seduti in cima alla scala andranno lontano. Dureranno a lungo.

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Gli industriali presentano il conto. Fine della contrattazione nazionale, via libera alla contrattazione locale, aziendale, individuale. Gli unici a credere ancora nella lotta di classe, i padroni. Gli unici a farla, e a farla bene.
Hanno distrutto il mondo del lavoro, gettato intere generazioni nella fogna del precariato. Senza casa, senza contratto, senza pensione. Senza rappresentanza, senza diritti, in balia di qualsiasi ricatto, foss’anche solo quello dei bisogni primari.
Non resta che vibrare il colpo di grazia. I lavoratori sono pronti ad accettare qualsiasi cosa, persino a mangiare la merda. Sono strozzati dalla precarietà, dalla crisi economica, dalla desertificazione della vita materiale e spirituale, rintronati dalla propaganda terrorista, colonizzati da paure, insicurezze, mutui a tasso variabile, desideri indotti.

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Senza dimenticare i preti: anche loro, è certo, presenteranno il conto.

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Ritrovo per caso un vecchio ritaglio, un’intervista a Piero Fassino risalente al gennaio del 2007.
Vi si discute di riforme, riformismo e finanziaria (l’intervista si può leggere qui). So che non è bello infierire sui vinti, ma in questo caso mi concedo un’oncia di crudeltà.

«Abolire la legge Biagi, come dice certa sinistra, è solo uno slogan antiriformista. Io sono sempre stato favorevole alla flessibilità, e mi oppongo alla difesa delle antiche rigidità. Al tempo stesso devo impedire che i lavoratori flessibili diventino precari a vita. Quindi, devo introdurre protezioni. D’altra parte, questa era proprio l’idea di Marco Biagi, che era un teorico della flexsecurity…»
«Dopo anni e anni in cui si parla di riforme senza farle, sono per usare il messaggio della Bibbia: il tuo sì sia sì, il tuo no sia no…»
«Chi come me fa politica da tanti anni sa bene che alla fine quello che conta è la prova del budino. Bisogna mangiarlo, per sapere se è buono oppure no.»

Come allora, resto abbagliato dall’agudeza tipicamente barocca con cui si accostano le citazioni cristiche e la prova del budino, l’intrigante erotismo della lingua, che contrappone turgori e morbidezze (senza dimenticare le adeguate protezioni, preziosissime nell’era dell’AIDS) in un climax ascendente che culmina in quel “flexecurity”, vero e proprio mot mistérieux, oscuro e conturbante, dietro il quale, in controluce – una tecnica consumata della pubblicità subliminale – è difficile non leggere la parola sexecurity

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Tre quattro morti sul lavoro al giorno: nessuno fa una piega. Sì, la solita frase di circostanza. Ma il “vero” problema, come si sa, è un altro: i rom, oppure i rumeni, o meglio tutti e due.

Nel posto in cui lavoro più di un collega è sinceramente convinto che in Italia siano le forze dell’ordine la categoria che conta più morti all’anno. (La mia espressione la prima volta che ho sentito dire una cosa del genere…)
Se gli si spiega che non è così, che sono molti ma molti di più i morti sul lavoro tra i lavoratori senza uniforme, pistoletta e manganello, il collega viene attraversato da un fremito di perplessità (si sente il rumore delle sinapsi superstiti che si scambiano dopo tanto tempo e qualche scarica elettrica), poi torna ostinatamente alla propria inestirpabile convinzione: in Italia ogni giorno muoiono sul lavoro tre o quattro poliziotti e carabinieri.
Accanto all’insicurezza percepita, evidentemente, esiste anche la statistica percepita.

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Il budino sa di merda. I lavoratori sono pronti a tutto, persino a mangiare il budino di merda.

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Un portinaio precipita da un terrazzo e si schianta sulla strada sottostante. Muore così, sull’asfalto, con in mano ancora lo straccetto che usava per fare le pulizie. Il suo corpo è a terra, i soccorsi – purtroppo vani – devono ancora arrivare. Più di una persona che si trovava a passare di lì, a quanto pare, ha scavalcato il cadavere e ha continuato per la sua strada.
Questo è successo ieri a Roma, in pieno centro.
Sarebbe una notevole metafora dei tempi che corrono, se non fosse che parlare di metafore quando ci sono di mezzo il dolore e la morte in carne di ossa mi è sempre sembrato un comportamento ignobile.
Peraltro è anche un vezzo intellettuale di grande successo.

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«Domani compirò un atto d’amore.
Domani abbraccerò il sultano. Lo abbraccerò e lo stringerò forte a me, perché non si possa più staccare. Voglio che senta il calore della mia pelle, il battito del mio cuore. Voglio che senta l’alito della mia bocca e in cambio io voglio sentire il suo, voglio vedere se ha le cispe agli occhi, un pelo ribelle che gli spunta dalla narice, sfuggito chissà come alle truccatrici di corte, agli imbellettatori del serraglio. Voglio mettere a confronto i pori della sua fronte con i miei, saggiare la consistenza e l’elasticità della sua pelle. Voglio che senta il mio odore e in cambio voglio sentire il suo, voglio capire se avrà un tremito, se si irrigidirà, se sorriderà malgrado la sorpresa o lo spavento, se protesterà chiamando a gran voce i giannizzeri. Voglio vedere il colore delle sue iridi, se è affetto da eterocromia, se ha il bianco arrossato, se ha davvero molto cerone, se si mette il kajal. Voglio sentire il tepore del suo ventre, capire quanto è grosso, se è sodo o al contrario flaccido. Voglio che senta il tepore del mio ventre contro il suo. Voglio stringerlo forte e appoggiargli il mento sulla spalla. Voglio avvicinarmi con il naso e lo zigomo al suo padiglione auricolare, sentirne l’odore prima di socchiudere le labbra e sussurrargli il motivo del mio abbraccio, del mio atto d’amore. Poi lo stringerò ancora più forte, come un bambino si aggrappa alla madre quando ha paura, come si avvinghia al torace del padre quando crede di annegare.
Domani abbraccerò così il sultano e lo trascinerò con me in un altro mondo. Basterà un movimento del pollice, un pulsante premuto, il clic del detonatore. Saremo una cosa sola, sangue nel sangue, merda nella merda, carniccio nel carniccio. Nel fulgore incandescente schizzeremo via per sempre in ogni direzione. I due angeli del Signore faticheranno a separarci, a ricomporci. Saranno costretti a interrogarci insieme – “Qual è il tuo nome? Il nome del tuo Dio?”
Domani saremo all’inferno o in paradiso indifferentemente, insieme, io e il sultano.»

(Marzo o aprile ’06, ritrovato scartabellando tra vecchi file e vecchie cartelle.)

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«Quando il popolo non avrà più nulla da mangiare, mangerà il ricco» (Rousseau).
Quando il popolo non avrà più nulla da mangiare, il ricco darà da mangiare il povero al povero.

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Provo a riassumere:
– smantellano (lo stanno facendo da un quindicennio) quarant’anni di conquiste operaie, di leggi a tutela del mondo del lavoro;
– messa in discussione della legge 194;
– l’antifascismo diventa un tabù, un disvalore, una “ideologia faziosa e violenta”;
– “la sicurezza è più importante della libertà”, “vogliamo più polizia per le strade, più telecamere”;
– “ho paura a girare per strada”, “non mi fido più a prendere il metrò”; il meccanismo girardiano scoperto, palese; il capro espiatorio esterno: gli stranieri, gli immigrati clandestini, gli irregolari (quegli stessi che lavorano in nero per noi, che sorreggono tutto l’indotto, i nuovi schiavi delle piramidi…);
– asservimento generalizzato dei mezzi d’informazione, addirittura egemonia pressoché totale della televisione;
– i privilegi concessi alla Chiesa cattolica, impensabili in qualsiasi altro paese che si definisca ufficialmente democratico;
– la nube di ignoranza già a partire dalla scuola (sondaggio del 2006 nelle scuole superiori milanesi, intervistano 1000 studenti tra i 17 e i 19 anni. “La strage di piazza Fontana”: il 18,4 % non sa cosa sia; per il 41,7% degli altri, i colpevoli sono le Brigate Rosse. M*rcello Dell’Ut*i non ha bisogno di far riscrivere i libri di storia. Non serve. È superfluo);
– rimessa in discussione dell’unità nazionale: il revisionismo non si limita più alla resistenza antifascista, ma comincia a lambire addirittura il risorgimento (questo è un fatto gravissimo, su cui occorrerà tornare a riflettere);
– hanno promesso, e stavolta un altro referendum potrebbe non bastare a fermarli, che modificheranno a loro piacimento la costituzione e l’assetto fondamentale dello Stato.

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Quando qualche anno fa si osò parlare di restaurazione, furono insulti e sarcasmi.
Sono passati tre anni, è successo quello che sappiamo, qualcuno di quegli intelligentoni trovi una parola migliore per definire lo stato presente.








pubblicato da s.baratto nella rubrica democrazia il 24 aprile 2008