Oblio di D. F. Wallace

Sergio Nelli



Oblio (Einaudi, 2004) di David Wallace è costituito da otto fra racconti e romanzi brevi, alcuni dei quali già pubblicati prima in rivista. Esso, uno degli ultimi libri pubblicati in vita da David Wallace, ci appare paradigmatico per ciò che mette in moto la sua narrazione. Qui risulta ancora più stagliata quella specie di debordante finalità invertita, o controfinalità, che è un carattere di Infinite Jest e di altri scritti wallaciani. Di che cosa trattano infatti questi romanzi e racconti? Dell’aberrante, del mostruoso, dell’estremo, i quali vengono su come tumori in un grande corpo predisposto, tanto da far pensare a una disposizione teratologica del discorso wallaciano. L’eccezionale si annida nelle pieghe del quotidiano e ci immette inesorabilmente in un Canale del dolore, per usare il titolo dell’ultimo racconto lungo o romanzo breve della raccolta. Nella fattispecie, il canale del dolore è sia un’emittente televisiva sia il canale delle feci avvicinato attraverso l’esperienza di un individuo che ha fatto di questa spontanea emissione una specie di arte. Egli produce cioè pur meccanicamente delle forme tanto complesse che tutta una equipe di una rivista d’arte si interessa al caso.
Girare intorno al fatto mostruoso crea una specie di vortice parossistico, un’escalation tutta nel senso del disturbante e nei pressi di una umana condanna ontologica alla merda, come si potrebbe dire in una chiave esistenzialistica.
La filosofia e lo specchio della natura è un racconto di una decina di pagine dal bel titolo rinascimentale. Sono pagine complicatissime su cui anche a tornare non si riesce a capire tutto, a individuare i connettivi. Il breve enigmatico dettato è un vero campionario di atrocità. Un figlio in libertà vigilata accompagna la madre in autobus dagli avvocati che intentano causa per due operazioni di chirurgia estetica subiti dalla donna. Un intervento catastrofico alle zampe di gallina ha prodotto nel volto della donna un’espressione follemente spaventata. Il secondo, riparatore, ha fatto di quel viso una maschera indelebile di folle terrore.
C’è dunque oltre che da sostenere una madre disperata, da calcolare le reazioni della gente, c’è da far attenzione di non spaventare l’autista dell’autobus, di non attirare sguardi e comportamenti di disturbo. Ma il figlio che accompagna la donna dagli avvocati non è meno inquietante della madre. E’ alto, gigantesco, viaggia con dei guanti da giardiniere e degli occhialoni. Questo perché, pur in libertà vigilata, è uno studioso di ragni velenosissimi appartenenti all’habitat nel quale questa umanità di una parte d’America è immersa. Ne alleva egli stesso e se ne porta dietro anche alcuni esemplari in una ventiquattrore. Si tratta di esemplari diversi di vedova il cui morso provoca secondo la scienza un dolore così atroce che non è riscontrabile in nessun altra condizione medica e chirurgica.
Possiamo andare avanti così a individuare altre concrezioni malate e troviamo come nel racconto precedente ulteriori cerchi che danno lo stesso flash allucinato.
Il racconto Caro vecchio neon è la storia di un suicidario affetto da una sindrome da impostura che gli avvelena la vita. Alla fine entra in ballo, tramite una fotografia, anche David Wallace che l’ha avuto come compagno d’università e, secondo le congetture del narrante, deve averlo guardato a distanza come si guarda a un uomo realizzato e invidiabile, capace nello sport e ambito dalle donne. Che sia o no una traccia autobiografica non importa. Che l’un suicidario e l’altro abbiano avuto problemi nel riconoscersi nei modelli di maschio americano “anche solo marginalmente normale o accettabile” è la costatazione finale del protagonista (e sembra un monito dello stesso David a se stesso). L’uomo racconta la storia della sua decisione di morire e le modalità del suicidio che verrà. Il suo problema è pesante, appiccicoso, irritante: inabile all’onestà spirituale, impostore, manipolatore, incapace di amare ecc. Verso la fine, dopo una lunga divagazione sui cliché (anche su quello dello yuppie sentimentalmente e spiritualmente sterile), il racconto si apre nel momento in cui l’uomo pensa che le cose che farà sono le ultime, un altro cliché come egli stesso non manca di suggerirci e che nondimeno è pieno di appeal e ci muove a commozione, come la considerazione: “la realtà è che morire non è brutto ma dura per sempre. E per sempre non rientra nel tempo”. E’ il momento in cui, con piena coscienza dei suoi mezzi, David Wallace, che ci ha tenuto al buio per tutto il film, ci fa irrompere in un ambiente luminoso fino all’abbaglio.
Il suicidio come gesto estremo rientra a pieno titolo nell’area connotata, ma è tutto l’affondo sulle motivazioni a creare un surplus di disagio, un quid teratologico. Su Mister Squishy, non dico niente. E’ un po’ fuori quadro, è difficilissimo da leggere, e non è certo in linea con quello scrivere semplice che in alcuni frangenti David ha preconizzato. Oblio invece, che dà il titolo alla raccolta (Oblivion: Stories), si costruisce intorno alla battaglia di una coppia in cui lui è convinto di non dormire mentre lei sostiene che russa. La donna si sveglia ogni notte gridando contro il marito perché l’ha svegliata, mentre lui è sicuro che non stava dormendo e pensa che lei sogni. Il rapporto difficile e gonfio d’aggressività sembra aggravarsi dopo la partenza della figlia (adottiva per l’uomo), che ha creato nella coppia una sindrome da nido vuoto. Ma non c’è solo questo. A un certo punto, per esempio, il protagonista si masturba con un intimo che ha un inequivocabile profumo di zafferano. Tutta la narrazione è poi attraversata da una ispezione senza pietà e dunque terribile sull’invecchiamento descritto a partire da dati fisici immediati e sulle relazioni che si spogliano dell’attrazione sessuale. La solita accelerazione parossistica porta i due a sottoporsi in una clinica specializzata a un esperimento sul sonno che li smentisce entrambi.
Quanto agli altri racconti, mentre un bambino si racconta delle storie incastonandole nei diversi riquadri dei finestroni della scuola, un maestro supplente impazzisce alla lavagna scandendo minacce, UCCIDI, UCCIDILI, UCCIDILI TUTTI, impastate con la lezione di educazione civica con una tempistica da film dell’orrore (L’anima non è una fucina); un bambino in fasce brucia, bolle letteralmente, manda vapore (Incarnazione di bambini bruciati); un enfant prodige si afferma come autorità in un villaggio di selvaggi, ma l’oracolo straordinariamente efficiente cambia atteggiamento, partecipa alle vicende degli interroganti e comincia a far domande lui stesso, finché alla fine non va tutto a gambe all’aria (Un altro pioniere).
Questa ragnatela di cose che vanno in malora, questo ininterrotto discorso teratologico messo lì contro la teleologia e il finalismo, con demoni presi letteralmente per la pelle, questo affondo sul disturbante senza che per altro vi sia mai un’esplicitazione o una voce fuori testo, è una soglia dell’opera di David Wallace il quale impiega tutta la sua potenza di fuoco (per usare un’espressione che gli è cara), ed è enorme, nella rappresentazione di una realtà tristemente distruttiva, ancorché straordinariamente ambivalente e complessa. Tanto ambivalente e complessa da far correre il rischio allo stesso David di imboccare talvolta un prospettivismo incongruo con la sua vena, più nelle dichiarazioni d’intenti comunque o nelle esternazioni filosofiche che nella sua pratica artistica. Di fatto, artisticamente, un’ America e un mondo a lei contiguo pragmatici e ottimistici e volontaristici e intenti a credere che tutto è bene, a richiedere spirito adattivo, a lavorare all’ingrosso con il senso della vita obliando artatamente ecc. trovano in lui un cuore nero e un’anima che non dimentica.








pubblicato da s.nelli nella rubrica libri il 29 gennaio 2012