Cartoline dai morti #8

Franco Arminio



Mangiavo molta carne e camminavo poco. Già due volte mi era venuto un giramento di testa. Sono caduto a terra, in cucina. Mi hanno portato all’ospedale. Mi hanno operato. Era un giorno di marzo. In quel giorno era uscito il sole, erano usciti i giornali, c’erano macchine per strada e gente al bar che parlava. Io ero stato messo bruscamente da parte. Era il mio momento, non so come spiegarvi.

Erano almeno una decina d’anni che mi sentivo male. Ogni giorno sempre peggio, peggioravo in continuazione. Stamattina ho visto che la malattia era finita. Mi è venuta voglia di alzarmi dal letto e andare coi miei piedi al cimitero. Invece sono rimasto sotto le coperte, con la faccia livida e il respiro che non si muoveva di un millimetro. Ho pensato alla mia vigna, a certe giornate quando andavamo a mietere. Ho pensato a mia moglie che mentre moriva mi guardava come se volesse imprigionarmi nei suoi occhi.

Si dice che l’ora più frequente per morire è prima dell’alba. Io per anni mi sono svegliato alle quattro del mattino e ho aspettato in piedi che passasse l’ora funesta. Mi mettevo a scrivere o guardavo la televisione. Qualche volta uscivo in strada. Sono morto alle sette di sera e non è stata una cosa così speciale. Quel vago fastidio che era sempre stato il mondo, quel vago fastidio di essere al mondo si è come diluito all’improvviso. Non c’era più nessuna traccia di me e del mondo.

Io sono caduto dall’impalcatura. Avevo sonno la mattina. Mi era finito il caffè. Faranno processi, assolveranno o incolperanno, io sono convinto che se il barattolo del caffè fosse stato pieno, oggi sarei ancora vivo.








pubblicato da t.scarpa nella rubrica racconti il 21 aprile 2008