Soli in un angolo a fumare

Mauro Pianesi



Mario aveva la mano sinistra deforme. La teneva sempre infilata nella tasca dei pantaloni e non la faceva vedere mai a nessuno. Luca una volta mi disse d’avergliela vista e che gli aveva fatto schifo: era bianchiccia e le dita erano attaccate strane. Mi sa che non le aveva neanche tutte e cinque, le dita. Mario aveva i capelli biondi, lisci e fumava come un turco. Con la mano buona tirava fuori dalla tasca interna della giacca un pacchetto morbido di Marlboro. Se lo portava all’altezza del mento ed iniziava a scuoterlo dal basso in alto, finché non ne saltava fuori una sigaretta che, al volo, bloccava tra le labbra.
Era venuto da Trento e abitava a casa di un suo fratello avvocato, molto più grande di lui, sposato con una donna di qua, ricca e bella. Una volta ci raccontò che, una sera che suo fratello era fuori città, se l’era scopata. “Buuh!”, commentammo. Lui si strinse nelle spalle e sibilò: “È vero!” Se non credevi a ciò che diceva, Mario ti disprezzava: lo capivi da come gli brillavano gli occhi dietro alla forfora dei ray-ban.
Io forse sono stato l’unico a credere a quella storia, perché una volta, che fu anche l’unica, andai da lui a studiare e mi venne ad aprire sua cognata. Una femmina dai capelli color mogano, tagliati a caschetto. Non mi salutò nemmeno. Mi squadrò per qualche lungo istante, inclinando dolcemente la testa di lato, finché una delle ciocche laterali non arrivò a strusciarle le labbra. Entrai. Mentre salivo da Mario, continuavo a sentirmi quel suo sguardo conficcato nella schiena. Mi restò duro per tutto il pomeriggio.
A un certo punto poteva sembrare quasi che l’infermità di Mario non fosse vera, che l’avesse inventata di proposito per intenerire i professori, le ragazze. Oppure che si trattasse di un’inezia, gonfiata ad arte per rendersi più interessante agli occhi di noi terroni. Lui, comunque, doveva divertirsi un mondo a giocare con la matassa di dubbi e pensieri che ci assalivano a suo riguardo e ci giocava, come una specie di gattone viziato impadronitosi della borsa da cucito della sua padrona.
Quel ragazzo non era stupido. La sua indole aristocratica, però, lo portava a guardare tutti dall’alto in basso, a pesare le sue confidenze, la sua amicizia incompleta e intermittente, come tante concessioni elargite dalla sua mano migliore. E io a tratti l’odiavo. Vero o falso che fosse il suo male, in certi periodi l’odiavo proprio, povero Mario, ma per la prima volta, nella mia ancor breve vita di ex chierichetto, sentivo che quella mia cattiveria mi arricchiva, mi faceva bene, come un fiotto d’aria fredda all’uscita da una discoteca.

I capelli di Anna erano corti e neri. Era magra, girava per i corridoi del liceo sulle sue spalle curve e, lì per lì, poteva sembrare un ragazzino. Poi le guardavi il petto e vedevi sporgere, dall’immancabile felpa, le punte dei capezzoli. Quelli e basta, senza seno. Anna fumava come una turca. Coi pacchetti duri delle Marlboro costruiva un cubo, ogni giorno più grande, sul pavimento di camera sua.
A un certo punto lei e Mario si misero insieme. Io pensavo che non si conoscessero nemmeno, perché a ricreazione se ne stavano sempre da soli, ciascuno per conto suo, in un angolo a fumare, e così all’entrata e all’uscita di scuola. Ma una volta, mentre tornavo a casa per un viale alberato che non facevo mai, me li ritrovai davanti. Se ne stavano appoggiati a un albero, incollati tra di loro dalla cinta in giù, sotto alla luce verde filtrata dalle foglie. Mario sembrava volerla baciare con tutta la sigaretta accesa tra le labbra. Lei lo guardava e respirava il suo fumo.
“Ehi piccioncini!”, feci. Anna sollevò le sopracciglia e iniziò a ridacchiare e a saltellare sulla punta dei piedi. Mario mi venne incontro a grandi passi per darmi una manata, quasi a volersi congratulare di averli scoperti, finalmente. Poi si esibì nel suo solito repertorio di battute poco divertenti, alle quali rideva solo lui, e intanto mi si buttava contro con la spalla dalla mano malata. Era come se volesse giocare a spintoni con me, ma in realtà faceva di tutto per coprirmi alla vista di Anna. Chissà, forse aveva paura che d’improvviso mi accorgessi che non era bella, o che mi sforzassi di ricordare se, in tutti quegli anni di liceo, l’avessi mai vista baciarsi con qualcun altro. Anna aveva una pelle liscia e ambrata, nonostante la nicotina. Non fumava solo quelle, però, e suo padre, iscritto a “Psichiatria democratica”, era venuto a saperlo e l’aveva convinta ad andare in terapia da un suo collega. Non era pregiudizialmente contrario a qualche canna: figuriamoci, era superiore a quelle menate adolescenziali. Voleva però che almeno ne facesse un uso consapevole, che riuscisse a individuare la dinamica psichica irrisolta – ce n’era almeno una, sì – che si nascondeva dietro tutto quel fumo denso, che impediva al sole di scaldarle il letto.
Anna raccontava, con la sua voce di cenere, di stare imparando un sacco di cose dal suo psichiatra, che era un tipo assai colto. Lo diceva seduta in cima al letto, cogli occhi fissi alla parete di camera sua, tempra come una squadra da disegno messa in verticale. Spesso mi chiamava al telefono, dopo pranzo. “Vieni?”. La trovavo in piedi, in mezzo al pianerottolo di casa, in pantofole e tuta da ginnastica. “Ciao ciao”. Ridacchiava, saltellava, mi dava un bacetto, mi portava in camera sua. Abitava una casa pulita e silenziosa come la suite di un grande albergo di lusso.
Anna preparava dei cannoni enormi, però, una volta accesi, dava due o tre tirate veloci e li lasciava interamente a me e a Luisa, l’altra compagna di scuola con cui scambiava qualche parola. Una volta che Luisa non c’era, mi passò quel coso fumante a cui cercai di dedicarmi finché potei. Finché, cioè, non mi sentii male. Allora mi scaraventai fuori di casa senza dire una parola. Scesi in strada e avevo voglia di scappare, di mettermi a correre e non tornare più su. Una voglia pazzesca che mi chiudeva la bocca dello stomaco. Ma poi trovai una cabina telefonica, chiamai a casa inventando una scusa (non potevo farmi vedere in quelle condizioni) e ritornai in camera di Anna. Restammo lì in silenzio, per un tempo infinito, come due pietre sotto la pioggia.
“Scusa ma…”, riuscii a dire a un certo punto, “devo proprio… vado a prendere una boccata d’aria, cioè. Roba di dieci minuti e torno”.
“Eh… no, tra dieci minuti… viene Enzo”, farfugliò lei. “Allora è meglio se ci si vede domani a scuola”.
Enzo era il suo psichiatra. Lo stesso che, due settimane dopo, stava con noi sull’autobus della gita scolastica per Torino. Il padre di Anna era riuscito a convincere la preside che sua figlia non potesse fare a meno della terapia per più di due-tre giorni.
Preso posto di fianco a Morini, campione di matematica e foruncoli purulenti, Enzo fino a Torino non fece che leggere, guardare il panorama dal finestrino e dormire. Avrà avuto il doppio dei nostri anni, ma non era un brutto uomo. Il prof di lettere lo chiamava “dottore”. Quella di matematica “professore” e, dopo un giorno di gita, già gli aveva raccontato tutti i suoi problemi.
Eravamo tre quarte liceo. La sera dopo cena facevamo casino per il centro. Giocavamo a nascondino, saltavamo la cavallina sotto ai portici. Anche Mario, appoggiandosi con la mano buona. Rientravamo in albergo sudati, elettrici. Tutte le coppie – quelle storiche e quelle dell’ultima ora – salivano in camera per prime, mano nella mano. La truppa dei single si stipava, invece, nelle poche stanze rimaste libere.
Appena entrata nella hall, Anna si imbatteva in Enzo che era rimasto lì ad aspettarla. Diventava seria, allora, andava a sedersi nella poltrona davanti a lui e stava lì in silenzio, a guardarlo, come in attesa di istruzioni. Mario, imbestialito, scappava su per le scale, a due a due, con la mano sinistra che gli sfondava la tasca.
L’ultimo giorno di gita, alle sette di mattina la prof attaccò a bussare contro la porta di Morini. “A colazione! Si parte tra un’ora!”. Avevamo passato la notte in tanti, lì dentro, a far casino. Recuperai la mia roba e venni fuori per ultimo. In quel momento, dalla porta di una camera oltre le scale uscì Mario assieme a una ragazza di un’altra classe, l’Indianina. La chiamavamo così perché portava sempre un laccio di cuoio scuro girato attorno alla fronte. Per trarci d’impaccio davanti a quella sua bellezza da cinema, noialtri ragazzi ne parlavamo come di una gran porca e poi fantasticavamo nei cessi sulle sue mille imprese erotiche, così come ce le eravamo raccontate per i corridoi della scuola.
Mario stava chiudendo la porta a due mandate, anche se tutti le avevano lasciate aperte, mentre l’Indianina faceva finta di ravviarsi i capelli davanti a uno specchio. Poi s’avviarono di fretta verso me. Mario mi dette un’occhiata all’ultimo momento prima di scendere le scale. Dietro ai ray-ban i suoi occhi mi parvero opachi, come uno specchio d’acqua sotto alle nuvole. L’Indianina non mi degnò neanche dell’occhiata, ma chi se l’era mai filata in fondo. A colazione andarono a sedersi distanti. Ancora più in là c’era Anna, seduta come una squadra da disegno a un tavolino da due, di fronte a Enzo.

A giugno l’aria tornò a sapere di cloro e il sole a ondeggiare sulle minuscole, infinite mattonelle di cielo della piscina comunale della nostra città. Io mi ero messo con Luisa. L’Indianina se n’era andata a Berlino con un nuovo boy-friend di lassù. La storia, o quel che era stato, tra Mario e Anna era finita già da un po’.
Dopo la gita, Anna non ci aveva più chiamati a casa sua. Senza dir niente a nessuno, aveva iniziato con qualche assenza, poi a frequentare sempre meno, fino a scomparire del tutto prima della fine dell’anno scolastico. I professori dicevano di non saperne niente, ma figurati.
Mario tornava a Trento per passare l’estate dai suoi. Accettò che l’accompagnassi, a piedi, fino alla stazione degli autobus ma non volle che rimanessi lì ad aspettare con lui. “Sicuro?”. “Sicuro”. Mentre gli stringevo la mano lo guardai negli occhi per capire qualcosa di più delle parole secche e distaccate con cui aveva condito anche quest’ultimo nostro incontro. Tante volte gli dispiacesse andarsene, lasciare Anna quaggiù, nonostante tutto. Ma i suoi occhi non dicevano niente di più delle sue parole. Mi staccai da lui. Attraversai la strada e, dopo una decina di passi, mi voltai a guardarlo. Era sempre lì, sotto alla pensilina, che fumava. Poi dalla tasca sfilò la mano sinistra e, lentamente, l’agitò nell’aria.








pubblicato da s.nelli nella rubrica racconti il 29 gennaio 2012