Cantico della galera di Giuseppe Munforte

Sergio Nelli



Giuseppe Munforte , classe 62, milanese, ha esordito con Meridiano (Castelvecchi, 1998) . Ha pubblicato con Mondadori La prima regola di Clay (2008). Il suo terzo romanzo, Cantico della galera , bello e commovente, è uscito per Italic alla fine del 2011. Ne propongo a seguire l’inizio e altri due brani. (s. n.)

E quello cos’è?»

«Non si vede cos’è, agente?»

«Come hai detto?»

«Dico che forse si vede cos’è.»

«Rispondi bene se no te lo ficco in culo.»

«È un folletto di legno, agente. Ci sto lavorando in laboratorio.»

«Se continui così ti apriamo in due.»

«Un pupazzetto di legno, vede?»

«Ora lo vedo. Perché non lo lasci in falegnameria, animale?»

«Ho paura che qualcuno lo prenda.»

«Nessuno ruba niente qui da noi. Cosa vorresti dire?»

«Non voglio che si perda.»

«Spiegamelo meglio.»

«Ho paura di dimenticarmi dove lo lascio, agente».

«Ancora meglio.»

«Non mi fido del mio cervello. Il mio cervello è liquido come il brodo che ci date alla sera. Non saprei più ritrovarlo.»

«Tu non hai mai avuto un cervello, questo è certo.»

«Io non ho mai avuto un cervello, agente.»

«E quello cos’è?»

«È un pupazzetto di legno. Devo rifinirlo. Manca il colore, lascia ancora schegge.»

«Ma quanti ne costruisci? Sai fare solo questo, animale?»

«Questo è il più bello. Non vede?»

«E cosa te ne fai?»

«Avrà gli abiti verdi. Brillanti. E il naso rosso di uno che è sempre di buonumore.»

«Ho chiesto cosa te ne fai, animale.»

«Li regalo alla mia nipotina. E ai suoi amichetti.»

«Chissà che orgoglio, sapere che li hai fatti tu.»

«Questo è speciale. Sto lavorando sull’espressione, sulle dinamiche. È l’ultimo.»

«Cosa vuol dire, l’ultimo?»

«Che non ne farò altri, prima di andarmene. Glielo regalerò solo quando sarò uscito.»

«Tua nipote ha il tuo cervello, animale?»

«Ha un grande cervello.»

«Speriamo che le venga anche un gran culo.»

«Questo che dice non è bello, agente.»

«E anche le minne. A bisaccia.»

«Posso portarlo con me?»

«Sì, animale, puoi portarlo. Questa volta.»

«Adesso può chiamarmi la scorta, agente?»

«Cosa?»

«Si sta facendo tardi. La lezione finisce.»

«Hai detto la scorta?»

«Sì, la scorta. Non ci vuole la scorta, per me?»

«Ho capito bene, animale?»

«Cosa c’è da capire?»

«La scorta?»

«Lo steward, il traghettatore delle sezioni e dei budelli di fango, l’esploratore del cemento, il cocchiere del corteo silenzioso del pomeriggio per la redenzione dell’homo faber. Lei appartiene alla categoria dell’homo faber, agente?»

«Ti apriamo il culo, animale. Iniziamo subito. Ti passerà la voglia anche di uscire per andare all’aria.»

«Io ho un culo orgoglioso. Estremamente orgoglioso. Saprebbe come ripagarvi.»

«Stasera veniamo a trovarti, animale. È un po’ che non lo facciamo.»

«Vi aspetto. Non credo di avere impegni.»

«Collega! Vieni a prendere Sinori! È pronto!»

###

“Sonia, Sonecka, nuvoletta, fagottino di pensieri, velocità, ombra dei nostri pomeriggi scatenati nel sole, rifugio di coperte e pupazzi vicino al muro dove correva il tubo della stufa della nostra tana preziosa, occhi bassi, bambolina, cocciutaggine, rincorsa e salto sulle gambe di papà a fine cena, amore spietato, fiabe, filastrocca della buonanotte, sensibilità della plastica e delle stoffe, soffio vitale degli oggetti eterni della nostra casa dissolta! Come stai? Questa lettera veloce mi esalta, in un giorno ti raggiunge. Hai visto chi è venuto a trovarti? Non lo ascoltare, non gli credere se parlerà. Quello parla sempre poco, ma non si sa mai. Non gli credere, se parla di me. Io sto bene, sono il primo della classe. Verrò promosso a giugno. Ma lui non parlerà, ne sono sicuro, non comprende ancora la nostra lingua! Lo conosci, no? Te l’ho anche presentato, una volta. Fausto, il mio guru. Il santone della branda al soffitto. Medico, consulente, commercialista e professore. Maestro di scrittura. È lui, non sottovalutarlo. Si presenta male. Siamo stati quasi due anni, insieme. Giorno e notte. Fa un sacco di vita. Pensa a un’amicizia. Fuori sarebbe come anni e anni con l’amico del cuore. Con cui però dormi poche volte. Pensaci. Per capire devi entrare nel nostro spaziotempo, piegare dilatare espandere. Piegare la corsa dei pensieri e delle fantasie alla forza della nostra gravità… Vedi come scrivo? Lo devo a lui, alla disciplina.

Ora fingo di aver preso il suo posto. Alla fine ci sono riuscito. E lui perdio se ne sta fuori, finiti i controlli e le firme, leggero leggero, come uno di quegli uccelli capaci di correre sull’acqua. Sembra impossibile. Mi sono immaginato mille volte la sua camminata nella “terra di nessuno”, l’attesa davanti alla porta blindata che dà nel cortile degli uffici. L’ultimo cancello, la rete, lo stradone libero verso la provinciale e tutta la desolazione dei campi e delle rampe e dei capannoni e della polvere: ingoiata, fottuta per una volta dall’ebbrezza di essere vivi, signori del tempo. Godo per lui. Sai cosa può essere un caffè al mattino prima di andare al lavoro, il bavero alzato del giaccone, l’aria che brucia negli occhi. La pelle pizzicata dal freddo, la voglia di sgambettare. Glielo auguro.

Io salirò sulla sua branda alta, sarà una buona posizione per sopportare la sua lontananza. Ti piace la parola immateriale? Una parola magica, a me porta le cose. A me sultano nella gerarchia infernale dei cattivi. Ora mi girano tutti alla larga. Almeno quello. Dalla mia cuccetta ogni tanto fingerò di essere lui. Mi farà bene. Mi darà fiato. Domani lo vedrai. Ti piacerà quel ragazzone dalla parlata lenta. Parla e bofonchia, cerca di difendersi dal suo dialetto come da un bestione che lo strattoni a ogni parola e fa sgambetti, appesantisce. E le parole gli vengono un po’ mozze, con tanti punti di domanda, come se non fosse sicuro che lo stai seguendo. Alla fine parla sempre di meno, si fa capire con quello che non dice.

Ci si lega anche con il silenzio tra una parola e l’altra. Quante cose stanno in quel silenzio. Possono starci. Quanto cuore, quanto destino disperato. Il silenzio che unisce prima della carne. Che penetra nella carne e rende belli più di ogni bellezza.

A Fausto chiederò un paio di libri. Lui vorrà darmi dei soldi. Gli chiederò anche un maglione che mi piace e l’indirizzo della casa dove andrà a vivere, quando sarà. Te l’ho già detto che ha un figlio? Un ragazzo che lavora e studia, un padre per lui. È cresciuto con la madre e l’ha visto solo poche volte, ma gli vuole bene. Lavora in un’azienda. Così dice. Lui è stato lontano tutta la vita, un po’ in Sudamerica e un po’ in prigione. Ma adesso sta per venire il suo tempo. Voglio crederci. Ne abbiamo parlato tante volte. Noi galeotti diventiamo sentimentali quando parliamo del futuro. Il futuro da qui è una lastra di vetro su cui tutto scivola, ogni volta si fa piazza pulita, ma se hai qualche illusione, il tuo compagno ti regala la materia per darle forma.

Ti piace la parola galeotto? Adesso sembra un po’ ricercata, me ne rendo conto. Non si usa più. Vuol dire che sto facendo dell’ironia, che rifiuto la realtà. Tu, sorellina, ci arrivi subito a queste cose. La realtà è quello di cui dovrei scriverti e che ancora non ho iniziato a dire. Ma non voglio ucciderti con le mie tristezze. Perché oggi sono allegro. Chiudo la lettera nella busta e gliela do. Trattalo bene, fai quello che puoi. Non so cosa ha in testa, ma quella è una delle teste più belle che abbia mai conosciuto. Ora ce l’avrai davanti. Guardalo. Quelle rughe le ho percorse come una mappa e qualcosa ci ho trovato. Capito. Fanno ridere piangere commuovere incazzare. Dagli una mano, Sonecka, non per me ma in nome della tua follia di nuvoletta veloce, fuori asse, lontana dalle costellazioni. Anche lui è un po’ così. Ti abbraccio.”

### «Le mie dita.»

«Mi piacciono le tue dita. Sono leggere.»

«Basta sfiorarti.»

«Sì, mi piace come mi sfiori. Tu non sei il mio tipo, lo sai?»

«Lo so.»

«Ma le tue dita sì. Io sto con te per le tue dita. Le tue mani.»

Sto con te. Fausto sente di aver bisogno di questi regali.

Arrivati di nuovo al fondo del vialetto, prendono per un sentiero appena tracciato nell’erba, verso un angolo di alberi ben cresciuti che fanno già molta ombra.

Nadia stende l’asciugamano, appoggia la borsa, si toglie le scarpe.

«Perché vi siete trasferiti?»

«Eravamo in affitto. Erano solo due locali. C’era la possibilità di comprarne una. Ti piace la mia casa?»

«Sì.» Le pareti bianche, un mobile d’angolo pieno di oggetti esotici, una specie di scudo di legno con le mensole per i libri. Ha riconosciuto subito la sua impronta, come se ci vivesse da sola.

«Sembra davvero tua» dice Fausto, con un accenno di ironia.

«È mia.»

«Solo tua, voglio dire.»

Si è seduta di fianco a lui, sull’erba, incrociando le gambe. La gonna sfugge alle sue lunghe cosce bionde, morbide e appena appena pesanti, come di ragazza che non smetta mai di correre. Non si fa scrupolo di muoversi libera, indifferente a quelli che la guardano. Le sfiora il ginocchio con un’emozione che quasi lo intimidisce. Una sensazione di freschezza, come toccare una terra umida e compatta.

Le gambe incrociate lasciano vedere le mutandine. Oggi sono quelle con l’arcobaleno. Le sue strane mutandine senza malizia, da ragazzona. Azzurre con strisce blu, o rosa, larghe e alte sulla vita. Lei vede il suo sguardo e sorride, c’è un sottinteso tra loro sulla sua biancheria bizzarra da adolescente.

«Perché a te basta di vedere me. Io amo stare in un posto così, circondata da cose che non mi sono indifferenti.»

«Come me!»

«Sì, credo anch’io. Noi siamo all’opposto su tutto.»

«Sì. Ma forse non proprio su tutto…»

«Perché continui a vivere da loro?»

«Per farti dispetto. Perché mi piace dormire in un letto che non sia il mio, in una stanza che non mi appartiene. Forse è solo per questo che ancora non torno a casa.»

«Si potrebbe chiamare fuga. O paura.»

«Questa sarebbe la spiegazione più semplice.»

«E quella più complessa?»

«Boh… Forse io sono un nomade stanziale.»

«Tutto qui?»

«È poco? Né lenzuola, né un quadro, non un colore, una posata, un angolo che non sia stato di tutti. Come in galera.»

«Un altro modo di scappare. È anche per questo che io sono contraria alle carceri.»

«Il nostro pane sono le anime belle come te, speriamo che ne nascano sempre.»

Nadia gli dà un pizzicotto. «Scemo.»

«Tu sei il pasto del bandito. Non lo vedi? Quattro chiacchiere e sei fritta.»

«Ma sei proprio scemo!»








pubblicato da s.nelli nella rubrica libri il 24 marzo 2012