La rigenerazione

Antonio Moresco



In questi giorni, dopo i risultati delle elezioni, ci sembra che sia diventato ancora più urgente e bruciante riproporre i temi con cui abbiamo incominciato il nostro lavoro collettivo e da cui siamo nati come rivista. Questo che qui riproponiamo è l’editoriale che ha aperto un anno fa il primo numero della rivista "Il primo amore". Riproporlo oggi è solo il primo passo di un lavoro di riflessione e di un nostro contributo, nella situazione in cui ci troviamo.

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I giorni passano, gli anni passano. La vita fa il suo corso. Ci manda dei segnali. Inequivocabili, portentosi. Ma non sembra poter fare di più. Non è affar suo. Se non è affar nostro, figurarsi se è affar suo!

Il paese perduto

Non facciamo che disperarci per la situazione del nostro paese, in questi ultimi anni, in questi ultimi mesi. Ci arriva l’immagine di un paese marcio, bloccato. Dentro questa cancrena milioni di donne e di uomini cercano di continuare a vivere e a perpetuarsi. Molti di noi cercano di non sottrarsi alle proprie responsabilità, pur all’interno di una situazione simile, anche se non si fanno illusioni. Prendiamo posizione pubblicamente, andiamo a votare anche quando ti farebbero passare la voglia di farlo, ecc... Perché, anche se è evidente a cosa sono stati ridotti il nostro paese e quella cosa chiamata "democrazia", non ci si può permettere di ignorare la drammatica contingenza in cui ci troviamo. Autoreferenzialità cieca, irresponsabilità di oligarchie politiche direttamente comprate e sotto padrone o che vanno avanti come se niente fosse coi loro piccoli giochi di potere e di casta. Allo stesso modo si comportano i gruppi economici, religiosi, le macchine culturali, sportive, mediatiche e dell’ intrattenimento. Come se avessimo di fronte tempi storici orizzontali e non fossimo invece dentro un’emergenza che ha caratteri nuovi e mai visti prima, di specie. Piccoli gruppi che combattono per la propria sopravvivenza utilizzando precedenti strutture organizzative e mentali ormai oltrepassate, che non sono da tempo proporzionali a quanto sta avvenendo nella vita del nostro paese e del mondo. Gruppi politici che non riescono più a mascherare la plateale evidenza del fatto che le vere decisioni vengono prese altrove, sulla testa dei cittadini abbindolati con delle misere farse mediatiche. Gruppi intellettuali e culturali che stanno al gioco o che credono basti fare del piccolo fiancheggiamento di queste strutture terminali e inerti (ricavandone oltre tutto un utile di immagine e status) per avere esaurito il proprio compito e giustificato eticamente la propria presenza. Vediamo ogni giorno sui giornali gli specchietti delle collocazioni politiche dei vari intellettuali e presunti tali, le zone politiche attorno a cui gravitano, con tanto di costellazioni di faccine rotanti attorno a stelle morte da tempo. Strutture economiche cieche e di breve respiro, che hanno dimostrato più volte anche negli ultimi anni la loro irresponsabilità e spregiudicatezza e grettezza, giocando sulle pelle del paese in cambio di utili che a volte non riescono neppure a riscuotere. Strutture religiose secolari che esibiscono la loro pompa vuota e grottesca, la loro retorica senz’anima, il loro imperio e il loro furibondo attaccamento a ciò che le mantiene in vita, senza guardare in faccia nessuno, legandosi addirittura a quanto c’è di peggio nell’Italia e nel mondo, basta che agiti un’ipocrita maschera di facciata, basta ricavarne in cambio privilegi economici e potere di gestione e controllo.

Questa situazione senza speranza non attraversa solo il mondo pubblico e mediaticamente emerso, attraversa anche, da parte a parte, ogni postura umana, ogni fibra. Anche i corpi le espressioni, i gesti, le facce trasmettono una sensazione di spossessamento e di morte, in questi anni. Basta andare in giro per strada e avere il coraggio di guardare in modo diretto i volti che ci stanno intorno, i gesti più comuni di uomini e donne, l’automatismo delle loro smorfie sociali e dei loro sorrisi incollati. Tutte queste chiostre televisive di denti perennemente allo scoperto, senza la giustificazione e il dono della felicità, dell’allegria e dell’amore. I discorsi che si sentono, le parole usate. La pesantezza di tutti questi volti nudi allineati sul sedile di fronte della metropolitana, la continua recita della vita da parte di questi poveri organismi buttati a riva dalla risacca delle generazioni.

Questo è un paese che -non molti decenni fa- ha assaggiato il fascismo. E gli è piaciuto.

Ciò che vediamo ogni giorno attorno a noi ci mostra in modo impietoso che siamo un paese perduto. Siamo un paese perduto. Chi non lo vuole vedere, e si limita ad agitare la consolazione di piccoli rimedi di facciata, è in realtà una persona cinica e senza speranza.

Il pianeta perduto, la specie perduta

Lo sappiamo tutti. Eppure non ce ne fa un baffo. Stiamo fottendo in quattro e quattr’otto il nostro habitat e le nostre prospettive di vita su questo piccolo pianeta che esiste da quattro miliardi di anni. Esistiamo come specie da soli tre milioni di anni e, in questo tempo infinitamente breve, abbiamo saccheggiato le condizioni stesse della nostra vita come nessun’altra specie meno "intelligente" di noi era mai riuscita a fare. La terra ha generato un miliardo di specie vegetali e animali. Ne è rimasto solo l’uno per cento. La specie umana sarà probabilmente quella di minore durata. Dopo avere sgominato un numero enorme di altre specie e forme di vita, sta saturando il pianeta di esseri della propria specie. Tre nuovi nati ogni secondo, 26.000 al giorno, 95 milioni all’anno. Nel 1800 eravamo un miliardo, nel 1910 quattro miliardi, nel 2000 sei miliardi. Andando avanti di questo passo, in meno di due secoli potremmo saturare l’intero sistema solare. Siamo l’unica specie animale che stermina sistematicamente la propria specie e crea le condizioni per la propria autodistruzione. Cazzo, li abbiamo fatti fuori tutti, abbiamo messo fuori gioco la concorrenza! Sono rimasti solo quegli invisibili figli di puttana: virus, batteri… e forse, oscuramente, ci aspettiamo che siano proprio loro a toglierci le castagne dal fuoco sterminandoci o perlomeno scremandoci come specie. L’acqua comincia già a scarseggiare. Già oggi un uomo su cinque non ha accesso all’acqua, tra vent’anni saranno due su sei e attorno all’acqua si scateneranno le guerre del futuro, come oggi attorno al petrolio. Anche il petrolio scarseggerà sempre più. Abbiamo già estratto 944 miliardi di barili di greggio (un barile sono 159 litri). Ne restano 604 miliardi. Nel 2030, per l’impetuoso sviluppo dei paesi dell’Asia, potrebbero esserci un miliardo di auto in più sulla Terra. Le ultime riserve di petrolio si trovano molto in profondità, ma l’uomo bucherà fino a 3000 metri nonostante i rischi, nonostante laggiù ci siano batteri pericolosissimi per l’umanità, non a caso chiamati bacillus infernus. La speranza di vita di una specie zoologica e botanica è di 10 miliardi di anni. La terra crea e distrugge "naturalmente" 10 specie all’anno. L’uomo ne distrugge 100.000 all’anno. L’homo sapiens ha meno di 200 mila anni, un nulla in termini di specie e rispetto alla vita del pianeta. Ogni anno perdiamo una superficie di foreste pari all’estensione dell’Inghilterra. Entro una ventina d’anni avremo distrutto il 40 per cento dell’ozono presente nell’atmosfera. E senza la fascia d’ozono la vita sulla terra è impossibile. Tra tre o quattro miliardi di anni -miliardo più miliardo meno- il sole esploderà e diventerà una gigante rossa. Ma noi abbiamo fretta. Non vogliamo tirarla per le lunghe. Ce ne andremo prima, molto prima. Domani!

(Mi è stata d’aiuto mia figlia Maria, Lunghi Capelli, nella raccolta di questi dati. Che Dio -o chi per lui- ti protegga, bambina!)

Di fronte a simili documentate prospettive dovrebbe succedere un terremoto nelle menti umane, un ripensamento radicale di ogni cosa e di ogni struttura mentale e sociale. Invece niente. Tutte queste logiche economiche e di dominio e queste strutture mentali che ci stanno portando alla rovina rimangono al loro posto, indiscusse, indiscutibili, vanno avanti a testa bassa per la loro strada, impazzite, senza rispondere a niente e a nessuno. Gli uomini che ne fanno parte non vengono percepiti come criminali di specie. Non esistono strutture che consentano una reale interazione e controllo. L’umanità si fa portare là senza scosse interne, incapace di correggere la propria traiettoria, come se fosse sprofondata nel sonno oppure narcotizzata. Si continua ancora a giocare tutto sul mito delle continue e distruttive accelerazioni economiche e di questa cosa che viene chiamata demagogicamente "sviluppo", come se il pianeta potesse reggere ancora a lungo una simile corsa. Le oligarchie politiche ed economiche continuano a trarre il loro criminale potere blindato dal rendersi funzionali a questo delirio. Tutto deve crescere, crescere sempre di più, a calci in culo, se necessario, mentre è evidente -e persino un bambino lo capirebbe- che una crescita continua ed esponenziale dentro uno spazio biologico limitato non può che portare all’esplosione sia del contenitore che del contenuto. Come se un organismo, qualsiasi organismo potesse crescere continuamente, indefinitivamente, come se non fossimo dentro uno spazio atmosferico limitato. Come se si potesse costringere un uomo a non fermarsi mai, a non riposarsi mai, a non dormire mai, senza farlo arrivare rapidamente al tracollo.

Cosa si può fare perché questi avidi, ottusi e terminali bipedi si decidano finalmente a guardare come stanno veramente le cose, almeno adesso, che stiamo andando a toccare il nostro confine di specie?

L’omaggio funebre del colombo

Qualche giorno fa mi è capitato di assistere a qualcosa che non avevo mai visto prima. Appena svoltato a un angolo, mi sono trovato di fronte il corpo di un colombo morto disteso sul marciapiede. Era un colombo ancora giovane e bello, dalle penne lucide. Succede spesso di vedere per terra un colombo stecchito. La cosa strana era un’altra. Accanto a lui un altro colombo altrettanto giovane e bello stava in piedi, immobile, e ripeteva continuamente il gesto di beccare per terra. In un primo momento ho pensato che stesse facendo qualcosa di atroce, tipo beccare il corpo del compagno morto per staccarne dei piccoli pezzi e mangiarli. Invece no, stava facendo una cosa incomprensibile: stava semplicemente ripetendo a vuoto il gesto naturale del beccare, anche se per terra non c’erano briciole o altro, non c’era assolutamente niente. Come se stesse compiendo quel gesto privo di utilità e di senso come un rito di omaggio, ripetendo l’atto più comune nella vita del colombo perennemente alla ricerca di cibo, al posto dell’altro che, morto, non lo poteva più compiere.

Ma la cosa più sorprendente è che non si era spostato di un millimetro, anche se gli ero passato vicinissimo. Come se non potesse farlo, non potesse interrompere quel gesto di perpetuazione e di omaggio. Continuava a beccare a vuoto, inchiodato, vicino al corpo del compagno caduto, senza spostarsi di un millimetro nonostante il continuo viavai di persone che gli passavano a fianco e lo sfioravano.

Mi sono fermato a guardarlo con commozione. Uno stupido, fastidioso colombo, di quelli che ci intralciano mentre attraversiamo le piazze e che ci scagazzano sui davanzali era capace, nella sua testolina, nei suoi pochi grammi di cervello, di concepire un gesto di tale sconcertante grandezza.

Non solo i virus, i batteri, non solo i topi, gli insetti… Ci sopravviveranno anche i colombi, anche quel colombo, quel giovane, cavalleresco colombo che ha preso sopra di sé tutto il dolore e l’onore della propria specie. La morte dell’uomo è irrilevante quando è irrilevante la sua vita, quando la sua vita è già tutta dentro la sua morte.

La disperazione

Tutto sembra frenetico e inerte. Anche i movimenti forsennati e criminali che si scatenano continuamente su questo pianeta sovrappopolato e stremato, le guerre per il controllo delle ultime fonti energetiche, l’uso enfatizzato e funzionale delle strutture mitico-religiose identitarie, lo sviluppo moltiplicatorio dello spossessamento tecnologico e della duplicazione… tutto sembra agitarsi dentro uno stesso orizzonte bloccato. Ha il carattere endemico e immobile di una lotta finale. Sembra tutto giocato dentro lo stesso gioco di duplicazione e di morte. Anche le nuove e mirabolanti possibilità tecnologiche postumane sono giocate dentro lo stesso cerchio di duplicazione e di morte. Ogni cosa è violata, il bello e il brutto sembrano partecipare di una uguale bruttezza. Ci vuole una dolorosa vicinanza alla propria anima per riuscire a cogliere l’evento raro e struggente della vera bellezza. Anche tutta la tensione fecondativa e tellurica che muove l’impulso artistico, cognitivo e precognitivo si trova di fronte a questa immobilizzazione e a questa disperazione. Se lo scrittore è un inventore, un pensatore e un esploratore, se il suo movimento contiene configurazione, prefigurazione, come può muoversi dentro uno spazio così saturato e immobilizzato? Qual è il suo futuro, se non c’è futuro, se la disperazione è già adesso dentro il futuro?

La rigenerazione

Alcune persone, legate tra loro solo da liberi vincoli di comune passione, hanno pensato di dare vita a questa piccola rivista che cercherà di guardare il mondo da una prospettiva più ampia. Di cosa dovrebbe parlare una nuova rivista nata in questi anni, in una situazione simile? Di competenze specialistiche, estetiche, letterarie? Che apporto, che contributo possiamo dare? Dovremmo giocare la nostra presenza in relazione o in contrapposizione alle meschine confraternite e alle piccole mafie che intossicano anche il mondo della cultura nel nostro paese, né più né meno di quello politico, economico, sportivo…?

Nel Novecento, le riviste che sono nate via via, promosse da scrittori, intellettuali, pensatori, artisti, poeti… si muovevano nel gioco delle cosiddette poetiche, oppure cercavano interazioni con le strutture politiche di intervento. I loro promotori potevano ancora aggrapparsi a qualcuna delle cosiddette utopie e nutrire o fingere di nutrire l’illusione che fosse sufficiente il loro "impegno" per uno spostamento della configurazione politica e sociale della vita umana all’interno di queste strutture. Vedevano gli uomini attraverso la loro dimensione di volta in volta sociale, artistica, culturale. Per questo sceglievano per le loro riviste titoli che erano all’interno di questo tipo di lettura della vita e del mondo. Era tutto un fiorire di aggettivi come "nuovo", "moderno", ecc… Oppure si richiamavano agli spazi e alle pratiche di lavoro e di trasformazione e distribuzione della propria epoca: "laboratorio", "officina", "magazzino"…

Noi abbiamo pensato di chiamare la nostra rivista, leopardianamente, "Il primo amore", perché, nella condizione in cui siamo, bisogna attingere anche ad altre forze e ad altre possibilità ancora e sempre latenti dentro di noi per riuscire a pensare e a immaginare e a sognare qualcosa che abbia la radicalità sentimentale, emotiva e mentale necessaria per tentare di muovere uno spazio immobilizzato. Perché ormai il primo amore è diventato l’ultimo amore, il primo e l’ultimo amore sono diventati l’unica possibilità, una cosa sola.

A cosa servirebbe fare oggi l’ennesima rivista che non sia altro che l’espressione residuale di piccole specializzazioni all’interno di un tessuto politico e culturale depotenziato? Bisogna avere il coraggio di buttare il ferro a fondo, non limitarci a girare attorno alle cose ma affrontarle di petto. Cercheremo di fare una rivista così. E allora quale può essere la sua ragione, la sua dignità culturale e umana, quale il nostro contributo se non la presa d’atto, senza scorciatoie e senza consolazioni, della disperata situazione e del passaggio che sta di fronte non solo a noi, al nostro paese, ma anche alla nostra specie e alla sua parte scrivente e leggente? Facendola intendere, vedere, sentire in modo inequivocabile, tridimensionale, profondo, per rendere evidente che non c’è un’altra via d’uscita che l’invenzione di un contromovimento che non accetti di porsi in partenza dentro gli stessi limiti angusti, anche se è ancora tutto da inventare, da reinventare, e dove bisogna ripensare completamente i fini, le strutture, le forme, per riattivare capacità umane atrofizzate, i corpi e i percorsi psicofisici e mentali tenuti artificialmente separati. E incontrando, in questo percorso, chi oggi si è già reso conto di quanto sta succedendo davvero, a livello nazionale e internazionale, personale e di gruppo, e sta già dando il suo prezioso contributo di espressione, di riflessione, di documentazione e di lotta.

Per questo, numero dopo numero, andremo a toccare urgenze sotto gli occhi di tutti eppure ignorate, veri e propri tabù che non vengono portati allo scoperto, focalizzando e guardando il mondo che ci circonda attraverso traiettorie negate, rimettendo in movimento forze intime e mentali da tempo sopite, insurrezionali.

Nel corso del tempo e della loro breve vita di specie gli uomini, nelle situazioni bloccate, hanno sempre cercato di creare movimento nello spazio e nel tempo quando le strutture umane tendevano a ossificarsi, anche attraverso invenzioni artistiche, di pensiero, di ingegneria e prefigurazione sociale. Ma tutto questo era sempre inscritto dentro un gioco che non poteva spostare in modo profondo la nostra situazione di specie. Non la sposterebbe tanto più oggi. Al punto in cui siamo persino una rivoluzione non basterebbe, non sarebbe ancora nulla, non sposterebbe nulla, perché sarebbe ancora e sempre giocata dentro le stesse possibilità date e le stesse strutture, creerebbe solo spostamenti interni dentro la stessa immobilità. Ci vorrebbe, ci vuole un movimento di natura nuova, impensato, che possa attraversare da parte a parte non solo le strutture politiche residuali, culturali, economiche, religiose immerse nel loro sonno di morte, ma anche i corpi, le menti. Perché anche pensare non basta più. Abbiamo bisogno dell’ impensato, dell’inconcepito. Ci vuole qualcosa di infinitamente più profondo di una rivoluzione: ci vuole una rigenerazione.








pubblicato da a.moresco nella rubrica democrazia il 16 aprile 2008