Comizio a Cairano

Franco Arminio



Venerdì sera a Cairano chiuderò la mia campagna elettorale. Questa è la traccia del discorso. Poi quello che dirò dipenderà dall’umore del momento, dalle facce che avrò davanti.

Cari cittadini di Cairano che non siete qui perché siete in Belgio o al cimitero, oggi parlo a voi e a questi amici che sono venuti con me, parlo al vento e alle nuvole, ai muri e alle porte chiuse. Parlo con sconforto e fervore, parlo coi sentimenti che mi sono venuti in questa campagna elettorale che mi ha portato nei paesi non a spiare la mia morte e la vostra, ma a sentire il fiato che c’è ancora. Sono a Cairano insieme a voi per dire che noi queste elezioni le abbiamo già vinte. Le abbiamo vinte perché non abbiamo detto menzogne. Ci siamo accampati nel diluvio di desolazione che ha preso i paesi e abbiamo usato i nostri corpi come stracci per raccogliere un poco d’acqua. Continueremo a farlo anche dopo queste votazioni. Stasera non c’è bisogno di nominarlo il partito per cui votiamo e nemmeno il lugubre pagliaccio che abbiamo arricchito passando le nostre sere sui divani. Non siamo qui per dire le parole che tutti dicono e che stanno nell’aria senza toccare nulla. Siamo qui per dire che bisogna tornare a Cairano. Le cantine di questo paese devono tornare a riempirsi di vino. Bisogna tornare a piegarsi per spiantare dalla terra le cicorie. Questi gesti ci piacciono, non quelli di certi politicanti accigliati che passano il loro tempo a tramare per guidare il partito a cui appartengono. È come se uno avesse una donna e invece di baciarla fa di tutto per chiuderle la bocca, per imbavagliarla. Sono esseri tristi che vivono con stipendi rubacchiati in questo o quell’ente partorito da un’Italia burocratica e inconcludente. Un’Italia di carta che ha partorito questi uomini di polvere, con la faccia grigia. Siamo qui perché non saremo mai con loro e non ci importa nulla se diventano sindaci o assessori. Per noi sono tappi, lacci, imbuti. A Cairano e nei paesi più affranti, più sperduti, c’è bisogno di una politica tanto nuova che adesso non si riesce neppure a immaginare. Una politica che faccia girare la terra nel suo verso, che lasci cantare il buio e la luce, che riporti le lucciole a luglio e la neve a febbraio, una politica che faccia svegliare gli uomini all’alba e li metta a letto dopo il tramonto. Una politica naturale, semplicemente umana. Guardatevi intorno, qui c’è tanto cemento di cui non c’era bisogno. Non ci sono mani per queste maniglie, non ci sono lacrime per chi è rimasto a soffrire. A un certo punto accade che i paesi muoiano, come muoiono le persone. Forse per noi e per Cairano il terribile è già accaduto. E allora è un miracolo riaprire la terra e gettarvi dentro un seme. Questo seme è il fatto che siamo qui in compagnia. Siamo venuti da altri paesi, da altre desolazioni. E abbiamo una luce negli occhi che non abbiamo mai avuto. Ci fa luce il batticuore, ci fanno luce queste amicizie venute su vicino alle tende che abbiamo aperto in ogni paese. Siamo una carovana di nomadi che ha deciso di disertare le cerimonie della noia a cui si vota ogni giorno la piccola borghesia di questo capitalismo che a furia di espandersi è diventato piccolissimo. Siamo qui per dire che la vita è un evento enorme e la politica se non è grande non è niente. Siamo qui per la gloria di stare insieme agli altri nel mondo, per onorare questa misteriosa avventura di cui non sapremo mai nulla. Quello che sappiamo è che non ha senso istigare e istigarci a produrre e consumare di più. Non è la crescita la nostra salvezza. La nostra salvezza è la poesia che ancora c’è nel mondo, è questa nuova religione che ci tiene insieme, quest’antica bellezza che vogliamo proteggere e accudire. Non ci aspettiamo niente da nessuno dei parolai che stanno sulla scena. Ci piace leggere, ridere, guardare. E per fare questo non abbiamo bisogno di leggi e di progetti, di ministri e portaborse. Le nostre poltrone sono queste montagne, il grano che sta crescendo, le rose che fra poco fioriranno.








pubblicato da t.scarpa nella rubrica democrazia il 10 aprile 2008