La commozione di Munforte

Sergio Nelli



Che Giuseppe Munforte sia uno scrittore importante lo stanno capendo finalmente in molti oltre al sottoscritto che lo segue da Meridiano (Castelvecchi, 1998), suo libro d’esordio. Da allora siamo diventati amici e per ciò il parlare di lui è più arduo e difficile, perché ho timore di nuocergli in qualche modo. Ma c’è in me la voglia altrettanto forte di fare qualcosa per lui. La resurrezione di Van Gogh (Barbera 2013) è il suo quarto lavoro pubblicato (ma altri ce ne sono nei suoi cassetti). Tra questi due romanzi stanno La prima regola di Clay (Mondadori, 2008), parentesi fortunata editorialmente, e Cantico della galera uscito nel 2011 per Italic/Pequod (che per nostra fortuna continua a proporre tanti libri notevoli). Visto come lo vedo io, con uno sguardo riassuntivo, Munforte ha mostrato fin dall’inizio una predilezione per storie di vite marginali, di vite fallite o borderline. E tuttavia c’è sempre incisa nella sua scrittura, davvero straordinaria, un’ altra testimonianza, un bagliore di umanità e un ardore sentimentale che ti sorprendono e germinano insieme a una invettiva bloccata che quasi diventa preghiera. Partire da storie estreme è un carattere della letteratura mondiale, come se compulsare la realtà da punti dolorosissimi e nevralgici aprisse dei varchi più larghi alla nostra percezione e comprensione del reale. Campione assoluto di questa ispirazione è nei nostri anni il gigantesco David Foster Wallace il quale è venuto disegnando nella sua opera addirittura un grande affresco teratologico: il demone di una realtà che non cessa per altro di prodigare le sue attrattive. L’incipit di Giuseppe è lo stesso di tanta letteratura di oggi. Si parte da un’esperienza estrema, da uno svantaggio iniziale che è in modo sovresposto oppure oscuramente connesso al nostro stesso venire al mondo. Ma poi si procede in qualche modo per andare contro la bruta fattualità, contro una materia pregiudizialmente squalificata per guadagnare pezzo per pezzo umanità, bellezza, empatia. E’ ciò che troviamo ad esempio nella vita e nella morte silenziose dell’anonimo lavoratore di Meridiano o nella vicenda da trafiletto in cronaca nera della Prima regola di Clay, storia di un pugile talentoso, Ivano, di cui il narratore, che lo ammira fin da ragazzino mentre impara a tirar pugni, segue la traiettoria, dalla morte del padre per intossicazione fino a un pareggio di conti disperato. La vita sembra dirci Munforte - in ogni piega della sua pagina tanto bella e sontuosa da rischiare talvolta una sovrabbondanza - richiede una quantità e qualità di energia e di simpatia che dobbiamo mettere in campo tutto per dare una misura adeguata alle cose. Inoltre, e questo è l’elemento più forte di differenza con le prove precedenti, marcato dal Cantico e dalla Resurrezione , se la vita è gonfia di determinazioni che non ci siamo scelti, se il nostro bagaglio ontico, diciamo così, quello cioè che sorge con la nostra nascita, non ci è mai propizio, vivere è però predisporsi a una trasformazione e ad un inizio. Mi rendo conto di procedere grossolanamente. D’altronde i libri devono mostrarci la via e darci coraggio e verità. E allora sparo un’altra cosa scontata, ma è per ripeterlo a me stesso e perché vale ridirlo per Munforte. La scrittura non è qualcosa di estrinseco che riguarda lo stile e il lessico, non è una verniciatura di una storia qualsiasi. E’ la storia stessa, l’attenzione, la pietà, quel momento di senso di perdita che magari coincide proprio con la percezione struggente di un lato più intimo e segreto delle cose, come ha annotato argutamente Andrea Caterini in una recensione al libro di cui si parla. Ecco che ciò che si poteva intuire, profondamente incubato dal Cantico della galera e dal personaggio di Fausto, viene in piena evidenza, mi sembra, nella Resurrezione di Van Gogh, in questo quarto libro. Se in Clay il gesto di violenza e di ribellione che impregnano la vicenda non portano a niente e si resta in una deriva, qui lo sfascio è attaccato a protagonisti importanti ma pur sempre di contorno, mentre il centro viene preso da un giovane che racconta la sua avventura, la sua formazione, come in un classico bildungsroman: la vita familiare, il disastro del padre, l’università, il teatro, gli amori e lo scrivere vissuto come uno sprofondamento, come una chiave per aprire un qualche segreto. Anche donne indimenticabili nella narrativa di Giuseppe come la sorella di Clay, Vera, o la Sonia del Cantico subiscono una mutazione da un “esser votate a custodire le tragedie degli altri” (ancora Andrea Caterini) a una condivisione assoluta come in Nadia (sempre nel Cantico) o in Nadine e Valentina della Resurrezione. Verso la fine del racconto, Leonardo mette su la sua pièce tratta dal romanzo che si inventa in una biblioteca. Esso narra la storia di uno studente aspirante scrittore che seduce una dattilografa generosa e appassionata , che prima lo aiuta e lo mantiene e che poi, dopo il successo del libro, viene lasciata per un’altra donna più adeguata, più autonoma e spendibile. Indovinate chi farà la protagonista nella rappresentazione teatrale? Marcus, uno dei teatranti più talentosi, ruba la regia a Leonardo che ha ricercato i compagni d’avventura per la messa in scena; ma più che un furto è il potere che gli viene da un’ideazione. All’autore è affidata un’altra maschera.

“Iniziammo a provare. Lui sulla sedia, io attorno sul palco. “Non ancora, non ancora” diceva Marcus. Feci i primi tentativi con il costume di scena. Pezzo a pezzo, giorno dopo giorno costruii la maschera del mio clown. Una maschera terribile che mi faceva sprofondare. Dove? “Se l’hai scritto vuol dire che dentro di te c’era quella parte lì. Una parte che vuole solo amare, una parte che se ne fotte delle ferite. Ma è davvero così? Davvero sei solo una servetta? Dimmelo, urlamelo, fammi paura, a volte basta uno spostamento d’aria per farci cascare all’inferno” diceva Marcus, come se avesse bevuto. Non avevo bisogno di lui. Preparavo la mia maschera da sola davanti allo specchio, mi muovevo per il palco, pensavo, dormivo, mi svegliavo con la mia dattilografa. Come se fossi lei. Sentivo che quello stratagemma mi avrebbe consentito di andare a toccare delle parti di me, di chi?, dove non c’era più l’uomo e dove la donna era solo una finzione. Quell’essere vivi di cui, nei tre quattro secondi di verità che ogni tanto ci capitano, si sente di dover rendere conto davvero.”

Prendere a pugni il mondo per un sacrosanto bisogno di giustizia è lo stallo di una deriva e l’espiazione in una punizione infinita, ci dice la storia del pugile che chiamano Clay perché è veloce, si muove come ballando, schiva tutti i colpi e tiene la guardia bassa. Un altro cammino - se le storie hanno un peso e un valore al di là da un contenutismo rigido e da simbolismi appiccicati - è quello del Cantico e della Resurrezione.

“Era l’idea di stare al mondo come se nessuno l’avesse fatto prima.”

E’, per tutti, la strada dell’accettazione di questa responsabilità e di questo inizio che è vivere, di un fuoco che si accende e si spegne e che in Munforte genera il suo combustibile primario nella commozione. E’, insieme, la strada dell’artista, di Van Gogh appunto, che non richiede bestemmia ma neanche ringraziamento o gratitudine verso alcunché e alcunchì. “Sto cercando, sto lottando, ci sono dentro con tutte le mie forze”.








pubblicato da s.nelli nella rubrica libri il 9 novembre 2013