Alfabeto stella: Gru

Serena Gaudino



Lì dove si vedono gru si presuppone fermento, movimento.
Nei porti le gru zigzagano nel cielo, scaricano containers oppure portano in secca le navi da pulire o riparare. Dall’alto, al tramonto e nella notte le gru disegnano un bordo di merletto attorno al mare. Lo impreziosiscono di luce, tagli, punte e ipotenuse.

Esistono gru di ogni tipo: a torre, a ponte , a portale, a cavalletto, a bicicletta, su autocarro, autogru, argani, Derrik, paranchi e relativi carrelli…

Ma le gru a bandiera sono le più comuni. Servono a costruire.
O a demolire.
A spostare materiali da un posto all’altro lì dove c’è troppo poco spazio per usare i mezzi di terra o ci sono barriere, dislivelli…

A L’Aquila di queste gru ce ne sono un sacco.
Ma non abbastanza.
Nel centro ne ho contate una decina, forse molte di più: una verde, una rossa, una celeste… gli altri colori non me li ricordo più.

Da sotto, la città vecchia, arrampicata sulla collina, pare trafitta da lance multicolore. Sarà mica vero che a ogni gru corrisponde un cantiere aperto? Perché, se così fosse queste gru, soltanto queste, sono davvero poche per rimettere in piedi la città.

Qui di cantieri ne servirebbero cento.
O mille.

Quanti cantieri aperti ci sono ora? Forse dieci! Qualcuno è senza gru.

Eppure si continua a aprirla laa città.
Alle notti folli dei giovani, alle serate di movida sfrenata, alle feste di laurea open air, alle passeggiate romantiche condite con l’inseguimento della camionetta dell’esercito che tenta si sbattere fuori gli intrusi dalla zona rossa.

Io, L’Aquila la chiuderei.

Per dieci anni la interdirei a tutti e monterei gru dappertutto, una a fianco all’altra per quanti sono i palazzi da ricostruire, le piazze da ripulire, i negozi da riaprire.

Chiuderei strade e aprirei varchi, chiuderei passaggi e aprirei porte, molte, ancora incatenate.








pubblicato da s.gaudino nella rubrica stella d’Italia il 7 novembre 2013