Bob Dylan agli Arcimboldi

Teo Lorini



Seconda delle tre date milanesi di Dylan. Il teatro è stracolmo e al solito c’è di tutto: dal ragazzino all’anziano, dal curioso al primo concerto all’habituè che non perde uno show dal 1986 e trova ogni volta un motivo per lamentarsi (e uno per tornare).
Abolita la tradizionale presentazione (Ladies and gentlemen, please welcome the poet laureate of rock ’n’ roll, the voice of the promise of the 60s counterculture, the guy who forced folk into bed with rock… e così via), abolita l’orrida pianolina elettrica (per i fedelissimi: IOT / Instrument Of Torture) con cui martoriava da un decennio i suoi pezzi e le orecchie del pubblico,abolita la proverbiale imprevedibilità delle scalette che ora anzi comprendono molti brani del nuovo disco. In breve, Dylan sembra confermare le novità introdotte in questo ennesimo giro di giostra del suo Never Ending Tour.

Eppure.

Eppure un concerto di Dylan non sarebbe tale senza un mistero, una leggenda, un imprevisto. E così, già fuori dal teatro corrono le voci che ieri abbia modificato la setlist all’ultimo momento per inserire Desolation Row… Ma non c’è tempo per specularci troppo. Le luci si abbassano quasi all’improvviso e la band prende posto nel buio. Quando si riaccendono, al centro del palco c’è lui, ricci al vento, scarpe bicolori e addosso uno di quegli indecorosi stampati che alla prima occhiata sembrano giacche da cowboy e alla seconda un ridicolo pigiamino fantasia.
Il concerto sembra più volte sfuggire di mano a Dylan. La grinta e l’abbandono della performance all’Alcatraz di due anni fa sembrano un ricordo confuso. Ma quando tutto sembra crollare…
L’inizio è buono. Si parte con Things have changed, la canzone dell’Oscar (e la statuetta occhieggia fedele, poggiata al margine sinistro del palco) Esecuzione dignitosissima, con un paio di fraseggi che lasciano ben sperare. Si capisce che Charlie Sexton, la chitarra solista che all’Alcatraz due anni fa aveva innescato un concerto spettacoloso, scalpita. Bob però è implacabile e, complice una rullata balenga di quelle che ci vuole tutta l’inettitudine di George Recile per infilare, il pezzo si chiude in fretta e furia.
A seguire, come da scaletta, She belongs to me. Quante volte avrà cantato questo pezzo dal lontano 1965? Eppure anche stasera la voce di Dylan ogni tanto si libera dalle incrostazioni dei secoli e sembra prendere strade imprevedibili. Poi inizia la parabola discendente. Dopo un’incolore Beyond Here Lies Nothin’, Bob si infila, sprezzante del rischio, in What good am I?, uno splendido pezzo dell’89 per i cui arditi vocalizzi non è proprio più cosa. L’esecuzione del recentissimo Duquesne Whistle, che pure ha fatto da singolo di lancio per Tempest, è fiacca e talvolta persino stonata. Ne risentono anche i musicisti che si perdono e sbandano nell’esitante valzerino di Waiting for You, una canzone minore, composta nel 2002 per il film I sublimi segreti delle Ya-Ya Sisters. Qualcuno se lo ricorda? Ecco, appunto.

L’energia dell’inizio se n’è andata. Bob ne recupera un po’ con Pay In Blood, il secondo pezzo da Tempest: qui la voce roca è proprio quello che serve e il pubblico applaude incoraggiante. Poi però arriva Tangled Up In Blue. È uno uno dei brani sacri del suo canzoniere e Dylan la fa letteralmente a brani, con un misto di disinteresse, ferocia, rassegnazione. Strofe saltate, sillabe mugugnate, forse cambia persino qualche verso (chi avrà scritto questa volta il famoso book of poems, che tante volte ha cambiato autore? In sala si capisce solo che è written in his soul). È il punto più basso di tutto lo show.
E – perché ce ne stupiamo ancora? – è in quel momento che Dylan infila la mano nella sua borsa dei segreti e soffia in aria la sua polvere magica. Le luci diventano rossastre, la band attacca a martellare l’inizio di Love Sick. Dylan è al centro del palco, le braccia piantate sui fianchi, le gambe divaricate,il petto proteso in una posa da spaccone, doma il pezzo come una tigre selvaggia, lo plasma con esitazioni controllate al millimetro, lo seduce accarezzandone le strofe con voce morbida o scandendone le sillabe alla perfezione. Al verso finale – I’d give anything to / Be with you – il teatro è ai suoi piedi. Il Maestro ha colpito ancora e se ne va urlando “Grazie” nel microfono. Ci guardiamo attoniti: quanti anni era che non si sprecava a ringraziare in italiano?

Dopo un intervallo di 15 minuti (altra novità di questo tour) si riparte senza perdere un briciolo di energia. High Water (For Charley Patton) è un trionfo e Simple Twist Of Fate viene salutata con un paio di applausi a scena aperta. È per questo che nel buio prima della nuova canzone (la scaletta direbbe Early Roman Kings) Dylan si rivolge prima a Donnie Herron poi via via a tutti gli altri? Il suono riparte, confuso, fa appena a tempo a coagularsi in un inizio di ritmo che Dylan scandisce “Ain’t it just like the night…”. È l’incipit delle misteriose, magnetiche, arcane visioni di Johanna. Se ci sono canzoni di Dylan capaci di rivivere a ciascuna esecuzione, di illuminarsi ogni volta di significati nuovi e ancora inesplorati, Visions Of Johanna è l’enigma più suggestivo capace di conquistare la nostra mente e tenerci svegli fin oltre l’alba.
Per l’ennesima volta – perché ce ne stupiamo ancora? – Dylan ha invertito l’inerzia della sua performance. Per molti in sala, il concerto potrebbe chiudersi qui e il bilancio sarebbe già in attivo.
Ma Dylan ci ha preso gusto e così infila altri cinque pezzi in crescendo. È suggestiva l’esecuzione solenne e quasi meditabonda di Forgetful Heart, incalzante e suggestiva quella di Scarlet Town, titanica, beffarda e luciferina quella di Long and Wasted Years con cui Dylan spacca il cuore del teatro. A quel punto non importa più nulla. Le maschere degli Arcimboldi non danno peso alla folla che corre verso la transenna né ai mugugni di chi si lagna rimarcando gli euro in più sborsati per sedere nelle prime file – è rock’n’roll, ragazzi: quand’è che ve ne siete scordati? – Bob e la sua banda fanno la solita finta, rientrano per i soliti bis, eseguono per la milionesima volta All Along the Watchtower e siamo così felici che ci limitiamo a sorridere quando ci accorgiamo che ha scordato la prima strofa e ne farfuglia appena qualche parola (mmm mmm drink my wine / mmm mmm mmm my earth) o quando si inceppa di nuovo proprio sul verso che apre l’ultima strofa e dà il titolo a una delle canzoni più celebri della storia del rock.
Possibile? Certo. Perché ce ne stupiamo ancora? Dylan, a 72 anni è incomprensibile e sfuggente come quando ne aveva 25, 45, 65. Ma ci ha regalato ancora un briciolo della vecchia magia.

E per noi è abbastanza.








pubblicato da t.lorini nella rubrica dal vivo il 4 novembre 2013