Bob Dylan, o quel che ne rimane

Marco Rossari



















Dylan – come dire Che Guevara o Marilyn Monroe. “Icona”, “emblema”, “fiumi d’inchiostro”. Per riassumere: Hibbing, Duluth (menestrello di), fuga a New York, capezzale di Woody Guthrie, la scena del Village, primo disco che prende le misure, secondo disco, bum!, paladino del folk, bandiera generazionale, voce di un’epoca, Newport, svolta elettrica, traditore del folk, droghe, contestazione, mito interplanetario, incidente di moto, ritiro a Woodstock, quiete familiare, dischi placidi, ritorno sulla strada, Rolling Thunder Revue, divorzio, sbornia mistica, «divento cristiano!», crisi, Live Aid strafatto, tastiere, ennesima rinascita, voce gracchiante, Mtv Unplugged, concerto per Giovanni Paolo II, ogni tipo di kitsch (un disco natalizio; oppure, tanto per citare un distico: «I was thinkin’ ’bout Alicia Keys, couldn’t keep from crying / When she was born in Hell’s Kitchen, I was living down the line», da Thunder On The Mountain, 2006). Ora: novembre in Italia, tre date a Milano, due a Roma e una a Padova, tappe di quel Never Ending Tour cominciato in realtà nel momento esatto in cui mise piede fuori di casa in giovane età («Ho cominciato a fumare a undici anni e ho smesso una sola volta, per riprendere fiato»).

Cosa aggiungere?

(Scopritelo, proseguendo nella lettura di questo articolo di Marco Rossari)








pubblicato da t.lorini nella rubrica musica il 4 novembre 2013