Lingue di fuoco

Jonny Costantino



Incerti umani è il libro dell’impossibilitato amore, è chiaro sin dal risvolto di copertina.

L’amore è un burrone. Ci si cade, ma non a picco. Le pareti sono aguzze, pizzute. Ci si smembra. Al fondo si arriva rotti, scassati. Amare è precipitare nel buio dell’altro.

Questo è il libro dell’impossibilità dell’amore e Domenico Brancale non smette di impossibilitarsi, mutilarsi, handicapparsi, sbranare la sua poesia, sbrindellarla. Una poesia fatta di pietruzze, schegge sporche di carne (la carne a cui sono state strappate) e roventi di deserto (il deserto dove si trovano).

L’impossibilitato amore agisce sui punti deboli dell’anima e fa un bordello: strozza le papille, guercia le pupille di cui ogni anima è munita. Ma i punti forti – laddove la voce s’innerva – li fortifica.

Non è ancora disamore, l’impossibilitato amore. Il disamore ha l’occhio opaco. Lucido è invece l’occhio dell’impossibilitato. Lucido di chiaroveggenza o furore o pianto o insonnia se non di altre ulcere. Il disamore è un pesce cotto o condito male, oppure semplicemente vecchio, che se ne sta patetico e supino nel piatto. «Guarda com’è disamuratu su pisciaspada», lo diceva Jolanda Insana citando il padre mentre si parlava di un suo libro, La tagliola del disamore, qualche anno fa a Venezia, in un bar al sole, c’era anche Domenico. Il disamore è quel che resta di un amore avvizzito contraffatto maltrattato, infine spento. In Brancale, al contrario, ciò che invalida l’amore è l’eccesso di amore non consumato, una dismisura che fa ritrarre gli altri come se a tendergli la mano non fosse che un grottesco elemosinante, un infido delinquente. Preso all’amo, il pesce Brancale non rilascia né adrenalina né endorfina, genera semmai un sovramore che avvelena le carni della poesia, le indurisce, le rende acri o comunque non per tutti i gusti. Perle sulfuree che valgono il dente spaccato, i suoi versi, tartufi viscerali che costano coliche memorabili alle sinapsi.

Se l’amore fosse stato conseguito, Incerti umani non avrebbe avuto luogo.

Ivano Ferrari, Santo Ivano dei Macelli, scrive nell’ultima poesia del suo ultimo libro, La morte moglie: «la poesia come la rivoluzione non è mai amorosa». È vero. È vero nel senso che – se anche l’amore c’è – quest’amore non è amoroso. Nel senso che – se la poesia come la rivoluzione è sovversione, è combattimento, e la poesia di Domenico Brancale è ambedue le cose – l’amore non può ammollarsi nel sentimento, farebbe la fine del savoiardo nel latte, deve darsi in forme pronte e resistenti all’urto, in forme che non diremmo, in prima battuta, amorose: lo strepito, il fendente, lo sfregio.

L’arte è dalla parte della devianza. Viaggia sul wild side di ciò che travia e traumatizza. È lontana tanto dalla norma (dunque fuori legge) quanto dalla virtù (di necessità fa vizio). L’arte non contempla alcuna rettitudine nella sfera degli appetiti, parola di Flannery O’Connor, che in cuor suo si sentiva la più virtuosa, oltre che sanguigna, delle figliocce novecentesche di San Tommaso d’Aquino. Riprendendo il filo: se la poesia è un combattimento che sovverte (i sensi, tanto per cominciare), violenza sarà il primo nome dell’amore.

L’arte che non tende all’impossibile resta lettera morta. È risaputo come a Thelonious Monk desse sui nervi ciò che suonava bene, troppo bene, con tutte le note al loro posto. E ciò non valeva solo per il proprio pianismo percussivo, valeva per ogni musicista delle sue formazioni, immancabilmente istigato ad andare oltre ciò che sapeva fare, a superarsi. Si trattava di una vera e propria induzione all’impossibile, alla nota impossibile, a suonare «quel che non esiste, che non c’è sulla terra», commenterà Steve Lacy, fedele discepolo monkiano. Dallo sforzo scaturivano note stridenti, accordi incerti, che Thelonious sapeva propiziare e assecondare quali frutti genuini dell’inatteso provocato. Vedo accadere qualcosa di speculare nella poesia di Domenico: impossibilitato nell’amore, scavando nei propri giacimenti sonoriferi, il poeta cerca il verso impossibile, ed ecco che la sua ricerca produce una sonorità stridente, incerta come l’umano che versifica, un umano che è e non è di questa terra.

Come in passato, la partita esistenziale e poetica di Brancale si gioca tra gli estremi della luce e della morte. Luce che è abbagliamento ma anche abbaglio. Morte che è la non-vita in vita. Luce che stenebra e frega. Morte che – morso a morso – si fa largo tra verbo e complemento, incancrenendo il soggetto, aureolando l’amore che ci manca.

Ancora Brancale è un lupomannaro che morde a istinto senza curarsi delle carie che maculano, e rendono sensibili, le sue zanne interiori – ogni verso, una fitta al nervo. Ancora la qualità di questa poesia è erettile, eppure il muscolo è strappato, il turgore attenuato, i capillari esplosi, il glande piagato. Ancora la conoscenza della luce passa attraverso il riconoscimento animale, sebbene l’animale (il poeta) – trovando ostruita la feritoia dell’amore – si ritrova alla mercé delle lame del pensiero, che gli fanno a pezzi la poesia. Fin dal principio, il pensiero è stato il segugio di Brancale, l’ombra dei suoi versi. Un segugio con la rabbia, un’ombra infernale. Un pensiero che si affila nei vicoli ciechi della sua mente e defluisce in una parola ambigua e contundente. Una parola che spiazza e taglia, che spiazzando evoca, che tagliando investiga. Un pensiero che non prende pace e – qui più che mai – taglieggia il canto, sloga il ritmo, tronca la voce, offusca o straccia o complica le immagini che prima s’inanellavano nitide, vigorosamente elementari, elementali. Siamo nel vivo di un processo spietato, dagli sviluppi imprevedibili.

Già L’ossario del sole era un libro di ossa spezzate. Più crudo, più crudele, il sole d’Incerti umani ha seccato il midollo di queste ossa senza scheletro. Siamo nel deserto, lo dicevamo. Qui un femore, lì una costola. Attento che inciampi in una clavicola! E se non scorgi subito la scapola corrispondente, non accanirti a cercarla, potrebbe trovarsi nella tana di qualche sciacallo o seminsabbiata in un’altra poesia o essere già stata cenere alzata e dispersa dal vento. Cenere è la materia del silenzio che scotta tra due versi.

La frequentazione dei Padri del deserto non ha funzionato: Domenico è rimasto vorace incontinente vizioso. Però ha misurato la sua lingua sulla loro lingua e – al pari di quei vegliardi malconci e scontrosi – ha imparato, sulla propria pelle, a dare voce al nessuno che dimora in lui. Si è fatto verso. E chi è verso non può fare il verso a nessuno.

Brancale ha preso a calci in culo il suo io lirico e ha gettato quel prepotente in una tempesta di sabbia.

In botanica, il brancale è un cancro corticale che colpisce alcuni alberi tra cui il castagno. Per la maniera in cui si manifesta, questa malattia degenerativa è detta mal dell’inchiostro: le radici si anneriscono e compaiono sul fusto macchie scure simili a lingue di fuoco. La profezia custodita nel nome può dirsi sbocciata.

Gli incerti umani di Brancale incedono e non cedono, simili a pinguini nel bianco dell’Antartide, lungo uno dei sentieri più insidiosi per la poesia: l’interrogazione – l’interrogazione che sfinisce la parola, che sfiorisce il verso, che rimanda altrove. Brancale la sfanga incarnando la domanda, incarnendola come un’unghia che fa male. Questione di temperatura del cervello, pressione del sangue, ma soprattutto di consapevolezza: la parola unisce lenisce consola riscatta esorcizza sublima (brutta parola) accende (bella) incendia acutizza vivifica schiude trasfigura risveglia, la parola fa questo e altro, ma non ci salverà.

La poesia di Domenico Brancale è ammalata di vertigine e nutrita di schianto.

È una bassura che il corpo insegue nell’al di là dell’altro, scrive il poeta. Ma chi è capace, questa bassura, di abitarla vertiginosamente, in caduta libera?

Leggo la tua dedica sulla mia copia: «il libro tra di noi / a venire». Una dedica che mi rimanda a una noticina di Degas: «Bisogna avere un’idea elevata non di quello che si fa, ma di quello che si potrà fare un giorno. Altrimenti non vale la pena di lavorare».

«Noi sopravvissuti morti», scrivi. Mi domando: ma quand’è che siamo morti davvero? Oggi risponderei così: quando abbiamo deciso di vivere.

Postilla in progress

(…

«Essere vuole dire poter cadere all’infinito», scrive Brancale. Vivere è una caduta orizzontale, scrive Cocteau. Una caduta pesante: così Kaspar Hauser descrive la propria apparizione su questo pianeta. Cadendo si sperimenta il vuoto. Cadendo ci si fa sangue. Cadendo come amando, se non si tratta di falsi movimenti, ci esponiamo a colpi che ci trasformano. Cadendo in vita, ci si tira dietro la propria arte. Cadendo in arte, si trascina con sé la nostra unica vita. Altrimenti cadere non è il verbo giusto, oppure non è un artista colui che cade.

Aggiunge Brancale: «Umano non è più dell’essere». Provo a coniugare. Se essere significa poter cadere all’infinito, questa possibilità – questa disponibilità alla caduta – non è ancora garanzia di umanità. Umani non lo si è in potenza, ci vuole l’atto. Non basta la volontà di cadere, bisogna cadere veramente. La caduta, come l’amore, ci umanizza modificandoci. Cadendo ci lasciamo alle spalle il cosiddetto io, quest’unità di misura piccola, asfittica. Varchiamo un limite, o comunque lo forziamo – e se non cede, il limite, perlomeno si slabbra. Tiro le somme. Essere: poter cadere all’infinito. Divenire: cadere all’infinito. Umano non è più dell’essere. Umano è del divenire. Umano è nel divenire della caduta.

L’arte è il regno della metamorfosi. Scrivendo o dipingendo o filmando si diventa sasso, erbaccia, colpo di pistola, ovaia, tenia, tenaglia, primate, coda di pavone, software, fiammata, cunnilinctus, rosario, lesione, gancio, testicolo, nuvola, attizzatoio, oboe. Umano – in ultima analisi – è un’aspirazione o una maledizione a superare una condizione prestabilita, se necessario sfidando la logica, la scienza, il buon senso. È proprio dell’umano spingersi (cadere saltare scivolare) al di là di dove e cosa e chi e come si crede di essere. Se l’umano lo definisci, lo finisci, lo chiudi nella quarantena di un’essenza, ti deperisce sotto gli occhi o ti muore sulla punta della lingua. Umano è un concetto in divenire. Umana è la blatta o la talpa o la scimmia di Kafka non meno di Prometeo o Faust o Frankenstein. Allora, innanzitutto: umano è dell’arte.

…)








pubblicato da j.costantino, s.baratto nella rubrica poesia il 3 novembre 2013