Intervista a Angelo Gaudino, mio padre.
 Nel giorno del suo ottantesimo compleanno.

Serena Gaudino



Oggi mio padre compie 80 anni. E questo è il mio regalo di compleanno. Così può raccontare la sua vita di musicista, di allievo e maestro del Conservatorio San Pietro a Majella di Napoli, di violinista concertista in giro per l’Italia e per il mondo e dei suoi 37 anni trascorsi nell’Orchestra Alessandro Scarlatti di Napoli. 
E un’epoca in cui si credeva ancora nella fatica e si scommetteva sulle persone sostenendole per farle riuscire. E rinascere.

Maestro lei è nato a Pozzuoli prima della guerra.


Sì a Pozzuoli, vicino a Villa Avellino, nella parte alta. Nel 1933. La guerra è arrivata quando io ero già grandicello e con un sacco di fratelli e di sorelle. Sono nato da una famiglia di operai. Mio padre lavorava in un cantiere che produceva binari e altri manufatti di ferro. Ma era anche un musicista. Che contraddizione eh? Lavorava il ferro. Le sue mani si sporcavano e si spaccavano in officina ma una volta a casa diventavano agili e veloci per cimentarsi su violini e mandolini.

Nel senso che faceva proprio i concerti o suonava solo per la famiglia?

No no, faceva i concerti. Con degli amici aveva messo su un quartetto e andavano spesso in giro. Per matrimoni soprattutto ma anche per festicciole. E poi con una piccola orchestra accompagnava le proiezioni dei film muti nei teatri, nei cinema e nelle arene.



E lei andava con lui?


Spesso. Soprattutto dopo la guerra. Nel periodo in cui gli americani cominciarono a dare delle grandi feste nella ex base NATO. Mio padre suonava con i suoi amici fox-trot, walzer, tanghi e loro ballavano, bevevano, mangiavano. Io guardavo, osservavo, registravo. E alla fine portavamo a casa, dove ci aspettavano gli altri miei sei fratelli, scorte gigantesche di hotdog, caramelle, cioccolata.



Quando ha cominciato a suonare anche lei?

Da bambino, da quando andavo in giro con mio padre. Un giorno tornò a casa con un piccolo fagotto: il mio primo violino. Un violino piccolo sul quale poi ci hanno studiato mia figlia e mio nipote. Credo che sia stato un passaggio naturale: il nonno suonava, mio padre e più avanti mia sorella cominciò a prendere lezioni di canto.



Chi è stato il suo primo maestro?

Il professor Sica. Non era un musicista, nel senso che non suonava ma era un grande conoscitore di musica. A cui tanti a Pozzuoli si rivolgevano per consigli, audizioni. Così, mio padre mi portò da lui per mettermi sulla buona strada.



E ci riuscì?

Direi di sì. Mi appassionai tanto allo studio dello strumento che i miei progressi costrinsero la famiglia a cambiarmi l’insegnante. Avevo, nel giro di poco tempo, già bisogno di un vero musicista che mi insegnasse a suonare, sul serio.

E conobbe il maestro Della Volpe.


Già. Fu il mio secondo insegnante. Colui che mi preparò anche per l’ingresso in Conservatorio.



Che avvenne nel?

Nel 1945, subito dopo la guerra. Avevo appena 12 anni quando cominciai a viaggiare: da Pozzuoli a Napoli tutti i giorni. Non era un viaggio lungo ma per un ragazzino non era certo facile. Comunque, entrai in Conservatorio! Con gran contentezza di tutta la famiglia. Fui assegnato alla classe del Maestro Curci, Alberto Curci. Ma al suo posto, perché Curci fu mandato dal Ministero in Missione per gli altri Conservatori (era da poco stato nominato Ispettore Ministeriale n.d.r.) per i primi cinque anni feci lezione con il Maestro Luigi Schininà. Un ottimo musicista: violinista, violista e chitarrista che ha lasciato, oltre a una lunga schiera di alunni un numero consistente di pubblicazioni di grande importanza per la didattica e l’estetica musicale. E poi, dopo Schininà, arrivò Aldo Pavanelli: anche lui allievo di Curci, bravissimo concertista e maestro (tra i suoi alunni più famosi c’è Antonio Salvatore). Al sesto anno, più o meno, conobbi, finalmente, Alberto Curci.



Chi era Alberto Curci?

Era un famoso concertista, un bravo maestro, un compositore, un editore (aveva fondato con il fratello Alfredo le Edizioni Curci a Milano). Insomma, era una personalità e aveva una fama sia nazionale che internazionale.



Di chi era stato allievo?

A Napoli si diplomò con Angelo Ferni, ma subito dopo andò a Berlino a perfezionarsi con Joseph Joachim. 



E dopo?


Cominciò la carriera di concertista girando il mondo. Compose anche delle cose interessanti come i tre concerti per violino e orchestra, tra cui il Concerto Romantico. E dal punto di vista didattico, ci ha lasciato la più completa raccolta di studi per la tecnica del violino tuttora utilizzata. Ma la cosa più interessante, secondo me, era che lui è riuscito a essere un mecenate. Un promotore della cultura musicale attraverso la costituzione di società, associazioni, imprese. Ha messo a disposizione dell’arte il suo ingentissimo patrimonio fino alla fine della sua vita fondando anche la Fondazione Curci che tuttora propone un concorso internazionale di un certo rilievo.



Pensa che oggi si viva la cultura in modo diverso?

Sì, non ci sono più persone così. Persone disposte a rischiare sul futuro delle persone, a investire su di loro. Sugli artisti. L’investimento politico nella cultura oggi è pari a zero, e nell’ambito musicale a Napoli siamo anche sotto lo zero. I giovani che riescono a diplomarsi non hanno sbocchi se non nell’insegnamento. Non c’è un’orchestra stabile al di fuori di quella del Teatro San Carlo. Pensi che invece io, ho cominciato a suonare in orchestra, e quindi a ricevere uno stipendio, addirittura un anno prima del diploma.

Si riferisce all’Orchestra Scarlatti?

Sì. L’Orchestra Alessandro Scarlatti era nata dalla fusione dell’Associazione Scarlatti e della Orchestra da Camera Napoletana fondata nel 1948 da Vincenzo Vitale.

Il pianista a cui si fa risalire la nascita della scuola pianistica napoletana?


Lui. L’Associazione invece era gestita da Franco Maria Napolitano e Emilia Gubitosi che l’aveva fondata nel 1918 chiamando per la prima volta a dirigere in Italia molti direttori che poi avrebbero avuto grande fama quali Peter Maag, Sergiu Celibidache…

Emilia Gubitosi insegnava solfeggio in Conservatorio.


Sì, fu la prima donna in Italia a conseguire il diploma di composizione e a soli 18 anni. Perché avvenisse questa cosa straordinaria dovettero chiedere il permesso al Ministro perché allora alle donne era ancora vietato l’accesso a quel corso.

Torniamo all’Orchestra Scarlatti.

Fino al 1956 l’Orchestra lavorava solo sei mesi l’anno e faceva i concerti nella vecchia e affascinante Sala Scarlatti del Conservatorio San Pietro a Majella. Gli altri sei mesi li trascorreva in giro in Italia e all’estero spesso anche realizzando corsi per giovani direttori d’orchestra. 



Come riusciva a mantenersi l’Orchestra?


Come tutte le associazioni riceveva fondi pubblici, ma poi a sostenerla nel vero senso della parola erano i proventi che venivano dalla vendita degli abbonamenti.



Quando c’è stata la fusione tra l’orchestra e la RAI?

Alla fine del 1956. Da allora in poi l’Orchestra ha vissuto dei periodi di grande successo alternati a periodi di grandi insuccessi. Certe volte a causa dei programmi proposti, troppo cervellotici e sconosciuti. Altre per l’assenza di grandi solisti. I successi invece erano legati soprattutto ai periodi storici: gli anni ’60 erano un periodo in cui si usciva, si andava ai concerti per incontrare, conoscere, partecipare. Negli anni ’70 l’Auditorium della Rai dove nel frattempo ci eravamo trasferiti, era gremito di giovani. Negli anni ’80 invece, fino alla metà più o meno, spesso in sala c’era veramente poca gente. Soprattutto durante l’Autunno Musicale. Sempre pieni invece i concerti del Luglio a Capodimonte, nei cortili della Reggia. 



A cosa si devono queste curve di successo?

Ai momenti storici che vivevamo. Noi orchestrali eravamo sempre fermi là ma fuori, succedeva di tutto. Gli anni ’80 sono stati rivoluzionari per certi versi e noi eravamo lì a fare ancora Mozart e Bach o della musica contemporanea il cui pubblico non era abituato. In quegli anni i giovani facevano altro e agli anziani, la ricerca musicale contemporanea non interessava. C’erano anche forse pochi soldi, poca iniziativa, inventiva e così pure la Stagione andava praticamente deserta.



Eppure di musicisti importanti ne sono passati: Lorin Maazel, Arturo Benedetti Michelangeli…


Ah sì certo. Ma soprattutto nei primi anni: dal ’56 io stesso, appena entrato ho imparato molto da Renato Ruotolo che era allora il primo violino ma anche da Franco Gulli, da Angelo Stefanato, David Oistrak, Riccardo Bregola, Vittorio Gui… Grandi musicisti e grandi solisti. Ma anche grandi direttori.



Tipo?


Geoge Solti, Carlo Maria Giulini, Sergiu Celibidache...



Torniamo a Angelo Gaudino ragazzo.

Quando arrivai al quinto rientrò in Conservatorio il maestro Curci. Da quel momento la mia vita cambiò. Perché oltre a insegnarmi a suonare il violino, lui si è posto nella mia vita come una guida. Un maestro nel vero senso della parola, capace di spiegarmi anche come vivere i sentimenti e trasformarli in musica. Mi dava delle lezioni molto accurate, quasi private. Mi diceva che provava soddisfazione con me perché ero una spugna: lo ascoltavo e mettevo in pratica tutto quel che mi diceva di fare. 
Pian piano si affezionò così tanto che decise di prestarmi, per studiare, il soppalco del suo negozio – quello che una volta era del padre che vendeva strumenti musicali – e di pagarmi anche i pasti in una trattoria, Il giardinetto, lì vicino. Così studiavo e mi nutrivo senza dover andare avanti e indietro da Pozzuoli a Napoli anche due volte al giorno.

Quanto durò questo rapporto così importante?

Mah, così stretto, in pratica, fino al diploma, al 1956. Però lui è stato per me sempre una persona presente a cui chiedere consigli; ogni passo che ho fatto, anche dopo, da adulto, l’ho sempre condiviso con lui. Per i concorsi, le audizioni, lui era sempre lì a dirmi come e cosa fare. Ad ascoltarmi.

Esperienze particolari legate a questo periodo della sua vita di studente?

Furono anni meravigliosi. Ricchissimi. Feci due saggi importanti con un quartetto di colleghi eseguendo Ravel e Schuman e con lo stesso quartetto partecipammo a Roma a “Primo Applauso”: un piccolo concorso di esibizione artistica: risultammo secondi. Partecipai a Roma anche al concorso nazionale Arcangelo Corelli riservato agli alunni di tutti i Conservatori d’Italia: vinsi il primo premio e per festeggiare mi portarono a un ricevimento a Palazzo Braschi in piazza Navona.

E cosa vinse?

Un soggiorno a Villa Pisani, che allora chiamavano Villa Strà in provincia di Venezia, insieme a altri studenti che venivano da tutta Italia.

Altri concorsi o eventi a cui ha partecipato quando era ancora studente?

Il concorso della MetroGoldwin Majer: ho eseguito per la prima volta in pubblico il concerto di Wieniawski in re minore e poi il Poema di Chausson e la Ciaccona della 2° Partita di Bach. Ah, poi da solista sono andato a Roma con l’orchestra degli alunni del Conservatorio: avevamo un concerto al Foro Italico ma una vota lì ci fu recapitato un invito dal Vaticano. Accettammo e mi ritrovai a suonare davanti al Papa Pio XII, Papa Pacelli, il concerto per violino in Re Maggiore di Mozart. Veramente avrei dovuto suonare solo il primo tempo ma il Papa, piacevolmente colpito, ci chiese di eseguirlo tutto, fino alla fine. A dirigere c’era l’allora tirocinante Carlo Bruno, pianista molto interessante che stava anche lui all’inizio della sua brillante carriera.
 Il 2 settembre del 1955 poi fui chiamato a partecipare a un’audizione riservata dell’orchestra Scarlatti e cominciai a lavorare in modo saltuario. Dopo il diploma entrai invece a impianta stabile.



Chi sono stati i suoi compagni di studio?


Aurora La Magna, Sebastiano Esposito, Michele De Luca, Umberto De Carlo, Elio Salerno, Filomena Esposito… alcuni sono diventati anche colleghi in orchestra. Mentre di altri ho perso completamente le tracce. 



Chi altro frequentava il conservatorio in quegli anni?

Roberto De Simone che era allievo di Tita Parisi, Aldo Ciccolini allievo di Denza. E tra i maestri oltre a questi c’erano anche Tina De Maria e Celeste Capuano.

Celeste Capuano era una stretta collaboratrice di Alberto Curci compositore, vero?


Spesso eseguiva al pianoforte le estemporanee composizioni del maestro. Lo aiutava a sentirne l’effetto, a cucire insieme le parti. In particolare lei ha contribuito alla stesura del terzo concerto per violino e orchestra. Potrei dire che lo hanno scritto insieme.

In che anno si è diplomato?

Nel 1956.

Cosa suonò al diploma?

La Siinfonia spagnola di Lalo, e il concerto di Mozart in Re Maggiore e per il pezzo contemporaneo il Poema di Chausson.

Quali sono i pezzi che allora e poi in seguito le è piaciuto di più suonare?


Lalo sicuramente ma anche tanto Mozart, la Primavera di Beethoven, il secondo concerto di Wieniawski, e poi Bach, Corelli, Tartini...

Il concerto di Wieniawski non si esegue più tanto oggi.

No, come del resto non si sentono più neanche i concerti di Curci, la sua Ciaccona per esempio per me rimane un pezzo importante molto equilibrato per raccontare i sentimenti.

A cosa deve questo cambio di offerta musicale?

Al semplice cambio d’epoca. Ora piace un approccio diverso alla musica, molto più virtuosistico che sentimentale, cantato. Il canto rimane nelle retroguardie. Anche se poi i musicisti capaci di farlo sentire sono quelli che hanno più successo. Perchè parlano al cuore. È difficile parlare al cuore sa?

E a lei chi gliel’ha insegnato a parlare al cuore?


Risponderei la vita ma lei poi mi direbbe che sono un romanticone. No, l’ho imparato dai miei maestri. Dall’impegno che ho messo nello studio, dalla voglia di sentire cantare il mio violino, di sentirlo fremere al punto tale da far fremere per simpatia anche il cuore di tutti coloro che mi ascoltavano.

È riuscito a realizzare sempre questo desiderio?

Naturalmente no, o almeno non sempre. Ma è stato importante provarci, ogni volta. Era la cosa che più spesso mi ripeteva il Maestro Curci. E poi ho io stesso cominciato a ripeterlo ai miei allievi.

Perché poi è diventato anche lei un maestro del Conservatorio San Pietro a Majella.

Sì, è toccato anche a me. Prima però ho insegnato al liceo Musicale Luigi Boccherini di Lucca, a Reggio Calabria, a Potenza e solo un bel po’ di anni dopo, a Napoli.

Come riusciva a conciliare la vita concertistica e d’orchestra con quella dell’insegnante?


Lavorando tantissimo, studiando tantissimo! La mia carriera è avanzata a tappe regolari, conquistate tutte però con impegno e fatica. Dopo il diploma infatti partecipai al concorso per entrare in orchestra. La Scarlatti, che nel frattempo era diventata orchestra Rai, voleva rinnovare il corpo strumentale. Vinsi il posto. Ma prima di accettare pensai moltissimo: avevo paura che l’entrata in orchestra potesse distruggere la mia ambizione di solista. Poi però la famiglia numerosa alle spalle, l’incontro fatale con quella che sarebbe diventata dopo poco mia moglie, la voglia di mettere su famiglia, avere dei figli ha prevalso.

E quindi abbandonò il sogno di fare il solista.

Assolutamente no. Anzi. Proprio in quegli anni facevo tantissimi concerti in duo, con Otello Calbi e Nunzio Zappulla: in giro per l’Italia. A Modica, Roma, Milano, Torino, Verona, Piacenza... Ricordo che dopo qualche tempo che vinsi il concorso in Rai, e dopo essermi anche sposato, tornai in una delle mie conversazioni con Alberto Curci sulla questione della carriera concertistica che avevo l’impressione di stare progressivamente abbandonando. E lui, profondo e sibillino come al solito, mi disse: "Guagliò, adesso di sicuro hai messo a tavola il primo piatto. Ma se vuoi pure il secondo devi riprendere a darti da fare, a studiare. Perchè per tenere viva la tensione devi trovare altre vie, altri spunti, altri innamoramenti". Queste parole agirono su di me. Mi risvegliarono, mi dettero la forza che sentivo che mi stava mancando. E ricominciai a studiare in maniera, direi oggi, ossessiva. Mi svegliavo alle cinque di mattina, riempivo il violino di sordine, mollette e qualsiasi altro smorza-suono mi venisse in mente e suonavo, studiavo, lavoravo sulle parti dell’orchestra e sulle mie parti. Affinavo le interpretazioni, mi preparavo ai concorsi, leggevo, approfondivo la storia della musica, la cultura musicale.
 E nel 1965 vinsi la cattedra di insegnante a Lucca. Iniziai a viaggiare: Lucca Napoli due volte alla settimana, gli altri tre giorni lavorava in orchestra.

Trovava ancora il modo di studiare?


Certo! Nel 1963 vinsi, ex equo, il Concorso Internazionale Vittorio Veneto: in commissione c’erano Goffredo Petrassi e Franco Gulli!

E non ha mai avuto voglia di andarsene via da Napoli, di fare concorsi per altre orchestre, altre realtà?


Ma sì, ho fatto ogni concorso possibile sia per solisti che per orchestra e ne ho anche vinti la maggior parte: I violino alla Scala di Milano, al Massimo di Palermo, presso l’Orchestra Verdi di Trieste...

Ma non se ne è mai andato.

No, nel frattempo mi ero sposato con quella ragazza che avevo conosciuto in Conservatorio e avevamo avuto la nostra prima bambina. Ero felice, soddisfatto! Mi bastava partecipare, vincere, accumulare successi. Il 22 novembre del ’63 registrai per la Radio Rai il terzo Concerto per violino e orchestra di Alberto Curci con la direzione del giovane Franco Caracciolo.

Franco Caracciolo è stato un suo grande amico.

Un grande maestro anche lui. Un direttore d’orchestra con un raffinatissimo gusto. È stato il direttore principale dell’Orchestra Scarlatti per moltissimi anni. Fino alla fine, fino a quel fatidico 19 dicembre del 1992.

Quando la Rai decise di chiudere l’orchestra.


Sì, mettendo fine a un’impresa storica e privando Napoli di una realtà importantissima.

Realtà che nessuno è riuscito a rimettere in piedi o a fondarne altre.


Certo, perché la decisione di chiudere l’orchestra veniva in un momento in cui l’Italia si affacciava alla sua prima grande crisi politica e economica con la caduta della Prima Repubblica. Subito dopo arrivava manipulite...

Ma qualche tentativo c’è stato di ripartire e fondare una nuova orchestra.

Veramente i tentativi sono stati due. E questo è stato il grande errore. I musicisti più giovani, insieme all’allora direttore artistico dell’Orchestra, fondarono la Nuova Orchestra Scarlatti, escludendo i vecchi professori. Che a loro volta fondarono un’altra orchestra. Insomma ci siamo distrutti a vicenda in un momento, tra l’altro, in cui nessuno aveva soldi per sostenere nè l’una nè l’altra orchestra.

Lei però fino ad allora è stato il Primo violino solista dell’orchestra.

Sì, vinsi il concorso per "Altro primo" nel 1968 e poi negli anni ’70 quello di primo violino solista, la cosiddetta spalla.

E cominciarono gli anni più belli.

Non so se furono i più belli in assoluto ma di certo ebbi molte soddisfazioni in quegli anni. Come solista ho suonato con le migliori orchestre di Parigi, Barcellona, Madrid, Siviglia, Atene e con l’orchestra oltre alla grande tournée in Israele sono stato anche a Montreal, New York, Filadelfia, Washington, Istanbul, Ankara, Teheran...

Contemporaneamente comunque aveva sempre anche la cattedra in Conservatorio.

Un anno dopo aver vinto il concorso a Lucca ebbi la cattedra al Conservatorio di Reggio Calabria e poi a Potenza. Nel 1973 e fino al 1994 ho insegnato a Napoli, al Conservatorio San Pietro a Majella.

Insomma, alla fine non se ne è andato. Ha deciso di restare a Napoli per sempre, nella buona e nella cattiva sorte. Rimpianti?

Mah, non so. Nel senso che, se avessi saputo come sarebbe andata, che avrebbero chiuso l’Orchestra addirittura prima che compissi 60 anni e che dopo a Napoli non si sarebbe riuscito a fare più nulla, si, sicuramente avrei accettato gli ingaggi altrove. Anche all’estero. C’era la Ivonne Astruc, insegnante di perfezionamento all’Accademia di Siena che aveva insistito per anni affinchè la seguissi prima a Siena e poi a Parigi. E anche Jean Micault, pianista di fama internazionale che oltre a fare il pianista dirigeva una importante scuola di musica. 
All’epoca, senza poter prevedere il futuro, invece ero soddisfatto, mi piaceva la vita che facevo, l’orchestra, gli amici. Ero continuamente in gioco come musicista e come insegnante: incorruttibile, caparbio e ambizioso.

Come vede oggi l’ambiente culturale?

In grave crisi. A Napoli più che nelle altre città. Roma e Milano, ma anche Torino. Tutte hanno conservato qualcosa, mentre qui è stato distrutto tutto. I giovani che escono dal Conservatorio si stringono in complessi senza struttura, sono chiamati a giornate, non crescono in ambito orchestrale, non guadagnano, non possono vivere così.

I suoi ex alunni cosa fanno?


Gli insegnanti, la maggior parte. Qualcuno invece il concertista.

Se potesse tornare indietro cosa non farebbe più?

Non rimarrei ancorato a Napoli. Ma del resto non sono neanche pentito. Ho avuto una vita musicale e professionale intensa. Breve, rispetto ai miei colleghi, ma molto interessante.



 









pubblicato da s.gaudino nella rubrica dal vivo il 2 novembre 2013