Piccola riflessione a margine dello spettacolo Sul concetto di volto nel Figlio di Dio ovvero tanto rumore per nulla.

Gabriella Fuschini



Ma se vado davanti non lo vedo;
se dietro non lo scopro;
se lo cerco a sinistra non lo scorgo;
se mi volgo a destra non lo vedo.
(Gb. 23, 8-9)

Se il dramma vive attraverso la relazione tra i personaggi per far arrivare qualsiasi tematica di cui noi vogliamo parlare, questa sera ho assistito all’estetica della sofferenza e non alla messa in scena del dramma stesso. Non sono sufficienti la merda sparsa ovunque e il volto di Gesù-Salvator Mundi di Antonello da Messina sullo sfondo. Con buona pace per Militia Christi che ha fatto un gran rumore per nulla: non si capisce infatti dove sia la blasfemia. Un’installazione più che un lavoro teatrale.
Vero è che l’umanità cala il silenzio dove il dolore colpisce, ma togliere il velo sulla grande illusione di questa società a-mortale è appunto “mostrare”. Tuttavia una ricognizione sull’esperienza del dolore esige in primo luogo di coglierlo laddove è, in una parola di ri-conoscerlo quando lo si incontra. Affrontare le maschere del dolore e trasmetterle attraverso le maschere sociali per poi arrivare alle immagini universali. Consegnare allo spettatore la sofferenza, questo mi aspettavo dal lavoro di Romeo Castellucci. Questo non è avvenuto, per quanto miriguarda. Se il dolore delimita, traccia un profondo solco intorno a chi soffre, questo cerchio della sofferenza in quanto limitazione radicale avrebbe dovuto abbracciare il pubblico. A me non è successo, perché? Per tutti i cinquanta minuti non ho fatto altro che, da una distanza siderale, riflettere sul fatto che tutto era semplicemente grottesco, c’era qualcosa che non funzionava e io non venivo coinvolta nella narrazione di un tema che mi tocca parecchio umanamente e professionalmente. Non basta esibire la vecchiaia del corpo nudo del padre per far arrivare lo svilimento e il decadimento fisico, basta per sconvolgere la signora gonfiata di silicone seduta in terza fila ma forse non era questo lo scopo del regista. Lo spettacolo della sofferenza può diventare catartico, mettere in contatto profondo lo spettatore con la “visione” e permettergli di guardare. E a questo punto mi chiedo: forse il senso dell’opera stava nel concetto di disperazione se la tradizione ebraico -cristiana conosce la disperazione e mai la tragedia come afferma Salvatore Natoli ne L’esperienza del dolore? Quel volto che si dissolve nell’atto finale con la deflagrazione e il gioco di parole “tu sei il mio pastore” o “tu non sei il mio pastore” ci conduce lì, sulla soglia tra speranza e disperazione.








pubblicato da g.fuschini nella rubrica teatro il 28 gennaio 2012