Un inchino

Giuseppe Quaranta



Non avrei mai pensato di arrivare a far tanto. Commentare la Dickinson, si intende. Leggo da sempre le sue poesie e lo faccio con quella certa riverenza che solitamente si tributa al sacro. Non c’è, e lo dico nel senso più assoluto, non c’è un poeta che possa rivaleggiare con lei, in termini di complessità intellettuale, di grandezza interiore, di straordinario talento compositivo, se si eccettuano Dante, Shakespeare, e pochi altri. La sua originalità può apparirci, a me appare, scandalosa. Lo shock della sua conoscenza può inebetirci perchè Emily Dickinson ci turba, ci sconvolge facendo i conti continuamente con se stessa e ci impone un confronto con il nostro io, tutt’altro che docile.
Presenza leggiadra e vestita di bianco, novella "sposa dello Spirito Santo", chiusa nella sua piccola stanza ad Amherst nel Massachusetts, la Dickinson ci sfugge perchè il suo intelletto è al di la delle nostre risorse. Mi vien da ridere se penso a quell’onest’uomo di Mr Higginson, destinatario dei frammenti poetici della poetessa. Quando penso a lui mi viene in mente quell’episodio della vita di Sant’Agostino che tutti conoscerete: il santo passeggiava sulla spiaggia interrogandosi sul mistero della trinità quando vide un bimbo che cercava di mettere tutta l’acqua del mare in una piccola buca sulla spiaggia; quando Agostino gli chiese il perchè di quell’impresa assurda il bambino rispose: e tu, piccolo uomo, come pretendi di capire con quella testa così piccola, un mistero tanto grande?
Ebbene Mr Higginson non capì, ma ne rimase comunque sconvolto.
Forse il destino delle Dickinson sarebbe cambiato se il destinatario fosse stato R.W.Emerson, il quale fu entusiasta del manoscritto di quell’altro grande americano che è Walt Whitman, allora sconosciuto e incompreso. Ma ogni destino è singolare, si sa, e a me non è mai dispiaciuto questo tacito accordo sulla sublimità della Dickinson, ne sono quasi geloso quasi fossi un suo amante.
Non vorrei dilungarmi troppo ma non vorrei lasciarvi nemmeno digiuni, se non l’avete mai letta, della sua forza. Una forza virile, titanica, maestosa.
Ho scelto tra i 1775 frammenti una sua poesia che mi è sempre apparsa eccezionale e che continua ad essere una delle mie poesie preferite. Forse, non vorrei esagerare, uno dei vertici assoluti della poesia di tutti i tempi. Non mi soffermo sulla lingua, il cui uso è comunque strepitoso, ma ne riporto solo una traduzione. Questo per spiegare come talvolta opere divine riescono a sopravvivere anche a traduzioni mediocri. Non ha titolo come tutte le sue poesie e ciò non ci deve stupire.

La Tinta che non posso avere - è la migliore -
Il Colore troppo remoto
Perché io lo possa mostrare in un Bazar -
Ad una Ghinea ad occhiata -

La fine - impalpabile Sfilata -
Che s’impone all’occhio
Come una Corte di Cleopatra -
Replicata - in cielo -

Gli Istanti di Dominio
Che avvengono nell’Anima
E la lasciano con uno Scontento
Troppo squisito a dirsi -

Il bramoso sguardo - sui Paesaggi -
Come se essi trattenessero appena
Qualche Segreto - erompente
Come Bighe - nella Veste -

L’Invocazione dell’Estate -
Quell’altra Burla - di Neve -
Che vela di Tulle il Mistero,
Per tema che gli Scoiattoli - sappiano.

I loro modi Inafferrabili - ci deridono -
Finché l’Occhio Ingannato
Serra arrogante - nella Tomba -
Un altro modo - di vedere -

Ci troviamo di fronte, consentitemi, ad una creazione superba. Meravigliosa. L’accento cade inevitabilmente su quella «tinta che non posso avere» e allora pensiamo ad un segreto che non ci può confessare; ma al contempo questo verso enigmatico ci suggerisce anche la ricerca di un significato impossibile, inarrivabile, che si riveste di altri colori, che non è passibile di scambio come merce in un bazar. La forza di Emily è quella di restituirci in versi laconici la potenza della sua visione. Le immagini si succedono veloci, volte come sono ad indicarci un senso che fugge e non si trova, potenti. E allora abbiamo il paragone di quei significati a quelle nuvole della seconda strofa così eteree, così «impalpabili» e schierate come una corte regale. Oppure sono quei momenti nei quali ci crediamo divini, infallibili, senza saperne il motivo e che durano pochi attimi, facendoci poi ripiombare in quello splendido ossimoro che è lo scontento troppo squisito, quella triste realtà in cui ancora abbiamo in bocca il sapore della contentezza inconsapevole. O anche segreti che si agitano coperti dal quel manto di natura come una biga sotto una veste, immagine che sembrò troppo ardita alla Dickinson e che variò con «Like Columns - in the Brest» – «Quali Colonne - nel Petto» , quest’ultima non meno potente e suggestiva, quasi marmorea nella sua compostezza. I paesaggi sembrano a stento reprimere i significati che si palesano irruenti sotto ogni angolazione. C’è la necessità di esprimere i punti di vista i quali potrebbero rendere vana ogni verità, come a dire: tante piccole verità fanno solo una grossa bugia. Qui la consapevolezza dickinsoniana del proprio sé sembra toccare vette incomparabili. Ma in questo climax che ancora non ci finisce di stupire e «ferire di meraviglia», come avrebbe detto Shakespeare, vero degno precursore della Dickinson, in questo festival dell’immaginazione e del sublime, l’apogeo raggiunto esplode nell’immagine invocata dell’Estate che il mondo tace con la neve, quasi fosse racchiuso lì il mistero della creazione, in quel rifiorire atteso che diventa però ridondante, nascondendo nella folta boscaglia di fiori e odori e sensazioni la sua essenza, l’ultimo velo che non si squarcia e non si squarcerà. La Dickinson sembra dirci: la verità si nasconde dietro niente (quelle nuvole sottili nell’aria), la verità si nasconde dietro tutto ( l’estate labirintica e ricca di cose). Forse il nostro occhio ingannato avrà nella tomba un nuovo modo di vedere, anche se quell’ "arrogante" finale ci sembra essere quasi un monito a non sperare nemmeno allora di una conquistata saggezza.
Emily Dickinson ci porta come ogni grande poeta un po’ più vicini al cuore della creazione e al suo mistero, perchè ha una voce ricca di echi e di fascino, maestosa e potente. Nessuno potrà ridonarle la vita così bene come fanno i suoi versi ogni volta che li leggiamo e li amiamo.








pubblicato da a.tarabbia nella rubrica libri il 2 aprile 2008