Gli antisemiti che soffrono di convulsioni se le tengano

Andrea Amerio



Oggi 27 gennaio, data dell’abbattimento dei cancelli di Auschwitz, ricorre la Giornata Internazionale della Memoria

E anche a me torna in mente che a settembre, visitando la mostra “Una storia di carattere. 150 anni di stampa ebraica in Italia” presso la biblioteca Sormani, mi soffermai a lungo a gustare le decine di copertine dell’«Israel dei bambini» realizzate fra il 1949 e il 1950 da un acerbo e ispirato Emanuele Luzzati, e anche altri fumetti ebraici anni Cinquanta piuttosto psichedelici, come il bellissimo “Guz L’asino di Haluz”. L’esposizione copriva un secolo e mezzo di vita italiana vista attraverso i giornali e le riviste ebraiche, ma, fumetti a parte, questi prodotti editoriali non riservano grandi sorprese: dalla breccia di Porta Pia alla Prima Guerra Mondiale, dal fascismo agli anni della contestazione, appare evidente come gli ebrei italiani avessero lo stesso linguaggio, le stesse dialettiche, gli stessi pregiudizi e gli stessi tic della loro epoca. Non erano né meglio né peggio degli altri italiani. Erano italiani, punto. E non stupisce leggere giornali ebraici imbevuti della più schietta retorica fascista nel 1934, e, ancora la sordina di quattro anni dopo, quando ormai era tardi e le leggi razziali, una realtà. Forse non ero stupito perché alcuni anni prima avevo letto il tenore di certe lettere indirizzate al duce dopo il’38. Lettere piene di fiducia, molte delle quali scritte affinché Mussolini credesse nella buona fede del “fascismo semita”. Sono raccolte nel bel volume Ebreo tu non esisti. Le vittime delle leggi razziali scrivono a Mussolini e non tutte hanno lo stesso registro. Ci trovi gli appelli delle madri, l’indignazione dei militari tutto d’un pezzo alla Dreyfus che avevano combattuto la grande guerra e ora restituiscono le onorificenze, la delusione dei giovani fascisti, l’ingenuità dei bambini, quasi mai il disprezzo e l’odio politico. Per di più agisce la paura e la supplica. Molti sono appelli disperati e a leggerli tutti di fila – sotto la diplomazia della scrittura ufficiale, della “lettera all’autorità” – compongono la cartografia di una lacerazione insopportabile.
Ma quando il timore cede il posto all’irriverenza e il tono si fa ironico e sprezzante, i risultati sono perle d’intelligenza che vanno a colpire alcuni degli aspetti più grotteschi di quel periodo. A proposito mi colpì molto una lettera anonima (firma illeggibile) indirizzata alla casa del fascio di Bologna intercettata dalla polizia politica nel 1939. L’anonimo riporta un brano del «Nationalzeitung» di Basilea di un certo dott. Luktchewscki che volle fornire i lettori di un utile “prontuario di medicina razzista”, affinché, coerenti con la loro ideologia, gli ariani non avessero a incappare in prodotti “impuri”, e conoscere quali rimedi evitare in caso di malattia.
“Un antisemita che soffre di mal di cuore non deve usare la digitalina le cui proprietà mediche sono state scoperte dall’ebreo Ludwig Traube. Il tifo non dev’essere curato altrimenti usufruirebbe degli ebrei Weil e Vidal. Diabete, niente insulina, frutto delle ricerche scientifiche dell’ebreo Monkovski. Per il mal di testa non bisogna prendere piramidone e antipirina perché scoperti da Spiro. Gli antisemiti che soffrono di convulsioni se le tengano. Oscar Liebreich le ha curate col cloridrato. Lo stesso dicasi con le malattie psichiche curate da Freud. I medici antisemiti devono gettare a mare tutte le scoperte e i perfezionamenti che sono opera del grande Erlic, e i premi Nobel Volitzer, Beranga, Otto Varburg, Naumann, del dermatologi Judasson, Bruno Blok, Unna, dei neurologi Mendel, Oppenheim, Kronecker, Benedikt, dello specialista in malattia polmonari Fraenkel, di Wasserman per quelle proibite, di Behring per vincere la difterite, di Voronoff per ringiovanire, e via di seguito. […] Sentite! Io, ariano e cattolico penso all’infamia che colpisce specialmente i semiti di nazionalità italiana: e con me sono legioni gli italiani che non sentono né possono sentire l’indirizzo e i provvedimenti antisemiti in Italia”.
Evidentemente l’anonimo ariano era più solo di quanto pensasse.

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Ebreo tu non esisti. Le vittime delle leggi razziali scrivono a Mussolini, di Paola Frandini, pubblicato da Manni nel 2007, mi fu donato da Antonio Debenedetti, narratore interessante e forse troppo poco noto (ma Marco Onofri ha recentemente dato alle stampe Quasi un racconto. La narrativa di Antonio Debenedetti, Edilet 2011).








pubblicato da a.amerio nella rubrica il dolore animale il 27 gennaio 2012