Al voto, al voto

Teo Lorini



La Repubblica di mercoledì ha anticipato la lettera in cui, sul prossimo numero di Micromega, Paolo Flores d’Arcais esporrà le ragioni per cui l’elettorato che si identifica in una sinistra quale che sia, in valori come la tolleranza, i diritti civili, la tutela della libertà delle donne, del lavoro e così via, dovrebbe rifiutare la tentazione di astenersi, ma anche evitare di disperdere il voto, dandolo alla Sinistra Arcobaleno.

La presente legge elettorale, infatti, attribuisce premi di maggioranza secondo criteri diversi (su base nazionale alla Camera, regionale al Senato) ma è verosimile che il partito vincitore, anche di un solo voto, si assicurerà una maggioranza cospicua. Infatti anche l’equilibrio del Senato, su cui è caduto Prodi, potrebbe risultare molto più stabile non solo per la minore litigiosità degli alleati che Berlusconi ha radunato attorno a sé, ma anche per il ridotto numero di partiti che, complice la soglia di sbarramento, vi saranno rappresentati. Da una parte c’è quindi una coalizione moderata ed eterogenea, che ripropone parte delle tensioni che due mesi fa hanno comportato la crisi dell’Unione e la caduta del governo (si pensi solo alla coesistenza di Radicali e membri dell’Opus dei nello stesso schieramento), dall’altra c’è una compagine che, con l’uscita di Casini, si è liberata anche delle ultime "sbavature democristiane" (così Flores d’Arcais) per spostare il proprio baricentro decisamente a destra. L’articolo appare onestamente esagerato nel paragone fra la futura Italia berlusconiana e la Russia del neo-zar Putin. Ci si augura che (come nel caso del referendum sulla maldestra riforma costituzionale voluta dalla lega) la tenuta della democrazia italiana si riveli più forte delle fosche previsioni del direttore di Micromega. Ciò premesso, è invece decisamente lineare la conclusione per cui nella pratica ogni voto in meno per la coalizione Veltroni-Di Pietro-Bonino coopererà "concretamente e irreversibilmente a cinque anni di governo Berlusconi, seguiti da sette anni di Berlusconi al Quirinale".
Pur con il beneficio di inventario sulla longevità del Cavaliere (e, naturalmente, di Giorgio Napolitano, il cui mandato si conclude nel 2013) e auspicando un soprassalto di dignità del Parlamento rispetto all’idea di affidare la prima carica dello Stato a un personaggio con la storia di Berlusconi, la consequenzialità del ragionamento di Flores d’Arcais pare indiscutibile.
Ne derivano alcune riflessioni.
Da una parte è inevitabile infatti constatare la sconfitta dell’antiberlusconismo militante. I motivi possono essere molti ma in primo luogo è d’obbligo una considerazione: l’Italia è e si conferma un paese conformista e conservatore o, per essere più chiari, fondamentalmente di destra.
Trascorsi diciotto anni (una generazione) dalla celebre "discesa in campo" del Cavaliere, è immutato nella sostanza il consenso attorno a Berlusconi. Una parte non piccola della fortuna berlusconiana -chi scrive ne è persuaso- si deve certamente alla sua posizione di anomala supremazia nel contesto televisivo e nel sostanziale dominio di larghi settori di un giornalismo, quello italiano, non di rado incline al peccato di servo encomio. Tuttavia non si può giustificare la persistenza del favore elettorale verso il Cavaliere solo imputandolo al suo dominio mediatico e accusando, implicitamente, gli italiani di bovina stupidità. Berlusconi ha governato per quinquennio, con la maggioranza più cospicua degli ultimi sessant’anni ed è riuscito a lasciare l’Italia in condizioni molto peggiori di come l’aveva trovata, ma nemmeno questo ha diminuito il suo seguito. A intaccarlo non è bastato nemmeno il vaccino auspicato dall’ultimo Montanelli quando affermava che sarebbe bastato lasciare Berlusconi al governo per far aprire gli occhi all’elettorato.
A tale tenuta contribuisce sicuramente il conformismo di cui si diceva sopra ma anche la mancanza di un’alternativa valida, capace perlomeno di fare quella famosa legge anti-trust che tutti i paesi civili possiedono e che, se non altro, spazzerebbe via quella posizione di dominanza sui media che, così restando le cose, si fa anche comodo alibi. Eccoci invece daccapo al clima del 2001: in quell’occasione, qualcuno lo ricorderà, l’appello perché i moltissimi scontenti dei governi d’Alema e c. non disertassero alle urne fu lanciato da Umberto Eco. La sostanza però non muta.

C’è invece un’altra considerazione da fare: in questa specie di referendum camuffato che Flores d’Arcais lucidamente analizza, l’opzione è -per l’ennesima volta- la scelta del minore fra due mali. Cade qui in taglio il ricordo di Montanelli e del suo "Turiamoci il naso e votiamo DC".
È compiuta quella che Pasolini avrebbe chiamato mutazione antropologica e noi più umilmente iscriviamo nel processo della Restaurazione. Walter Veltroni ha traghettato quel Partito Comunista i cui elettori volevano rivoluzionare il mondo e gridavano: "Vogliamo tutto", in una riedizione della Balena Bianca i cui elettori sperano che il loro mondo non sia troppo sconvolto e che, se mai dovessero urlare ancora, invocherebbero cauti: "Vorremmo almeno qualcosina" (devo questa felice immagine a una conversazione con Michele Barbolini).

Si potrebbe parlare ancora delle vaghe e infondate promesse elettorali (quali fondi potrebbero mai finanziare le mirabolanti riforme strutturali annunciate dai due candidati?), delle sfumature impercettibili e delle minime variazioni su programmi fumosi e inconsistenti (niente questioni etiche in campagna elettorale! come se i diritti civili fossero meno importanti del numero di seggi, delle pendenze giudiziarie o degli stipendi dei parlamentari), del fatto che nel caso di un sostanziale pareggio l’obiettivo sarà comunque una "riforma" da leggere come modifica, questa volta con l’accordo dei due grandi partiti coalizzati, a quella Costituzione che i giuristi stranieri ammirano e che finora ha retto a tutti gli assalti e le tentazioni autoritarie dell’ultimo travagliato quindicennio di storia italiana. Di fronte a questa situazione ognuno soppeserà in coscienza il proprio voto.

Ma l’onestà intellettuale rende doverosa un’ammissione: nel quarantennio in cui, contestata e vituperata -et pour cause- la DC governò il Paese, essa fu certamente caratterizzata da una corruzione strutturale, dalla connivenza con la mafia, da un’acquiescenza alle strategie atlantiche che giunse sino a coprire stragisti ed eversori. Ma nello stesso tempo fu una forza capace di autentiche mediazioni che contribuì, magari obtorto collo, certamente sotto l’incalzare della società civile e della sua evoluzione, ma contribuì a operare sostanziali riforme per gli italiani. È infatti nel quarantennio di dominio della DC che, sia pure in disaccordo con parti cospicue dell’establishment e anche contro settori rilevanti del partito, furono approvate leggi di civiltà e modernizzazione come la riforma della psichiatria auspicata da Franco Basaglia, l’introduzione del divorzio e la legge 194, la scala mobile e lo statuto dei lavoratori.
Pur con la sua intrinseca prudenza, con la sua strabordante ambiguità e le sue ancora inesplorate zone d’ombra, la Democrazia Cristiana fu corresponsabile di quelle riforme.

Nell’aut-aut che ci impone la prossima tornata elettorale il dubbio peggiore è se altrettanto sarebbe capace di fare "il minore dei mali", quel PD da votare con il naso ben turato.








pubblicato da t.lorini nella rubrica democrazia il 28 marzo 2008