Cattelan e la frivolezza dell’angoscia

Tiziano Scarpa



Ho ritrovato questo mio articolo del luglio del 2011, in cui riflettevo proprio sulla dismisura fra il nucleo d’angoscia delle opere di Cattelan e la cornice sdrammatizzante con cui le circonda. L’articolo uscì su Saturno, supplemento culturale del Fatto Quotidiano. Lo ripropongo qui come una specie di anticipazione delle riflessioni sul recente Cristo impiccato.


Una delle sue prime opere si intitolava Super-Noi. Decine di ritratti congetturali di Maurizio Cattelan fatti da un disegnatore di identikit ascoltando le descrizioni dei suoi conoscenti. Che volto di Cattelan viene fuori dall’imperdibile “autobiografia non autorizzata” di Francesco Bonami?

Questo libro fa dire “io” a Cattelan. Il suo ritratto verbale ci guarda negli occhi. La copertina invece fotografa l’artista di profilo, sul punto di uscire dall’inquadratura, con una lapide in mano dove sta scritto: «The End» (Cattelan ha annunciato di recente il suo congedo dall’arte).

Dire io, guardare negli occhi: è ciò che Cattelan ha sempre evitato. Tutti, prima o poi, hanno avuto l’impulso di chiedergli: «Ci fai o ci sei?». Il libro risponde in maniera sfuggente, giocando sull’ambiguità di una diffida ai lettori firmata da Cattelan stesso: «Guai a mettere in dubbio quello che dice [Bonami], ma attenzione a credere a una sola parola di quello che ha scritto».

Ripercorrendo la carriera dell’artista padovano, sbalordisce la dismisura fra la tragicità dei suoi lavori e la reputazione frivola che li circonda. Pura angoscia dissimulata da un involucro di buffoneria. Con i suoi comportamenti, Cattelan ha spesso fatto in modo che le sue opere venissero disinnescate con un’alzata di spalle. «Trovate». «Provocazioni». «Barzellette artistiche». Bonami raffigura un Cattelan che se ne rammarica. Qui non sono d’accordo. È evidente che è questa la condizione di spirito in cui Cattelan ci ha deliberatamente collocati; è il punto di vista sdrammatizzante da cui vuole che guardiamo le sue opere. Eppure, in vent’anni ha messo insieme una formidabile parata di animali suicidi, maltrattati, spolpati, urlanti di paura e disperazione, resi spettri o immolati come messia. Ha costretto Hitler a chiedere perdono a Dio. Ha bloccato la frenesia apostolica di Karol Woityla con un meteorite metafisico. Ha anticipato gli scandali sulle violenze infantili, piantando matite sulle mani degli scolari, impiccando bimbi agli alberi, figli della tradizione culturale italiana, Pinocchi appesi alla Quercia Grande. Un artista tostissimo, che ha avviluppato visioni indigeribili in un packaging di istrionismo. Ma allora: è così che il mondo riesce a sopportare sé stesso? Il cuore nero della realtà va verniciato di tinte scherzose?

Bonami gioca anche una carta dolorista, patetizza alcuni momenti della vita di Cattelan raccontando la sofferenza vissuta che sta all’origine di alcune opere. Ma perlopiù tende a raffigurare un «artista per caso», che acciuffa un’idea orecchiando una conversazione il giorno prima di una mostra. Mmmh. La prossima volta, mi aspetto un capitolo integrativo che racconti Cattelan intento a progettare, a schizzare bozzetti, a dare direttive per mesi interi a tassidermisti, scalpellini, allestitori. Professionale e serissimo.

Francesco Bonami, Maurizio Cattelan. Autobiografia non autorizzata, Mondadori, pagg. 121, euro 17.








pubblicato da t.scarpa nella rubrica arte il 30 ottobre 2013