La pittura di Giuseppe Bartolini

Carla Benedetti



Giuseppe Bartolini, uno degli artisti italiani più intensi e rigorosi del nostro tempo, ha dato vita negli anni a un’opera pittorica di grande potenza espressiva. (Qui, nella sezione "Biblioteca", si possono vedere altre immagini dei suoi ultimi quadri). Formatosi negli anni ’60, ha proseguito con tenacia per la via maestra della pittura, considerata da molti ormai impraticabile, sperimentando quel linguaggio in tutta la ricchezza delle sue possibilità.
"Il primo amore" ha voluto rendere omaggio alla sua scommessa coraggiosa e felice, pubblicando le foto di alcuni suoi quadri nel numero 3 della rivista, accompagnati da una conversazione registrata in presa diretta e trascritta nella sua spontaneità, senza rielaborazioni. Questa che qui pubblichiamo è la versione ulteriore di quella conversazione, più meditata, arricchita di altre riflessioni sulla pittura, e considerata da Bartolini più rispondente al suo modo di essere e ai suoi intenti (C. B.)

CARLA BENEDETTI Mi piacerebbe parlare con te di cose di cui non si parla più, come se fossero state eliminate dalla pittura. Per esempio del tempo che ti prende dipingere la ruggine nei tuoi quadri, dei processi mentali e fisici che accompagnano le pennellate, di cosa succede la sera quando lasci i pennelli, di come la cosa a cui stai lavorando rimane nella tua testa… di quell’atteggiamento che non saprei come chiamare se non "di adorazione". Adorazione pittorica della materia.

GIUSEPPE BARTOLINI Nella pittura il procedimento mentale non è separabile da quello fisico, stanno sempre assieme. Perciò quando lasci i pennelli, la sera, non succede nulla. Sì, posso provare uno struggimento, il desiderio di riprendere il lavoro il giorno dopo, senza sapere cosa potrà succedere. In fondo dipingere è sempre un’avventura… Comunque, sì, è proprio un fatto di adorazione. Mentre lavori sei preso da una serie di sensazioni, compresi gli odori. Ma di tutte queste cose non ti accorgi nemmeno più, è tutto fuso. Prepararsi i colori, ad esempio! Non c’è quadro che abbia un colore così come esce dal tubetto. La scelta del colore è determinante. Ogni pittore ha i suoi colori. E anche dal colore si può vedere quanto affonda… Mi vengono in mente quei pittori contemporanei che usano i colori in maniera così superficiale che alla fine sulla tela rimangono solo colori, come cartine di caramelle. Non importa nemmeno andare oltre nella lettura del quadro, basta un’occhiata e ti viene la nausea. Queste cose ti arrivano subito, e immediatamente dici sì o no, non hai bisogno di complicati ragionamenti: un quadro non è frutto solo di ideologie e di tecniche - c’è qualcos’altro…

BENEDETTI E’ come quando leggi un libro e la voce dello scrittore non ti arriva? C’è forse un momento di verità nel colore?

BARTOLINI Sì, ma spiegarlo non è facile. Nel colore in sé la verità non può esserci. Non è nemmeno un fatto di imitazione fedele di ciò che c’è nella realtà. Quel rosso che vedi fuori, per esempio, se lo metti nel quadro, accompagnato con gli altri colori, può anche non funzionare, non scattare, mentre se lo sposti di un tono funzionerà.

BENEDETTI Nei tuoi ultimi quadri si vedono carcasse di vecchie auto da tempo uscite di produzione, abbandonate, divorate dalla ruggine. Sono immagini potenti, emotivamente cariche. A questi scarti del mondo tecnologico, agonizzanti, in disfacimento, sospesi nella luce, tu dedichi così tanto tempo! Come se dovessi dare loro l’eternità. Cosa ti spinge, da dove viene e dove va a finire tanta dedizione? … Questo a me sembra un gesto forte e drammatico, in conflitto con lo spirito del tempo, che pare non dare più valore a questa dimensione della pittura, ritenuta inattuale.

BARTOLINI In un incontro recente, il pittore Sandro Luporini, a me molto vicino, mi diceva, con la sua solita, ma seria, ironia: "Oggi l’avanguardia siamo noi!" Infatti chi dipinge più così, oggi? E’ vero che certi valori, che prima erano alla base di tutto, non sembrano valere più.

BENEDETTI Stai parlando di un valore che nei secoli è sempre stato legato all’arte, ma che negli ultimi decenni è stato liquidato...

BARTOLINI Non so se sia stato liquidato intenzionalmente. Ma direi che oggi quel valore non ha proprio più nessun valore. Si fanno musei, mostre, si produce, ma tutto è finalizzato a altro….

BENEDETTI Perciò mi piacerebbe che tu raccontassi il processo che sta dietro ai tuoi quadri, temporale, tecnico, mentale…

BARTOLINI Non è facile… proviamo!

BENEDETTI Questo tuo nuovo quadro per esempio, che non avevo ancora visto… Lo sto guardando da quando sono entrata, mi colpisce molto. Quanti mesi ci hai messo a farlo?

BARTOLINI Né più né meno di altri… Ma non serve quantificare le ore, perché non è solamente la quantità di tempo, ma l’atteggiamento. Dipende poi da tanti fattori. Quando è un po’ che non lavoro riprendere è sempre faticoso. Quando lavori costantemente, magari per dodici ore al giorno senza interruzioni, sei allenato mentalmente e anche fisicamente. Allora la manualità si scioglie e trovi più facilmente quello che ti serve per andare avanti… Le occasioni felici non accadono poi tanto spesso in questo nostro mestiere, devi conquistartele. Arturo Martini, grande scultore del secolo passato, diceva che si deve scolpire "a cazzo ritto". La cosa vale anche per la pittura, ovviamente, e quella frase mi perseguita. Ti aiuta nell’autocritica. Quando sei toccato da questa beatitudine trovi subito l’impasto giusto. Quando invece sei accademico, puoi impastare quanto vuoi ma il colore che ti viene fuori non è poetico, non esprime nulla…
Ho appena fatto un breve viaggio in Spagna dove ho visto un pittore che non conoscevo, Zurbaràn. Cioè, lo conoscevo solo sui libri. Guardare i suoi quadri dal vivo è stata una scoperta. La qualità della pittura, una crocifissione, una tavola apparecchiata.… E’ un grande pittore. E lo vedi magari nei particolari di una brocca, o nelle pieghe della tovaglia dove tutto è messo in risalto da una luce avvolgente, come poi farà Morandi. Una brocca certo la fai tonda, ma per farla vera ci vuole quella giusta dose di luce e materia, propria dei grandi maestri. Non stai attento a seguire la forma. La trovi! Dovrebbe essere come un gesto naturale, che rende vivo quello che stai dipingendo.

BENEDETTI Cosa rappresenta per te la luce?

BARTOLINI La luce per me è importantissima. Dato che dà vita agli oggetti, può accadere che una cosa in una certa luce non ti dica niente e in un’altra ti dia una forte emozione.

BENEDETTI Si espongono tuoi quadri da qualche parte, in questo periodo?

BARTOLINI Fino al 30 settembre, nella mostra-performance presentata da Philippe Daverio nello studio Berengo sull’isola di Murano, c’è un mio lavoro di 13 cm x 17, insieme a un migliaio di altri dello stesso formato. All’inizio sono stati esposti nella chiesetta sconsacrata di San Giorgio a Venezia, come una sorta di altra Biennale, contraltare di quella ufficiale. Ora so che sta per uscire un libro, del medesimo formato, con tutti questi quadri. Altri due miei quadri sono al premio Michetti a Francavilla al mare. Infine un altro è a Milano, a Palazzo Reale, nella mostra curata da Vittorio Sgarbi, "La pittura italiana dal 1968 al 2007".

BENEDETTI E’ uno dei tuoi ultimi quadri?

BARTOLINI No, ne ha scelto uno del 1975. Si intitola "XXV aprile"… Dal 1975 a oggi quanti anni sono passati?

BENEDETTI Più di trent’anni… Come mai non ne ha scelto nessuno di questi ultimi? Come se tu fossi un artista che ha finito la propria stagione creativa allora! Che non ha continuato a cercare, che non è arrivato fino a qui, fino a questi quadri sorprendenti .

BARTOLINI Ti ringrazio… Ma va bene così. In fondo quella è una mostra storica e forse il quadro che è stato scelto è rappresentativo di quel periodo… E poi, sai, io sono dell’ idea che certi critici, come i politici, hanno uno specchio davanti: si guardano per loro, non guardano al pittore. Devono fare una mostra…

BENEDETTI … e la loro preoccupazione principale è di far risplendere il "discorso" della mostra, quello di cui sono loro gli autori, e per cui sono pagati da questo sistema artistico. C’è bisogno della loro investitura discorsiva per quotare tutte quelle opere ripetitive e inerti … La casta dei critici è perciò in imbarazzo con quadri come i tuoi, di grande potenza emotiva, capaci di entrare in rapporto con il pubblico in forza della propria materia pittorica. Oppure è anche possibile che non li capisca proprio, tanto è ormai assuefatta e soggiogata dall’idea di pittura che domina oggi la quasi totalità dei canali dell’arte: un’idea residuale, inerte, che premia solo ciò che rimane nella dimensione del déja vu.

BARTOLINI Ti ho conservato questo articolo di giornale, da "Tutto libri" di sabato. Non l’ho ancora letto, ma il titolo mi pare promettente. Senti cosa dice: "Lo studioso mette in guardia contro la perdita di senso di una produzione artistica sempre meno capace di dialogare con il pubblico". Una frase così non l’avevo mai letta. Sono anni che noi sopravvissuti pittori, attenti a un certo tipo di figurazione, continuiamo a dipingere come sempre, però vincenti sono state altre correnti. E anche di valenti pittori di un recente passato non parla più nessuno, salvo rare eccezioni che confermano la regola. E se qualcuno ora cominciasse a parlare di questi valori perduti…

BENEDETTI Fammi vedere… E’ un’intervista a Paul Virilio, in occasione della traduzione italiana di un suo saggio, "L’arte dell’accecamento". Leggiamola! Sono curiosa.

BARTOLINI Va bene, leggi tu!

BENEDETTI "Siamo talmente immersi nelle immagini televisive e virtuali che non vediamo più la realtà fuori dello schermo"... E’ il solito teorema del virtuale che si è mangiato il reale! Io su questo, come sai, avrei da ridire, ma andiamo avanti. "Tutto questo si ritrova nell’arte contemporanea, che quindi è partecipe del processo di eliminazione del reale, spazzando via le forme artistiche precedenti". Ma esiste una sola e unica tendenza dell’arte contemporanea?

BARTOLINI Sì, ce n’è proprio una sola! Ed è quella dell’accademia di oggi, ripetitiva di cose già viste. Quella a cui ti riferivi anche tu prima. E’ la tecnica del déja vu. Tutto già dato… Comunque io non credo che le forme artistiche precedenti siano state spazzate via. Per me sono presenti. Per esempio, dopo aver visto i quadri di Zurbaràn posso dire di essere cresciuto, ancora oggi. E ora, quando mi rimetterò a dipingere, terrò conto di uno in più, di un’emozione in più che ho ricevuto, e che i libri del resto non possono dare. Queste cose le godi solo quando le vedi dal vivo… Poterle toccare, poi…!

BENEDETTI Andiamo avanti! "L’estetica dell’apparizione, come ricordava Baudrillard, era legata alla seduzione e alla passione. L’estetica della sparizione è invece mossa dal conflitto e dall’annientamento, come peraltro attesta la storia della non-figurazione dal surrealismo all’astrattismo. Oggi siamo passati dall’arte sostanziale, quella della materia e della presenza in situ, all’arte accidentale, un ’arte figlia dell’inatteso e dominata dall’assenza. Al posto del corpo a corpo con l’opera prevale una relazione spettrale con l’altro da sé, rappresentato dall’arte, il che implica la fine del dialogo con l’arte". Vero! Però sbaglia, secondo me, a considerare tutto questo come un processo incontrastato, quasi fosse l’esito inevitabile di una tendenza della storia: prima c’era l’estetica dell’apparizione, ora non può che esserci quella della sparizione... E i tuoi quadri allora dove li mette? Qui il corpo a corpo c’è, però la sua teoria non prevede che ci sia più un posto per essi, se non nel sottoscala della storia, tra i sopravvissuti, i velleitari … Quando invece potrebbero essere i semi di una rigenerazione artistica e spirituale.

BARTOLINI Sì, forse generalizza un po’ troppo. Ma se si riferisce alla tendenza dominante della cultura oggi non posso che essere d’accordo.

BENEDETTI "Sono un figlio della guerra e quindi sto dalla parte della tragedia, ma non mi piace chi gioca in maniera irresponsabile con il sentimento tragico. Ecco perché non apprezzo gli artisti contemporanei che sfruttano cinicamente il terrore e il male". Su questo siamo d’accordo. Ma l’arte contemporanea è tutta così?

BARTOLINI Anch’io non apprezzo per nulla questi pittori contemporanei, che tra l’altro non sono molti. Ma quei pochi hanno addirittura un successo spropositato!

BENEDETTI "Anche l’arte contemporanea è dominata da un nuovo accademismo peraltro figlio dei mercati e della corsa alla spettacolarizzazione. Quella del denaro è una nuova forma di tecnocrazia che distrugge l’arte". Anche su questo siamo d’accordo, no?

BARTOLINI Sì, purtroppo.

BENEDETTI Ma ora viene la domanda clou. "Cosa possono fare gli artisti?" Risposta di Virilio: "In un mondo dominato dalla comunicazione e dagli spin-doctors, gli artisti non esercitano più alcuna influenza […] non c’è più spazio per artisti e pensatori. Non resta allora che l’auto-emarginazione."

BARTOLINI E’ drammatico ma è così! Noi che continuiamo a lavorare fedeli a certi principi, lo facciamo da emarginati. Allora il paradosso dell’autoemarginazione sarebbe proprio augurabile.

BENEDETTI "Un artista deve guardarsi dalla celebrità, deve restare anonimo e solitario…".

BARTOLINI Sono d’accordo… Ma poi, no, secondo me neanche questo va bene. Un artista che merita non può, non deve restare anonimo.

BENEDETTI Già, che soluzione è mai l’anonimato?

BARTOLINI Fai solo il gioco alla rovescia di quelli che hanno successo sul mercato! Piuttosto dovrebbe dire che molti artisti noti e di successo non sono né pittori né scultori ma un’altra cosa. Per la maggior parte di questi bisognerebbe trovare una definizione diversa da quella, abituale, di "artisti figurativi"… Ma questo non lo puoi dire, perché è il mercato che ha deciso così.

BENEDETTI Come si fa a non vedere che certe cose sono ripetitive, artisticamente morte? E a non accorgersi di ciò che invece è vivo? … Questa è una cosa che mortifica le stesse facoltà dell’uomo, visive, emotive, intellettive. Come se si stesse cercando di disattivarle!

BARTOLINI Alla fine degli anni ’70 è cambiato proprio tutto, un mondo intero: è stata premiata la stupidità, la superficialità, l’improvvisazione. Quando ho cominciato a dipingere, negli anni ’60, gli artisti e i critici facevano il loro mestiere con responsabilità. L’aria generale era diversa. Sapevamo che la critica sarebbe stata determinante, in senso positivo o negativo. Se facevi una mostra non è che già solo per questo eri tranquillo, aspettavi sempre con ansia il giudizio del critico, che sarebbe sicuramente arrivato. Oggi puoi star certo che non leggerai mai da nessuna parte una critica negativa. E la mostra è già il traguardo.

BENEDETTI Parlami ancora un po’ di questo quadro!

BARTOLINI Nel punto dove c’è la ruggine ci saranno non so quanti colori: il celeste, il verde, il rosso… quelle sono le qualità cromatiche per arrivare alla consistenza, a una fisicità tattile… che quasi ti viene da infilarci un dito, da toccarne la bombatura. Cerco di rendere l’essenza della cosa - che so esprimere meglio dipingendo che a parole. Quando mi è apparsa in tutto il suo biancore questa vecchia Wolkswagen, girando per caso in una zona industriale, ho provato già tutta l’emozione. Non dico che vedendola ho già fatto il quadro, come Michelangelo che nel pezzo di marmo vedeva quel che voleva fare. Però un po’ è così. L’ho fotografata con la speranza di ritrovare quell’emozione anche nello studio – per poter andare avanti. E andare avanti vuol dire procedere pezzetto dopo pezzetto. Per riappropriarmi di quella visione devo arrivare in fondo al quadro, come nel mosaico, pezzetto dopo pezzetto. Prima godi a fare un segno tondo, poi perché il segno diventa il foro di un fanale, poi perché viene fuori la ruggine e così via. Mentre lavori non hai mai la visione totale. Solo dopo aver finito di completare il lavoro e tutta l’immagine è sulla tela puoi cominciare a vedere dove difetta, e ti sposti a sinistra, a destra, in alto, in basso….

BENEDETTI. Quindi anche questo tuo quadro è venuto fuori da una foto?

BARTOLINI. Sì, come tutti gli altri. Quando sono fuori a me cascano gli occhi improvvisamente su una cosa, e quanto più è inaspettata tanto più è forte l’emozione. Non sai perché. E allora la fermi. Per me è un’abitudine girare con la macchina fotografica in tasca (ma non sono assetato di immagini). In questo caso non ce l’avevo. Ci sono tornato il giorno dopo e ho avuto la fortuna di ritrovare la stessa scena. Fortuna, sì, perché il terzo giorno, quando sono ritornato sul posto, non c’era più niente. Poi il quadro è cresciuto con lo stesso procedimento degli altri, cercando sempre di tenere presente l’insieme. A volte capita che arrivi in fondo e devi ricominciare da capo. Ci sono dei quadri che vengono in maniera più spedita, e non sai mai a cosa attribuire questa …

BENEDETTI …felicità?

BARTOLINI … no, lo chiamerei accadimento positivo. Certe volte per quanto tu lavori non viene niente, ti si impasta il colore e non vai avanti, altre volte procedi senza problemi. Poi, quando arrivi in fondo, hai un mondo.

BENEDETTI Le automobili saranno state dipinte un’infinità di volte. Ma non mi pare di averne mai viste come queste, in disfacimento, ingiuriate dal tempo, in lenta agonia.

BARTOLINI Anche gli iperrealisti americani hanno dipinto macchine abbandonate... Certamente non sono il primo a dipingerle, ma con questo linguaggio pittorico penso proprio di sì. C’è sempre della storia in questi oggetti, c’è il tempo che passa, e che è anche il tuo. Vivi accanto alle macchine come alle persone, con il senso di una continuità illusoria, come se nessuno dovesse mai morire, senza renderti conto che si finisce, si sparisce… Alcune di queste macchine le ho viste quando erano nuove, in altri tempi. Alcune le ho usate. Erano oggetti reali, dentro alla vita… Poi me le ritrovo all’improvviso divorate dalla ruggine, abbandonate, disperse qua e là…
Ora che guardo il quadro da qui, seduto come te - e lo vedo da estraneo, come se non l’avessi fatto io - mi accorgo che in certi punti c’è una luce che mi emoziona. Vicino al paraurti c’è una zona che sembra illuminata da un faretto. E poi questa ombra, di qualcosa che ci sarà stata attorno, una rete forse... E poi la carcassa è tutta sbilenca, stortata. Forse è anche questo che le dà un fascino. Dentro a queste macchine c’era poi un panno, non so se l’hai presente, che ne tappezzava le pareti e il soffitto. E allora devo capire anche il panno, restituire quelli che erano i materiali, persino gli odori, se fosse possibile!

BENEDETTI E poi tutto questo bianco su bianco. Quanti bianchi ci saranno?

BARTOLINI Non c’è un limite alle tonalità. Quel punto che prima ti indicavo ha una luce che dà sul crema, più lattiginosa. Subito accanto ce n’è uno più freddo. E poi le differenze di bianco le ottieni anche a seconda del rapporto con ciò che ci metti intorno. L’esperienza in questi casi aiuta. Però la ricerca in pittura è per me difficile da spiegare a parole. Dovrebbe sempre fondersi, in modo inconsapevole, il pensiero con il gesto naturale, e la coincidenza è una somma di tante cose, per cui lavori in uno stato di sospensione, ed è come se tu non ci fossi. Dopo, quando riemergi, quando ti metti a guardare il quadro e vedi… Ma è una cosa banale quello che sto dicendo! Penso che chiunque lavori onestamente debba provare una sensazione di questo tipo. Non è un privilegio di pochi. E’ normale che se credi in una cosa tu ti ci perda dentro… Poi ritorni a galleggiare, la riguardi e quella è la tua verifica, il metro di misura. Sei vero quando tutto questo succede senza la tua volontà. Lo vedi nel colore conquistato, nel rapporto cromatico che sei riuscito a trovare La pittura è fatta di questo… Non lo capiscono quelli che mirano più a avere l’idea (che poi difficilmente è originale, più spesso è copiata) e poi su questa idea lavorano, manipolano: senza tener conto che manca loro la proprietà linguistica della pittura, così che, a lavoro finito, il risultato è debole.

BENEDETTI Hanno detto per tanto tempo che la pittura era morta. E ora dicono che è ritornata.

BARTOLINI Mi piacerebbe sapere dove… Mi ricordo gli anni ’60. Allora c’era un vero fermento nella pittura in Italia, e non solo. Oggi mi sembra che tutto sia scomparso. Azzarderei addirittura a dire che non c’è nulla, per lo meno tra ciò che ha visibilità, e che quella che cercano di far "ritornare" è nella maggior parte dei casi pittura "fatta con le idee". Molti quadri contemporanei mi sembrano legati alla cronaca, sono pesanti nella tematica ma leggeri nel linguaggio, e i colori non hanno la potenza del dramma che vorrebbero raffigurare. Del resto non è solo la pittura che è finita ma tutto un mondo. Poi però penso che fintanto che l’uomo esisterà … e allora mi auguro che la pittura verrà possa riappropriarsi della serietà perduta.








pubblicato da c.benedetti nella rubrica a voce il 27 marzo 2008