Sarebbe bello

Serena Gaudino



Quando torno a casa, certe sere, alzo gli occhi al cielo e mi consolo. E’ immensa questa luna, è bianca. Pare il piatto di una pizza formato gigante. Dove sto io, un poco fuori del centro, non ci stanno tanti lampioni e quando si leva la nebbia non si vede proprio niente. Se c’è la luna però io sono contento, perché da lassù con la sua luce eccezionale lei mi guida zitta zitta lungo i viali bui, fino alla camera e cucina che divido con altri tre operai amici miei. E poi si nasconde, fruga tra i miei sogni, si intrufola nei miei pensieri e mi parla: prima mi chiede come sto, se faccio il bravo e dopo, per far esplodere la mia malinconia mi sussurra “Tonì, ma quando torni a casa tua che Nicolino piange sempre?”
Allora io m’incazzo, m’arrampico e la piglio a schiaffi.

Ma come, che diritto c’ha quella da lassù di dirmi certe cose? Io qua mo ci sto bene, mi sono ambientato. Prima era un casino, in fabbrica arrivavo sempre tardi, dopo tre giorni già mi volevano licenziare. Meno male che Don Peppino c’ha messo la buona parola. E quando mi devo svegliare alle cinque non mi guardo neanche la televisionela sera. Mangioqualcosa alle sette e mezza e poi vado con Angelino giù in cortile a farmi quattro chiacchiere. Ridiamo, ci sfottiamo. Io gli dico che Regina c’ha la faccia di cavallo e lui che io non sono buono perché non m’ha mai visto con una femmina. Io mi sto e non gli sfondo quella faccia di cazzo che tiene perché gli voglio bene e perché quando sta di genio mi offre pure un poco del suo tabacco. Che é più forte di quello delle diana rosse e io me lo fumo come se fosse una canna e penso ai miei figli e alla faccia di quella poveretta che mi sono sposato.
Sarebbe bello se potessi tornare indietro: le direi che non è cosa a sposare uno come me con la testa imbottita di stronzate e una ferita nel cuore che non si rimargina. E sanguina ancora e peggio se, passando, qualcuno ci sputa sopra.
Diego adesso tiene dieci anni, Nicolino cinque. Tra me e loro ci passano una trentina d’anni e qualche coglionata di troppo. Ma loro non lo sapranno mai che razza di padre tengono. Ce lo siamo giurato io e Jessica davanti alla Madonna di Pompei il giorno prima che li portassero via.
Quanto è bella Jessica, e come mi manca da qua sopra. Quando l’ho conosciuta teneva si e no quattordici anni. Venne alla fabbrica di scarpe di mio padre: donna Rosa ha detto che cercate una ragazza che non tiene problemi.
La portinaia del magazzino di via Bakù era una garanzia. All’inizio veniva solo di pomeriggio poi, dopo la fine della scuola, cominciò a venire pure di mattina. Tagliava e incollava le suole di gomma dalle nove all’una e dalle due alle nove, dalle nove all’una e dalle due alle nove, tutti i giorni di tutte le settimane.
E prima di andar via le lasciavo usare un sapone speciale, non volevo che pure le sue mani diventassero nere come le mie. Portava i capelli lunghi fino a qua. Guardava sempre a terra. Ma una volta io l’ho sorpresa a guardarmi di nascosto. Teneva soggezione. Perché io ero il figlio del padrone. Poi una volta l’ho costretta a guardarmi dritto in faccia: la forza dell’animale feroce che teneva dentro m’ha acceso il sangue e lei ha capito che me la sarei sposata. Allora ogni sera rimaneva semprea fare lostraordinario, aspettava che perdessi la testa. E un giorno me l’ha fatta perdere. Non ho capito più niente, ho visto solo le sue cosce lunghe spuntare da sotto a una minigonna e l’ho spinta nell’angolo, contro il muro. L’ho tenuta ferma, di spalle, con tutto il mio corpo addosso. Lei ha cercato di ribellarsi, appena appena, ma io con la mano libera mi sono sbottonato i pantaloni. Non ha più detto una parola. L’ho baciata dietro l’orecchio mentre mi aprivo la strada fra le sue cosce e mentre venivo, quello stesso orecchio io me lo sarei mangiato. Mo sto qua. Devo restare qua. Solo. Infinitamente solo. Nascosto tra queste mezze vite, col tempo che non passa mai.
A casa sono rimaste solo mamma mia e Jessica. Nessuno le tocca perché sono femmine e senza uomini sono diventate erba secca. Anche se Jessica non tiene manco trent’anni. Ma ha ripreso a farsi di quella merda. Io le ho detto che non si deve ammazzare che poi la porto lontano e ricominciamo a vivere ma lei dice che la sua non è più vita senza i figli e che del mio cuore non si fida più.
Ma che potevo fare? Quando hanno ucciso Salvatore io ho guardato in faccia a papà che s’è sparato nella mano perché non poteva sopportare il dolore del cuore. Allora sono uscito con i miei fratelli e siamo andati ad ammazzare a quel caino di Ciccio ‘o surd.
Se fossi nato da un’altra parte forse dentro a queste storie non ci sarei mai entrato. Mi sarei fumato qualche canna, avrei ingoiato qualche pasticca, lacerato qualche cuore ma avrei fatto il bravo per tuttala vita. Epoi avrei incontrato una ragazzina come Jessica che m’avrebbe fatto innamorare. E invece eccomi qua a inghiottire bocconi d’aria fredda e a farmi qualche sega chiuso dentro al bagno di notte.
E però io questa solitudine me la sono meritata. Sarebbe bello se potessi fare qualcosa.
Ma non ci sta niente da fare, se voglio arrivare al fondo devo resistere. Col naso per aria a guardare a te luna mia e coi piedi per terra in attesa del prossimo colpo di vento.








pubblicato da s.gaudino nella rubrica il dolore animale il 24 gennaio 2012