Letteratura della memoria: da Perec a Proust

Silvio Bernelli



Pubblicato in Francia nel 1978, Mi ricordo esce ora in Italia per Bollati Boringhieri nella traduzione di Donatella Selvatico Estense (pp.131, 15€). Abbastanza noto il contenuto del testo.

Affascinato dai suoi stessi giochi, come scrivere un intero romanzo senza usare la lettera “e” (La scomparsa) o redigere lunghe, tassonomiche liste di oggetti (La vita, istruzioni per l’uso), lo scrittore francese decide di mettere su pagina i propri ricordi. Frasi secche, quasi aforismi, schegge recuperate dal passato che parlano più o meno di tutto: “Mi ricordo il pane giallo che c’è stato un po’ dopo la guerra”, oppure “Mi ricordo quando mi sono rotto il braccio, e che ho fatto firmare il gesso da tutta la classe”, “Mi ricordo la Nouvelle Vague”.

In altri casi, le frasi sono più articolate: “Mi ricordo che, nei vagoni del metrò, la pianta della linea segnalava, sotto il nome di ogni stazione, le vie e i numeri delle vie sui quali sboccavano le uscite (come dirlo più semplicemente?)”.

Come specificato dallo stesso Perec nella postfazione del libro, si tratta di brandelli di memoria compresi tra il 1946 e il 1961, tra il decimo e il venticinquesimo anno della sua vita.
Ricordi d’infanzia e giovinezza, insomma.

È ovvio che Perec compia questa operazione non tanto per spiattellare i propri ricordi, e neanche per dargli un qualche ordine, quanto per far risuonare i propri ricordi nella mente del lettore, che può facilmente riconoscersi in molte delle sue schede mnemoniche.

Anzi, se fosse nato e cresciuto a Parigi insieme all’autore, il lettore potrebbe probabilmente condividere con Perec tutti i 479 “Mi ricordo..” del libro. Alcuni di questi infatti significano poco per i lettori non francesi, che ignorano molti personaggi, spettacoli e particolari citati nel libro. A parte questo, il discorso del ricordo come ricostruzione comune di un passato ormai perduto, fila via liscio.

Non a caso, il ricordo è alla base di ogni letteratura. In Proust per esempio è proprio un ricordo, il ricordo del sapore di una madeleine, a dare il via a tutto il ciclo della Recherche. Lo stesso episodio che decenni più tardi avrebbe portato lo psicologo americano Daniel L. Schacter a scrivere che “Anticipando la ricerca scientifica di oltre mezzo secolo, Proust ebbe la penetrante intuizione che il ricordo nasce dalla sottile interazione tra passato e presente” (Alla ricerca della memoria. Einaudi 2007).

I ricordi non sono affatto frammenti del vissuto personale che vengono ripescati dalla memoria così come sono. Cambiano insieme a noi, ogni giorno che li ricordiamo. La memoria è insomma un meccanismo di fiction, riscrive incessantemente il passato alla luce delle persona che siamo nel momento del ricordo.

Se Perec avesse scritto i suoi “Mi ricordo” in un’altra fase della vita, sarebbero stati completamente diversi. Perché ciò che resta nella memoria è l’engramma, lo scheletro del fatto vissuto, mentre tutto ciò che gli sta attorno viene continuamente ripensato dalla coloritura emotiva causata dal ricordo attraverso il tempo.

Quindi, forse, più che “Mi ricordo”, Perec avrebbe potuto tranquillamente scrivere “Adesso mi ricordo”, anche se è ovvio che sul piano letterario l’espressione usata come un mantra dallo scrittore francese è più che accattivante. D’altronde, come cita anche Jon Krakauer in Aria Sottile (Corbaccio 2005) e l’autrice americana Joan Didion in The White album (prima edizione 1979, oggi disponibile per Farrar, Straus & Giroux Inc, New York, 2009) afferma: “Se siamo scrittori, tutta la nostra vita consiste nel sovrapporre una linea narrativa a immagini disparate, nel dipanare le idee con le quali abbiamo imparato a cristallizzare la cangiante fantasmagoria della nostra esperienza”.

Lo stesso utilizzo dell’ossimoro cristallizzare-cangiante dimostra quanto sul piano dell’esperienza nulla sia ricordato una volta e per sempre, e che quindi la riscrittura del passato è tale e vale solo nel momento in cui la si fa. In più, nel libro di Perec, salta agli occhi che dei suoi quindici anni di giovinezza lo scrittore non ricordi nulla di imbarazzante, niente di cui vergognarsi. Neanche una cattiveria, una malignità gratuita, un’azione riprovevole, una meschineria, un tradimento.

Il passato rievocato da Perec ha, persino nelle inevitabili durezze della vita dopo la guerra, lo zuccheroso sapore del flashback cinematografico in una commedia hollywoodiana.

Al di là del gioco empatico scatenato dai ricordi personali, con questo suo libro Perec tenta forse di ricostruire una volta e per sempre un passato consolante per lui e i suoi lettori. Una pillola per mandare giù anche i ricordi più amari.

Quelli di Perec appartenevano sicuramente all’essere stato un bambino ebreo nella Francia occupata dai nazisti, spedito a vivere a casa di parenti sulle montagne, mentre la madre veniva deportata e poi uccisa a Auschwitz.

Quelli dei lettori possono essere aggiunti, a discrezione di ciascuno, nelle pagine bianche stampate del Mi ricordo uscito ora per Bollati Boringhieri.

Così, per rimettersi lì a pensare sul passato e rimontarlo secondo la nostra fiction preferita, con gli occhi di oggi. Che si sa, domani saranno già diversi.








pubblicato da s.gaudino nella rubrica libri il 27 ottobre 2013