Il poeta più radicale

Giuseppe Caliceti



Emilio Villa è forse il poeta più radicale che abbia avuto l’Italia del secondo Novecento. Sperimentò in ogni direzione in un mix di lingue morte, per lui vive, con lingue vive, per lui morte. Creò una nuova lingua capace di unire in un unico groviglio greco, latino, italiano, francese, inglese, spagnolo, gerghi e dialetti. Cercò di rimpossessarsi di una sacralità con la quale guardò in modo dissacrante alla cultura italiana del suo tempo. In un’epoca in cui la principale preoccupazione di poeti e scrittori sembrava costituirsi in gruppi e antologie rassicuranti, intraprese una rigorosa fuga solitaria in avanti da vero e proprio antagonista culturale. Stampò libri e riviste in tirature limitate, se non in copia unica. Non ricercò la visibilità, la "vendibilità". Azzerando ogni vanità, ogni tentazione di "feticismo d’autore" e di "spettacolarizzazione dell’arte". Si contrappose in modo lucido e ostinato a un mondo editoriale, artistico e culturale sempre più mercificato con una intransigente forma di silenzio. «Scrivere il silenzio a paragone della stupidità verbosa che imperversa», questo il suo motto. Altrettanta intransigenza espresse verso il sistema dell’arte, formato da «pornografi tenitori della museocrazia».

Della complessità e dell’importanza nella cultura italiana del secondo Novecento di questo ennesimo "minore" si tenta di dare rilievo nella mostra che dal 24 Febbraio è in scena a Reggio Emilia, fino al 6 aprile, nella suggestiva chiesa barocca di San Giorgio, ideata e curata da Claudio Parmigiani: "Emilio Villa poeta e scrittore". Appare strano che una mostra di manoscritti possa fare luce su uno scrittore più della pubblicazione dell’opera omnia , ma per Villa non poteva essere altrimenti. Per il suo studiare e comporre sempre in progress, teso alla ricerca. Per la sua sterminata sete di sapere poundiana. Per lo stretto legame con tanti artisti innovativi della sua epoca

Non è un caso neppure che tanta attenzione a Villa riparta oggi proprio da Reggio Emilia. Qui aveva stretto intensi rapporti di amicizia e di collaborazione con poeti e artisti come Corrado Costa, Adriano Spatola, Rosanna Chiessi. E nel 2003 i figli, su suggerimento di Aldo Tagliaferri, hanno donato alla biblioteca comunale i materiali del padre per la costituzione di un Fondo composto da tre nuclei principali. Un cospicuo complesso di carte che riunisce le inedite traduzioni bibliche, corredate da introduzioni, note e commenti di carattere filologico, grammaticale, etimologico e mitologico. I manoscritti poetici, letterari, critici e le ricerche linguistiche e etimologiche. Le opere a stampa, spesso corredate da note autografe, che documentano la formazione scientifica di Villa negli ambiti delle lingue e delle religioni dell’area mesopotamica, della letteratura giudaico-ellenistica, della storia e della mitologia classiche.

Buona parte della mostra, di cui un’ampia monografia è edita da Mazzotta, è costituita da parte dei materiali del Fondo. Dei manoscritti colpisce, nei testi critici, la titolazione enigmatica, tranne le pagine della traduzione dell’Antico Testamento. E l’omissione programmatica di nomi, date, luoghi, cancellati dall’artista con furia iconoclasta. La parola è sottratta ad un obbligo e ad un vincolo limitanti, liberata dalla propria vanità. Purificata, pare ritrovare la sua potenza irradiante.

Nella mostra sono inoltre presenti opere significative di quegli artisti – tra cui Jackson Pollock, Marcel Duchamp, Lucio Fontana, Piero Manzoni, Alberto Burri Giuseppe Capogrossi – ai quali Villa dedicò una serie di saggi, alcuni rimasti memorabili, raccolti in Attributi dell’arte odierna 1947-1967 e pubblicati presso Feltrinelli nel 1970 [il volume, curato da Aldo Tagliaferri, è stato recentemente ripubblicato dalla casa editrice Le Lettere, nella collana "fuoriformato" diretta da Andrea Cortellessa].

Tra i materiali in mostra colpisce, quasi come un involontario poema-oggetto, come un’istallazione d’arte contemporanea, l’enorme quantità di traduzioni dei libri della Bibbia. L’epica impresa impossibile della traduzione del Libro dei libri caratterizzò infatti l’intera esistenza di Villa. Nato nel 1914 ad Affori (Milano), studiò ai seminari di San Pietro Martire, Monza, Saronno e Vengono, ed è subito attratto dall’Antico Testamento. Dopo il liceo al Parini di Milano, frequentò l’Istituto Biblico di Roma e si dedicò allo studio del sumero e della filologia semitica antica. Pubblicò nel ’34 Adolescenza, la sua prima raccolta di poesie. Visse a Firenze, dove conosce Mario Luzi e frequenta Palazzeschi. Nel ’38, a Roma, è pubblicista e giornalista. Richiamato alle armi dalla Repubblica di Salò, si nasconde in Toscana. Nel ’43 torna a Milano, dove vive in clandestinità, prendendo parte alla Resistenza con un gruppo comprendente il critico d’arte Mario De Micheli. Tra il 1951 e il ’52 vive in Brasile collaborando con Pier Maria Bardi, fondatore del Museo di arte moderna di San Paolo. Tornato a Roma, si occupa di critica d’arte; fonda con Gianni De Bernardi e Mario Diacono la rivista "Ex" e dà alle stampe nel 1961 Heurarium. Scrive nuove poesie. Ma come in un basso continuo che attraversa tutta la sua esistenza, Villa continua a tradurre e ritradurre il Genesi e altri libri della Bibbia. In modo sempre più visionario. Sottoponendoli a continui ritocchi e aggiornamenti. Nel 1964 partecipa addirittura come "consulente storico" alla realizzazione del film La Bibbia, iniziato da John Houston. Morirà nella solitudine il 14 gennaio 2003. La ciclopica e impossibile traduzione della Bibbia, che Villa considerava il centro profondo di tutta la sua ricerca artistica, resta incompiuta. Per la cultura italiana credo sarebbe importante che qualche editore si avventurasse nella sua pubblicazione, ma, ahimè, non credo esistano attualmente in Italia case editrici così coraggiose.








pubblicato da t.scarpa nella rubrica a voce il 17 marzo 2008