Quella mattina di trent’anni fa

Tiziano Scarpa



Il rapimento di Aldo Moro e l’uccisione della sua scorta sono stati la prima breaking news che ho vissuto: letteralmente, una notizia che rompe una parete e fa irruzione nella vita. Quella mattina, il mio professore di greco è entrato in classe con una radio e l’ha messa sulla cattedra. Frequentavo la quarta ginnasio, il primo anno del liceo classico di un istituto gestito da sacerdoti. Negli anni Settanta, era una scuola che garantiva la continuità delle lezioni, mentre molti miei coetanei, nei licei statali, facevano spesso sciopero.

La situazione di chi era adolescente in quegli anni era questa. Il boom demografico ed economico ha fatto sì che molti ragazzi come me abbiano potuto andare al liceo e, poi, all’università. La mia famiglia, per la prima volta da generazioni, ha potuto permettersi di investire nell’istruzione dei figli. Bisogna capire mio padre e i genitori come lui: "ma come, figlio mio, invece di andare a lavorare a tredici anni come me, tu che puoi studiare, vorresti metterti a fare sciopero?" Sarebbe sbagliato ridurla a una questione puramente politica. Era un misto di legittima ambizione sociale, sacrificio per un futuro migliore da offrire ai figli, senso del dovere da trasmettere e da far praticare. Ricordo che alla fine delle medie discutemmo insieme la scelta del liceo e, per quanto ne potevo capire a quell’età, mi trovai d’accordo con il suggerimento di mio padre nell’iscrivermi a quell’istituto di preti assai conservatori che, a quanto mi raccontava mio cugino più grande, sequestravano i volantini estremisti, concedevano di malavoglia un’aula per le assemblee, ma ti insegnavano bene il greco e il latino. Un luogo dove il mondo era tenuto fuori dalla porta.

Dovevo assolutamente fare questa premessa per rendere l’impressione violenta di quella radio portata in aula e messa sulla cattedra dal professore di greco, anch’egli un sacerdote, che quella mattina di trent’anni fa interruppe la sua lezione per farci sentire il notiziario con gli aggiornamenti in diretta da via Fani.

Per un’ora siamo rimasti così, in perfetto silenzio, ad ascoltare i resoconti drammatici che uscivano dalla radio, amplificati cavernosamente dalla cassa di risonanza della cattedra. Il mio professore sacerdote seguiva la voce dei giornalisti, con la testa bassa, visibilmente sofferente, forse perduto in fantasie catastrofiste, incubi di guerra civile, sterminio dei democratici cristiani e martirio dei preti, tutte cose che a me ancora quattordicenne non erano perfettamente chiare.

Forse esagero, ma ripensandoci oggi la scena della radio in classe mi appare quasi come un simbolo della nostra epoca: la scuola è stata sostituita dai mass media, il sapere è stato sostituito dall’informazione, il presente è stato sostituito dall’attualità. In cattedra sono saliti i mezzi di comunicazione, un oggetto tecnologico al posto di una persona in carne e ossa che ti parla dal vivo: una voce distante piazzata artificiosamente fra noi ci detta ogni momento che cosa ci riguarda davvero.

Dopo un’ora, i notiziari continuavano a ripetere la prima sommaria descrizione dell’agguato e del rapimento.

"Riprendiamo con il greco," ha detto il professore. Ma ormai nella mia vita avevano cominciato a far lezione il mondo e le sue notizie, per sempre.

Pubblicato su Il Gazzettino, 14 marzo 2008.








pubblicato da t.scarpa nella rubrica giornalismo e verità il 16 marzo 2008