La scelta giusta

Teo Lorini



A metà febbraio Giuliano Ferrara aveva scansato un dibattito in RAI con Marco Pannella, adducendo il pretesto che la televisione sarebbe "antiveritativa". In queste settimane invece, depositati marchio e candidati della sua lista "Aborto? No, grazie", il direttore del "Foglio" s’è dato a un intenso tour de force di apparizioni catodiche.
Ci si potrà dispiacere per Pannella, ma sin qui non c’è nulla di strano: da tempo infatti Ferrara ha abituato lettori e telespettatori a un vorticoso quanto inesausto mutamento di opinioni (e gabbane). Ciò che interessa di più è che la lista pro-life abbia preso definitivamente corpo e che il suo fondatore ne proclami scampoli di programma da varie tribune mediatiche.

In queste dichiarazioni il paradosso si sposa a volte con la folcloristica eccentricità. Si pensi ad esempio all’entusiasmo con cui Ferrara ha diffuso la propria lettura della commedia americana Juno. Tratto da un soggetto premio Oscar della blogger Diablo Cody (che peraltro si è più volte e con chiarezza schierata a favore del diritto di scelta), da giorni il film viene pubblicizzato sulle pagine del "Foglio" come un prontuarietto universale, in grado di risolvere con un paio d’ore di intrattenimento questioni che da decenni impegnano filosofi, teologi, politici.

Più seriamente invece preoccupa la dichiarazione per cui la lista pro-life non vuole abolire o modificare la legge 194, bensì darle attuazione in tutte le sue parti al fine di aiutare le donne a fare la scelta giusta, implicando in tutta evidenza che esse incorrano in una scelta sbagliata e persino criminale.
A dispetto dell’apparenza mite e conciliante con cui Ferrara ambisce a presentare i propri argomenti, infatti, non c’è comparsata televisiva, intervista, articolo di giornale in cui le sue parole non lascino trapelare la profonda violenza che le innerva. La definizione di aborto come "omicidio perfetto", l’elenco di cifre vertiginose e impossibili da verificare ("un miliardo di aborti in trent’anni") fra le quali le disumane politiche di pianificazione demografica attuate in Cina hanno lo stesso valore di un’interruzione volontaria di gravidanza in Europa, l’uso costante del sostantivo "bambino" al posto di "embrione": il concetto sotteso è sempre che chi ricorre all’aborto è un assassino. Senza se e senza ma, colla stessa incrollabile fermezza, sia detto en passant, con cui il "Foglio" si è schierato in primissima linea a favore della guerra in Iraq, dove i civili ammazzati (bambini compresi) si stimano in decine di migliaia.
Delle volubilissime opinioni di Ferrara si è già parlato sin troppo ed è invece opportuno mettere da parte l’ironia (e l’indignazione) in favore di alcune considerazioni rigorosamente logiche. Se infatti la potenzialità di vita dell’embrione è esattamente equiparata a una persona umana, emergono con manifesta evidenza alcune conseguenze. In primo luogo è inammissibile tollerare che esista una legge che tuteli l’omicidio ancorché sub facie di interruzione di gravidanza. La 194, rispettata in verbis, viene perciò messa sotto accusa in re. Seguire questo paralogismo sino alle conseguenze più estreme ci porterebbe lontano. Ad esempio, come ha scritto di recente Felice Mill Colorni, nel caso di un cataclisma (terremoto, inondazione o incendio) in cui sia data l’alternativa fra salvare una coltura di embrioni o un solo bambino vivo, la scelta per il bene maggiore dovrebbe portare a preferire le decine di "persone" ammassate in una provetta, a discapito dell’unica che piange e scalpita. In perfetta coerenza, peraltro, con una visione che subordina costantemente il rispetto per la vita della donna a quello per l’embrione (che di vita è promessa ma non ancora atto).

Com’è ovvio, il programma di Ferrara non comprende solo una pars destruens, ma gli aspetti propositivi lasciano, se possibile, ancora più perplessi di quelli critici. Partendo da non meglio precisati "conti correnti dormienti" e da altri (e altrettanto vaghi) "cespiti d’entrata", la lista pro-life reclama ad esempio, un "sostegno materiale" alle gestanti in difficoltà economiche. con "l’erogazione di consistenti somme per i primi 36 mesi di vita dei figli". In uno dei tanti passaggi televisivi, Ferrara ha quantificato tale sostegno nella cifra di 300 euro al mese che, moltiplicati per le suddette 36 mensilità, equivalgono a 10.800 euro in tre anni.
Fare i conti in tasca non è mai una cosa simpatica ma quando qualcuno si candida per un posto (peraltro ben remunerato) nel Parlamento in cui si decidono politiche economiche, salari, aiuti finanziari e così via, si espone inevitabilmente a qualche curiosità. Da una puntata di Report, tuttora disponibile nel podcast della Rai, si scopre, ad esempio, che il nostro sostenitore delle gestanti, solo in qualità di direttore del "Foglio" percepiva nel 2006 uno stipendio di 8.000 euro al mese. Anche nell’ipotesi che Ferrara conducesse "Otto e mezzo" gratuitamente e per amore di La7, che non abbia altre fonti di reddito e che addirittura da due anni il suo compenso al "Foglio" non sia stato ritoccato, è arduo non trovare offensivo il confronto fra questa cifra e quella proposta dalla lista "Aborto? No, grazie" per supportare le donne in difficoltà economica e sostenerle nella loro "scelta giusta".

L’elenco delle incongruenze contenute nel programma di lista, della pretestuosità dei suoi articoli e della profonda malafede con cui è stato stilato sarebbe, ovviamente, ancora lungo. Basti dire che la contraccezione e l’educazione sessuale non compaiono neppure una volta nel programma di un partito che ha come unico punto d’interesse e ragione costitutiva le politiche statali in materia di demografia. Appare invece più interessante chiudere con una nota particolarmente rivelatrice.
Voci avverse alle proposte di Ferrara si sono levate da ogni parte e schieramento. E se in certa misura quella di Berlusconi (timoroso di perdere anche una manciata di voti) era persino prevedibile, più sorprendente appare quella di Giorgio Vittadini, potentissimo membro di Comunione e Liberazione, nonché creatore di Compagnia delle Opere, il cospicuo braccio economico-imprenditoriale del movimento fondato da don Giussani.
In un’intervista al "Gazzettino", Vittadini afferma in sostanza che la lista di Ferrara finisce per rinfocolare la passione e catalizzare l’intervento degli "estremisti che non amano la vita". E in effetti contro la 194 è molto più efficace il sistema di CL che, ottenuto il controllo politico della sanità lombarda, sta rendendo la legge di fatto inattuabile. Da anni infatti la Lombardia è diventata sempre meno ospitale per i ginecologi che praticano l’aborto mentre le ASL assumono quasi soltanto medici obiettori, tanto che in una delle regioni più economicamente progredite d’Italia è sempre più complesso fruire del diritto all’interruzione volontaria di gravidanza: scelte politiche contigue a quelle per cui, negli ultimi 15 anni, i consultori italiani si sono ridotti di un terzo (da 3.000 a 2.000).

Dalle parole di Vittadini emerge dunque la frizione tra due visioni diverse per strategia, ma entrambe protese a erodere i diritti delle donne e, più in generale, dei cittadini di uno Stato che la costituzione proclama democratico e laico. Da una parte abbiamo ciò che Giulio Mozzi ha efficacemente definito la vigliaccheria istituzionale, fatta di inghippi burocratici e continui ostacoli gettati sulla strada di un diritto che, esistente a parole, viene combattuto nella concreta possibilità di ricevere attuazione. Dall’altra invece c’è lo scontro frontale, la strada che la Chiesa wojtyliana prima e quella ratzingeriana ora ha scelto per riaffermare a qualsiasi costo il proprio controllo sulle vite degli italiani e di cui Ferrara s’è fatto, come per altri padroni in passato, entusiasta servitore.








pubblicato da t.scarpa nella rubrica democrazia il 15 marzo 2008