Livia Candiani, “Come risolvere l’enigma/della presenza della poesia?”

a cura di Giorgio Morale



Conversazione su “Bevendo il tè con i morti”

Dai cinquant’anni il pensiero della morte mi visita ogni giorno. Ma finora ho avuto solo arrivi e partenze – giusto per tenere in sospensione il cuore. E qualche morte – ma a distanza, perché non faccia male. Tu invece hai avuto ripetute e frequenti visite della Signora.

Fin dalla prima infanzia, ho vissuto tante rotture di ritmo, non so chiamarle altrimenti. C’era il gioco, c’era la gioia straripante del corpo e della corsa e poi l’interruzione, l’urlo, la rottura. Faceva parte della vita oppure c’erano tutte e due, indissolubilmente legate. Ereditiamo le sofferenze, le rotture dei genitori e ne aggiungiamo di nuove. La morte è stata per me l’irruzione improvvisa di un altro ritmo, a casa mia si muore all’improvviso, con violenza, inaspettatamente o volutamente, è così che ho conosciuto la morte. Come quando giocando a nascondino, pensi di avercela fatta, corri verso la toppa, a liberarti, magari a liberare tutti, e all’improvviso, una mano ti tocca la spalla: "Presa!" e tutto il ritmo cambia, da velocissimo a lento, lentissimo, adagio. E il respiro si adatta. Moriamo insieme agli altri, pezzi di noi crollano con le morti che ci toccano e ne spuntano altri forse, ma certo quelli non spuntano più, sono rotti per sempre. Nell’infanzia siamo molto più simili ad alberi che ad animali, moriamo col freddo e poi ci spuntano nuove gemme, all’improvviso con un po’ di caldo. Già gli uccelli caduti dai nidi mi fermavano il respiro e i gatti morti, arrestati in una postura congelata mi sospendevano in un altro tempo, squarciavano l’aria. Il mistero superava di molto la paura o forse erano tutt’uno. E a dieci anni, la morte violenta di mio padre ha girato la mia faccia del tutto da quella parte.

"I vivi di solito non vogliono vedere i morti" si dice in un film di Tim Burton, "Beetle Juyce". In "Bevendo il tè con i morti" invece sembra di poter vedere i morti, che essi siano tra noi, e che dipenda da noi aprire gli occhi e cambiare prospettiva, farne esperienza.

Sembra che mi siano capitate spontaneamente cose che alcuni vorrebbero coltivare e altri fuggire a cento allora. I morti sono per me legati alle parole, al fatto che ho sempre visto attraverso le parole. Forse è sangue russo, sangue visionario o come dice Maria Zambrano nell’esiliato un effetto dello sradicamento è proprio la propensione alla visione. Fatto sta che quando mia madre cantava, vedevo tutto quello che nominava passare tranquillamente per il corridoio e per le stanze: c’erano rondini, spazzacamini, laghi, bambini abbandonati, lupi, orchi. E così i morti li ho sempre sentiti girare per casa e spesso visti, facevano cose normali, cose di tutti i giorni, ma come un po’ sbiadite oppure staccate dall’utilità. Non so, spolveravano l’aria, bevevano da un bicchierino vuoto oppure passavano velocissimi fuori dalla finestra e forse era solo una foglia, o polvere, ma non ho mai pensato di essermi ingannata, piuttosto pensavo che avessero preso forma di foglia o di polvere per visitarci senza farci paura. Non troppa paura.

Questa presenza quotidiana dei morti mi ricorda il culto degli antenati, in cui ai morti è attribuita una vita potenziata e una funzione benefica. Nel tuo libro però io avverto la contiguità dei morti come una presenza nuda, spogliata da qualsiasi credenza. Lo sguardo che propone il tuo libro mi sembra quasi liberatorio, un passo verso il recupero di una parte di sé, dell’interezza di sé, che una società votata all’eterna giovinezza ha rimosso.

Forse. Certo non sono legati a nessun credo religioso, anzi sono un po’ dei fuggitivi. Da bambina, mi sembrava che tutti si dimenticassero troppo presto dei morti, che si consolassero molto in fretta. Mi piaceva anche ricordare i vivi, sceglievo una faccia qualunque, magari un passante e cercavo di ricordarmelo per tutta la vita, così, come per dargli una casa. Lo facevo anche con gli oggetti, con i più brutti o con i più insignificanti, gli sorridevo, passavo in corridoio e sorridevo al muro e ero sicurissima che lo sentisse. E poi mi chiedevo dove mai potessero andare i morti se non qui, forse anche più qui di noi. Nel cielo nero? Nella terra? Forse, ma sentivo che viaggiavano. Sentivo una compagnia che forse era quella che non avevo con i vivi. Mi separava dalle bambine della mia età un pesante sacchetto pieno di sassi sulle spalle e dunque mi cercavo amici dove potevo, da dove arrivavano. Per me la domanda "dove?" è stata sempre molto più misteriosa di "perché?". Chiedevo spesso a mia madre, visto che nei suoi ricordi non apparivo quasi mai: "E dov’ero io?" e lei una volta rispose esasperata: "Nel mondo della luna eri!" e così ho avuto presto un mondo altro da questo. Che ci fossero molti mondi e molte dimensioni di realtà mi è stato sempre familiare. E mi sarebbe piaciuto legarli tutti, col filo della comunicazione, con un linguaggio. La morte poi è proprio il neutro per me, quello a cui puoi tutto attribuire, qualunque qualità, ma nessuna è certa. È nuda la morte, né malefica, né benefica, solo così com’è. Guarda nella natura, da nessuna parte, neanche nel più millimetrico pezzettino di terra puoi vedere solo vita o solo morte, sono proprio mescolate e all’inizio, quando te ne accorgi sembra la fine di un idillio, ma chissà forse l’idillio è proprio quello, quell’indissolubilità.

Nel tuo libro i morti prima appaiono come ombre inquietanti, sui fili della luce, oltre i vetri, nel dondolio di una sedia, su una nuvola; poi, quasi per una progressiva messa a fuoco, diventano presenze gentili e delicate, libere dei nostri fardelli; infine le parole sembrano dire la "vita" dei morti. Come è avvenuto in te questo? Come si è precisata la tua visione?

Eh sì, prima o poi ci familiarizziamo con noi stessi, con i nostri terrori, se no come si fa a vivere? Per lo meno ci familiarizziamo che ci siano. Ci sto provando ancora, ancora non sono in piena confidenza e intimità con i miei notturni. La notte è stata sempre per me un mondo e lì arrivavano i morti, non fantasmi, ma proprio presenze come gli umani e ce ne sono di simpatici e di antipatici, di cretini e di acuti, di gentili e di fastidiosi, i morti non sono affatto tutti uguali, se ci entri in confidenza lo sai, sono diversi anche di più di noi vivi che vogliamo assomigliarci per non sentirci soli, a loro non importa più, hanno già attraversato la frontiera, non vogliono piacere a nessuno, non gli serve più e così sono molto più originali. Nel mio cammino religioso, queste presenze non c’entrano, anzi sono un po’ sbagliate e secondo gli insegnamenti che seguo, al momento della morte la mente-cuore o costruisce un altro corpo o, se ha compiuto il suo percorso e ha imparato, si dissolve in tutte le cose, è tutte le cose. Ma i morti mi vengono a trovare lo stesso, li sento, sono sbagliati, non esistono, ma loro arrivano lo stesso, si siedono dove gli pare, fanno quello che vogliono, mi spaventano, mi sono cari, a loro non importa, sono molto indipendenti, anche da quello che credo, che voglio, anche dai libri raffinati, sono così, come gli pare a loro. E non è proprio così anche la morte? Non è come le pare a lei? E nonostante tutti i nostri corsi, addestramenti e discipline e sapienze, non è selvaggia e indomabile tanto quanto prima? L’unica è accogliere in noi che faccia parte della vita qualcosa di selvaggio, di indomabile, qualcosa che rompe il ritmo, della consuetudine, che squarcia l’aria. C’è una poesia del poeta giapponese Issa, dice:

In tutto il mondo

il sorriso che ci dà il benvenuto

è anche un addio.

E certo ricordi Mandelstam in Tristia :

Nel piangere notturno a testa nuda,

ho imparato la scienza degli addii

A noi la scienza degli addii, e nemmeno l’arte e nemmeno il cenno, non ce l’insegna più nessuno. Certo, dove ogni amico era un possibile delatore, la impari di sicuro quella scienza, ma bisogna davvero aspettare tanto pericolo per impararla? Io l’ho imparata, forse non la scienza, ma la ricetta sì. So dire addio, so spezzarmi e andare via. Fa male, non dico di no, fa un male tremendo, ma va imparata. Tanto l’addio c’è in ogni caso e se non lo impari tu la vita te lo impone e ci fai i conti comunque. E quello che lo vive l’addio è il corpo, è dal corpo che l’altro si strappa, dai sensi. Non essere più visibili né toccabili né ascoltabili, non darci più prove eppure volere il contatto, perché lo sento che ai morti dispiace smettere di comunicare o vederci credere che l’abbiano fatto e vedere che non ci sogniamo nemmeno di imparare un nuovo linguaggio, o forse vecchissimo, imparare a sentire, nel senso di avvertire e fremere. Noi non impariamo mai le lingue, lingue per animali, per morti, per pazzi, lingue per alberi, per sofferenti, per bambini, per disperati, per pietre, per elementi, mare, pioggia, terremoti. Sappiamo quasi tutti l’inglese ormai, ma non sappiamo parlare tra di noi. È incredibile per me, quando si perde qualcuno, come quasi nessuno sappia parlare con noi. Non sanno più cosa dire, e infatti bisogna smettere di dire, tremare insieme, stare, stare lì.
In India dove ho vissuto per un po’, quando ti succede, quando ti muore qualcuno, vengono a trovarti, le donne soprattutto, e siedono con te, ti circondano le spalle con un braccio, scuotono un po’ la testa, sussurrano: "Mmm, nnn, ntc, ntc…" sai quei piccoli versi per dire "Eh, non doveva andare così, ma è così che va…" e ti fanno il tè o ti mettono uno scialle sui piedi. A nessuno verrebbe mai in mente di toglierti il dolore, ma solo di ascoltarlo, sentirlo insieme, la gradazione è diversa certo, diversa l’immersione nello stesso mare di pena, ma il mare è lo stesso. Nel buddhismo c’è un bodhisattva, un essere che rinuncia alla sua personale liberazione e dedica ogni sua vita alla liberazione, alla fine della sofferenza, degli altri esseri, che si chiama Avalokiteshvara e significa Colui che ascolta le urla del mondo. Non colui che lo salva il mondo, ma colui che lo ascolta urlare. Perché non si può far smettere nessuno di urlare e perché salvarsi è opera personale e personale risveglio, ma si può mettersi in ascolto, mettersi al fianco. O di fronte, certe volte. Stare con i morti equivale a non dividere i mondi, a stare in mezzo. Non è la vita che deve stare in mezzo, una vita via di mezzo, che non faccia male a nessuno, un po’ tiepidina o beigeolina, no siamo noi che dobbiamo starci in mezzo alla vita e alla morte e lasciarci scuotere e vacillare, un po’ di qua e un po’ di là, equilibri precari, per me è questo stare in mezzo. Allora, si aprono i miracoli del noto, i miracoli del balcone, minuzie, che ti salvano la vita, alfabeti minuscoli e sottovoce. Ma intensi e così poco complicati. Un riposo dal linguaggio che spesso o è banale o è complicato.
Una decina d’anni fa, ho perso un amico, di cancro, la malattia lo massacrava. Lo osservavo morire, senza spiarlo, stavo con lui e tenevo gli occhi aperti su cosa succedeva, con tanta paura e dolore. Una volta sono uscita dall’ospedale per mangiare qualcosa e di colpo ho visto che era Pasqua e il bar era tutto pieno di uova di Pasqua chiassosissime, di un’allegria che mi ha offeso. E allora mi sono fermata e mi sono parlata, insegnata: "Eh no Chandra, così non va. Non dividere i mondi. I tuoi maestri ti hanno insegnato a vedere ovunque l’impermanenza, a vedere la morte anche nel cioccolato, ma ora è il tempo di vedere il cioccolato ovunque, anche nella morte." E così mi sono un po’ sorrisa, ho mangiata una cosa buona, ho goduto la vita in faccia alla morte, senza sfida. È solo che non puoi prendere posizione, vivere da una parte sola. C’è anche il cioccolato.

Parafrasando i versi di Tagore, "Nessuno sa di dove viene il sonno/che aleggia sugli occhi dei bambini?", mi verrebbe da domandare "Nessuno sa di dove vengono le visioni/che aleggiano nelle pagine dei poeti?".

È vero sì, e anche mi piace che tu le assomigli ai sogni e che aleggino e che si posino sugli occhi. C’è un libro meraviglioso di Erri De Luca, "Tu, mio", dove a poco a poco per amore del mistero che sente in una ragazza, (e quale amore non è sentire il mistero di qualcuno?), va beh, per amore di quello, un ragazzino si fa vuoto, si fa ponte di un altro, di un morto che da lei non si è separato e che cerca strumenti per manifestarsi e trova in quel ragazzino che ama in modo abbastanza delicato e vuoto da farsi luogo, spazio disponibile a un altro, trova il corpo per i suoi cenni alla figlia che l’ha perduto. E quel ragazzino sa dire addio. Sa farsi da parte. È un amore tremendo quello che ci insegna a farci da parte, a fare da sfondo. L’ho imparato molto presto. Mia madre ha perso il suo amatissimo padre lo stesso anno che sono nata io. E ho imparato molto presto a sentirmi ingombrante e sciocca rispetto a quella assenza-presenza adulta, nobile, discreta. Vedevo mia madre fissare non il vuoto, ma un orizzonte lontano e lo avvertivo che era in comunione con qualcuno, che si parlavano. Io potevo al massimo cinguettare, chissà che futilità per lei. E così l’amore era farsi da parte, lasciarli comunicare tra loro, non pretendere di farla tornare qui, al vuoto di lui.
I morti sono molto più vicini dei vivi, solo che non stiamo quasi mai soli, da soli, e allora ci trovano sempre impegnati a rassicurarci a vicenda che siamo stupidi, che non vediamo niente, che la morte forse ci mancherà visto che noi manchiamo lei, e i morti, timidi e perplessi, se ne vanno. È l’abitudine all’amore, a non farne chissà che, che rende possibile e vivibile la compagnia con i morti. Si siedono con te, ti entrano nella tazza del tè, accendono le luci, russano ma col suono di un violino ascoltato in un pezzo musicale dell’infanzia, fanno spuntare foglie di un tipo su piante di un altro, fanno cenni discreti, come i neonati. Ma è come per la lettura dei libri, se non stai solo, non leggi niente, neanche le presenze. E la poesia non è un po’ lo stesso? Ricevere visite, fare spazio alla visione? Io credo di sì, credo che sia un lavoro a togliere, a togliersi di mezzo e anche dedizione, dedicarsi a un cammino.
Il tè di cui si parla in questo libro io lo bevevo con i vivi, al ritorno dopo anni di intensa esperienza in India. Le persone venivano a trovarmi e si parlava sempre di una vita altrove, qualcosa che era successo da qualche altra parte, meglio o peggio, non importa, ma altrove, altre persone, altri luoghi, insomma non ci parlavamo mai. E mi sono accorta che a farmi compagnia erano i libri e spesso erano libri di morti e a poco a poco, mi sono sentita meno sola con gli invisibili che con quelli che arrivavano in carne e ossa ma non abitavano il momento con me. È nata così quella processione e poi alcune morti, soprattutto quella di mia madre, hanno scritto il resto. "Madre eretica", l’ultima parte del libro, è tutta su mia madre, una madre molto poco convenzionale, folle. E qui mi fermo perché anche la follia, sai, è un mondo, anche con lei bisognerebbe bere il tè e imparare la sua lingua. Ma siamo dei poveracci. Non abbiamo tempo. Diciamo spesso così. E intanto la vita se ne va ed era l’unico modo che avevamo per familiarizzarci con la morte.








pubblicato da g.fuschini nella rubrica poesia il 10 marzo 2008