Anni Settanta

Teo Lorini



Il clima di contrapposizione, che ancora oggi intorbida storia e politica italiana, impone purtroppo che le impressioni di lettura su Anni Settanta siano precedute da una premessa, per liberare il campo da una questione che ha rischiato di catalizzare ogni discussione sul libro. Si parla infatti d’un decennio racchiuso fra due stragi, non ancora chiarite: la bomba del 12 dicembre 1969 a piazza Fontana (17 morti, 88 feriti) e quella della stazione di Bologna del 2 agosto 1980 (85 morti, più di 200 feriti), d’un Paese che fra le democrazie occidentali detiene il "record di stragi impunite". L’evento centrale di questa lunga teoria di fatti sanguinosi è l’affaire che si sviluppò con il rapimento e l’omicidio di Aldo Moro, presidente della DC, ma anche padre dell’autore di questo libro.
Così, nonostante la riservatezza e la discrezione di Giovanni Moro che -gli va ampiamente riconosciuto- ha svolto il proprio cammino in silenzio, senza scegliere la "professione della vittima", nonostante la scelta di evitare le celebrazioni per il trentennale del sequestro (il volume è nelle librerie dall’ottobre 2007), il clamore e talvolta la canea giornalistica s’è concentrata sulle poche pagine che Anni Settanta dedica al caso Moro, nelle quali si dicono peraltro alcune precise cose, difficili da annegare nei sofismi. Una considerazione in particolare ha raccolto ampia risonanza: in uno Stato normale il ministro degli Interni che di fronte al sequestro di un politico tanto importante avesse gestito la situazione in modo così evidentemente disastroso, avrebbe chiuso all’istante la sua carriera politica; in Italia costui è diventato addirittura presidente della Repubblica. È una riflessione del tutto condivisibile e che anzi dice molto del carattere italiano e, se pure può fare indispettire Cossiga (il cui nome nel libro è elegantemente omesso), è ben difficile trovare argomenti per confutarla. Altrettanto vale per le poche righe dedicate alle responsabilità di Andreotti e per le pagine che esaminano gli opposti schieramenti a confronto sul caso Moro come due facce della stessa, distorta medaglia: da una parte i dietrologi per i quali nulla è vero e ogni fatto cela qualcosa d’altro, dall’altra coloro che Giovanni Moro chiama «revisionisti» per cui nulla più è da chiarire e valgono meno le risultanze oggettive della testimonianza di un terrorista (cade qui in taglio il bel libro di Sergio Flamigni, La sfinge delle brigate rosse, sulla figura di Mario Moretti). Ciò detto, va ribadito che queste riflessioni costituiscono solo una parte, e non la più cospicua del volume. Con le sue analisi pacate e la sua limpida prosa Anni Settanta si occupa di quella che Stefano Tassinari chiama la "memoria non condivisa" d’un decennio in cui la violenza più cieca si accompagnò alle riforme più significative: welfare, diritti civili, politici e dei lavoratori, fino a svolte decisive nell’iter di formazione dell’UE.
Moro da una parte smonta la vulgata della "guerra civile a bassa intensità", mera prosecuzione di tensioni che la fine del conflitto mondiale non aveva risolto. Dall’altra mette in risalto come il decennio dei Settanta abbia visto collidere due crisi contigue. La prima, più nota, è quella di sistema in cui "confluiva il tradizionale scontro di classe che aveva attraversato tutto il Novecento". In Italia la tensione fra le istanze socialiste e quelle democratico/liberali giunse al culmine, catalizzata anche da una anomalia strutturale. È inevitabile infatti che, laddove un partito governi ininterrottamente per tre decenni, senza un organico ricambio, retto a un certo punto più sulla conventio ad excludendum verso quel particolare tipo di comunismo che fu il PCI, che non sulla validità di progetti e visione politica, esso sviluppi "stagnazione, malgoverno" e soprattutto corruzione in una percentuale enormemente superiore a quella minima e quasi connaturata a ogni democrazia. La posta in gioco del decennio, Moro lo dice con chiarezza, fu il tentativo di creare i presupposti per una moderna logica dell’alternanza, che purtroppo poté realizzarsi solo dopo il 1989, in grave ritardo e nelle forme incerte e difettose che tutti conosciamo.
Il secondo conflitto esaminato da Moro, certo meno noto e analizzato, è quello "di cittadinanza", dell’esperienza quotidiana tradotta in valore politico, di una richiesta di partecipazione che, ancora oggi e nonostante le strategie di distrazione di massa elaborate nel frattempo, trova sfogo in modalità e manifestazioni tanto generose quanto disordinate. È a questo secondo conflitto, all’incapacità da parte del sistema dei partiti di prenderne atto e di ripensarsi in tale mutato contesto che Moro fa risalire l’equivoco, oggi così diffuso e invocato (quasi sempre a sproposito), sulla cosiddetta "antipolitica". E da qui suggerisce di ripartire per superare, se ancora è possibile, le "patologie del ricordo"; di iniziare a discutere superando i tanti dualismi (destra/sinistra, progresso/reazione, partiti/cittadini e si potrebbe continuare) che sono pietre d’inciampo sul cammino di una tardiva, ma sempre necessaria, riappropriazione di un periodo cruciale della storia d’Italia "con tutte le sue speranze e le sue tempeste".

Giovanni Moro, Anni Settanta, Einaudi, pp. 152, euro 9.

Pubblicato su «Pulp Libri» (n. 71).








pubblicato da t.lorini nella rubrica libri il 4 marzo 2008