Quattro poesie

Azzurra D’Agostino



Piano secondo. Cronicario

Li hanno messi uno accanto all’altro
a filo delle pareti di modo
che non si notino tanto.
E io entro in questa stanza
un anfiteatro di corpi come foglie
ai piedi dell’albero.
Gli stracci i bavagli
l’odore di malattia
di cose da pulire,
da cui distogliere gli occhi.
Mi chiedo se è questo, lo scandalo,
il premere fuori ogni disarmo,
e oltre le lenti spesse e sporche da ritardati
fare mostra degli occhi e guardare
dritta la mia faccia come a dire:
eccomi, è tutto qui.

Lutto

E adès a’i ho da vudèr l’armèri
e trovv tòott ’sti zavaj che a’ie vlù ’na vida
a meter insemm e me in dù dé li ho bèli totti cuntà.
Ciapp in mèn al tù partfoj
comm’ al farj un lédér.
Chi san, mé, pàr savér
cos’al và tgnù e cos’al và cazè vj
me vurj sulamant il mì pòst ma
po a’ pens: i mj zavaj an’son brisa méj d’i too
ma a’m vool de pòst e ciàp un sàc
e ’i caz denter incossa
i vestè par i puvràtt i quaderen con i cont
che tànt jen bèli scadù da un pez
e ogni queel c’a togg in meen
t’i è tè, e zig
parchè me an’te vurj mia cazer int’al rusc
comm’un boton zanza la gabena
che anc’al sèrt al s’è scurdà ed chi l’è.

E adesso devo svuotare l’armadio/ e trovo tutte queste cianfrusaglie che c’ è voluta una vita/ a mettere insieme e io in due giorni le ho già tutte contate./ Prendo in mano il tuo portafoglio/ come farebbe un ladro./ Chi sono, io , per sapere/ che cosa va tenuto e cosa va buttato via/ io vorrei solamente il mio posto ma/ poi penso: le mie cianfrusaglie non sono meglio delle tue/ ma mi serve del posto e prendo un sacco/ e ci butto dentro tutto/ i vestiti da dare ai poveri i quaderni con i conti/ che tanto sono già scaduti da un pezzo/ e ogni cosa che prendo in mano/ sei tu, e piango/ perché non ti voglio buttare via/ come un bottone senza il cappotto/ che anche il sarto si è scordato di chi è.

poiesis significa fare

a Pierluigi Cappello

io scrivo sempre
curva, con
quel raccoglimento
da pioggia fuori
affratellata dai miei fogli sui ginocchi
a tutti quelli di prima e di poi
che da altre sponde
sui fogli si sono chinati.
siamo stati chiamati
mi ha detto una volta qualcuno
dal zufolare lento delle cose
da quel comporsi dell’aria
dal farsi giardino degli occhi.
ma si è tanto soli, ho pensato
mentre il lume
mi costruiva l’ombra in silenzio
e intorno tutto moriva
si riduceva a ciarpame.
volevo solo ridestarmi
ed essere altro, un qualcosa
di immediato da cogliere
in un solo sguardo
senza feritorie all’altro mondo.
ma non è vero, sai?
io qui resisto, noi tutti
resistiamo, un cordone di
poveri ciechi, quasi buffi a vedersi
in questo umido di acqua ai fianchi
che è la terra, una trincea
dove unico bagliore
è l’argento della catenatura.
ma c’è luce, c’è aria, c’è l’umido
delle bocche, c’è piangere bene,
c’è bambino, c’è parola, c’è
che c’è tutto nuovo, ogni volta.

Da: Con Ordine, Ed. Lietocolle, 2005

Inverno

Me ne stavo in casa, leggevo un libro
mentre fuori sgelava mano a mano che si chiariva
il giorno: è dicembre, è vero, ma il sole
verso mezzogiorno scalda anche questo
prato tutto chiuso nella brina e accompagna
pure i passeri i gatti a cercare cibo
e anche noi, che non siamo mai soli
anche se lo crediamo vero se pensiamo
che il cuore sia un posto fondo sconosciuto
dove le faccende si intorbidano e tutto
si fa faticoso senza qualcuno che sia buono
con noi. Forse in questa mezza mattina di un
inverno dei tanti è più facile pensare
che milioni di coleotteri si apprestano al volo
che cavallette si preparano ai salti verso nuove
erbe che da qualche parte sono pronte
per spuntare. Tutto è già qui, tutto quel che vedo
è già altro, qualcosa che mi sopravviverà
con noncurante allegria, in un balzo di anni
che il mio sguardo insaziato riesce appena
appena a immaginare. E anche le premure
mancate gli appuntamenti importanti tutto quanto
si crede che faccia una vita sarà poco più
di un brivido sulla punta degli alberi. È bello
intuire e non sapere è bello in questa crosta
ghiacciata di terra sentirsi legati, dipendere dagli
altri, avere bisogno di cenni, sogni, memorie, abbracci
che scaldino dal freddo, che pretendano da noi.

(inedita)

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Azzurra D’Agostino è nata nel 1977 a Porretta Terme (Bo). Ha pubblicato poesie su varie antologie tra cui "Voci di poesia" (Pendragon, 1997). Nel 2003 ha pubblicato "D’in nci’un là" (I quaderni del Battello ebbro); nel 2005 Con ordine, Lietocolle. Scrive per la rivista "daemon-libri e culture artistiche" e per il teatro.








pubblicato da s.nelli nella rubrica poesia il 1 marzo 2008