Renzo e Luciana

Giulia Cavaliere



ll primo episodio di Boccaccio ’70, diretto da Mario Monicelli, fu escluso da giuria e addetti ai lavori dalla proiezione inaugurale dell’edizione del 1963 del Festival di Cannes. Un vero peccato, considerando che l’immaginario relativo a questa straordinaria pellicola in quattro atti ne è stato privato a lungo e tuttora “Renzo e Luciana” sfugge ai più, soppiantato nel ricordo dalla maestosità della Ekberg gigantessa che invita al latte/eros che fa bene da quel cartellone pubblicitario che tanto turbava il Dottor Antonio (Peppino De Filippo) nell’episodio del Federico nazionale.

Senza nulla togliere al racconto di Fellini, il disegno che Monicelli fa, coadiuvato da una equipe di sceneggiatori di elevatissima caratura, merita senz’altro una menzione speciale all’interno del film e della stessa vicenda cinematografica di Monicelli, se non altro - e c’è molto altro - per la contemporaneità della vicenda narrata, una lievissima epopea manzoniana dai numerosi risvolti tristemente contemporanei.

Siamo nella Milano del Boom economico, nel picco della rinascita economico-culturale del secondo dopoguerra, le fabbriche incalzano il lavoro impedendo da contratto alle dipendenti di prendere marito e mettere al mondo prole, così da non rallentare il ciclo produttivo. L’amore, tuttavia, non si ferma e Luciana, dattilografa, si innamora del facchino dipendente della sua stessa fabbrica, di certo sprovvisto della Milletrè, ma dotato di una bellezza e di una dolcezza proletarie dalle fattezze nobili, burbere ma affettuose e di gran gusto agli occhi di Luciana. Lei, d’altronde, è uno scricciolo: piccola, mora ed elegante coi suoi occhi grandi sempre lucidi e una concretezza e una progettualità che fanno da contraltare perfetto ai sogni romantici di ogni giovane donna.

Costretta a indossare la fede di nascosto dopo essersi sposata in fretta e furia - prima di tornare agli straordinari - sulle note di un jukebox che diffonde la marcia nuziale, Luciana non rinuncia al sogno d’amore, quello che vive col suo nuovo marito dall’aria triste, lui, che dopo aver frequentato le serali senza mai mancare le lezioni, diventerà finalmente ragioniere e sarà pronto a mettere su casa con lei e portarla in luna di miele solo quando ci saranno le ferie. Dall’altra parte, nella realtà che non sogna, c’è un capo, il padrone, che si trascina nel palazzotto della vita con la mollezza di Don Abbondio e la crudeltà sadica di Don Rodrigo: corteggia Luciana, la insegue con voce gracchiante e pancia ben in vista, tra i ventri ancora denutriti e non ancora palestrati del Dopoguerra, corpi ammassati in calca la domenica sul cemento ai bordi delle piscine azzurre del Lido di Milano.
Dopo l’ennesima sfuriata del suo superiore Luciana, donna abituata a tenere sempre i propri piedi per terra, compie il gesto apparentemente più avventato, si licenzia, e lo fa immediatamente dopo Renzo, lasciato a casa poco prima. La ragazza ha calcolato tutto: con due liquidazioni, mettere su casa è più facile che con due miseri stipendi e un capo che ti vuole al suo servizio, mai madre, mai moglie (di un altro).

La casa nuova è in periferia, tra le luci dei distributori e gli incroci dei cavalcavia delle tangenziali, lei trova un lavoro per il giorno e lui finisce a fare il guardiano notturno, si incontrano la mattina, quando Luciana si alza e con lei si alzano le tapparelle della stanza da letto la cui finestra grande da su un altissimo palazzo figlio dell’edilizia popolare degli anni ’50; poco dopo Renzo rientra, si lava, tenta un approccio erotico che fallisce e le prepara il caffè. Lei va al lavoro, lui riabbassa le tapparelle e si mette a dormire nel lato più caldo del matrimoniale, quello che la moglie gli ha appena lasciato libero. Non si incontrano quasi mai ma sanno di essere soli, finalmente vicini, di non dover più sopportare i genitori che urlano, che leggono l’Avanti bofonchiando senza lasciargli mai alcuna intimità.

Tra le note di Nico Fidenco e quelle della Ballata del Cerutti, scorre sulla pellicola la Milano delle masse proletarie/piccolo borghesi del Secondo Dopoguerra. Luci che si accendono di prima mattina, una fotografia curatissima e dialoghi essenziali, secchi e asciutti, perfetti, merito di Calvino, Arpino e la sempre eccellente Cecchi D’Amico. Nessun attore professionista, Don Rodrigo escluso, recita in questa pellicola straordinaria.








pubblicato da s.baratto nella rubrica cinema il 21 ottobre 2013