Il viaggiatore ignoto di Luigi Socci

Tiziano Scarpa



Tre mesi fa, a metà luglio, ho ricevuto per posta il libro di poesie di Luigi Socci, Il rovescio del dolore. È la sua prima raccolta complessiva, dopo un piccolo libro e alcune partecipazioni a antologie collettive. Il rovescio del dolore era sì già stampato in luglio, ma la pubblicazione effettiva, cioè la distribuzione e l’uscita in libreria, è di questi giorni.

Perciò ho avuto modo di tenerlo con me, per tre mesi, leggendolo e rileggendolo. Per darne un assaggio sul Primo Amore, ho chiesto all’autore se mi dava il permesso di proporne in rete qualche testo. Già che c’ero, gli ho domandato se aveva una poesia a cui teneva in particolare, che gli faceva piacere che mettessi qui. Ha scelto questa:

Il viaggiatore ignoto

Accappatoi fregati negli alberghi
saponi con i peli appiccicati
sfoghi d’acne da treno:
segni inequivocabili di viaggio
più o meno.

L’avviso ai naviganti era criptato.
Era evidente il posto era sbagliato.

Scelte per punto fermo
come riferimento
stelle cadenti e vento.

Era evidente il posto era sbagliato
col cane che non solo
non riconosce ma persino
staccare dal polpaccio è complicato.

Era evidente
il posto era sbagliato:
tizi mai visti
spazi ridotti, pieni di rischi.
non ho amici
con divani come questi

Come in una morale
senza l’ombra di fiaba
era evidente io stesso ero sbagliato,
andato a finire
e tornato.


Benissimo, Luigi – ho pensato – allora la rileggerò un’altra volta, con attenzione ancora più accurata.

Mi aveva anche domandato se, per comodità, volevo che mi mandasse un file con il testo. Ho risposto di no, perché quando le metto in rete, le poesie preferisco copiarle da cima a fondo. Mi piace fare questo esercizio, di riattraversamento, di lettura interna, cunicolare, attraverso la digitazione, lettera per lettera.

Si notano più cose. Per esempio, il ritornello di questa poesia. Sì, perché questa poesia ha un ritornello, come le canzoni. E il dispositivo-ritornello, nelle canzoni, crea un coro, una comunità: anche ascoltando per la prima volta una canzone, al secondo o terzo riaffacciarsi del ritornello l’abbiamo già imparato a memoria, siamo in grado di canticchiarlo, mentalmente o a voce, e quindi l’artista, il cantante, la band, grazie al ritornello riesce a creare un coro, ideale o reale (ai concerti), il che significa che, scegliendo la forma-canzone, l’artista ha predisposto un’opera accogliente e capziosa, che cerca comunanza, pluralità, unisono, compartecipazione collettiva: è un’opera che soffre di solitudine, e che chiede compagnia.

Era evidente il posto era sbagliato

è il ritornello di questa poesia. Riscrivendolo, ridigitandolo, non si può non notare che manca di punteggiatura. Quindi si può intendere in modo ambivalente, anzi, trivalente. (Si poteva scrivere “era evidente, il posto, era sbagliato”, oppure “era evidente, il posto era sbagliato”). Vale triplo perché, così com’è, si può capire che “il posto era evidente”, e anche “il posto era sbagliato”, oltre che il più ovvio “era evidente che il posto era sbagliato”. Ma per ora metto da parte questa annotazione, la riprenderò dopo.

Questa poesia soffre di solitudine, e un altro indizio di questa solitudine è che racconta una storia, con il minimo di parole possibili, ma pur sempre una storia. E una storia innesca una curiosità, aggancia l’ascoltatore che vuole sapere “come va a finire”. (Anche questa annotazione la metto da parte).

Accappatoi fregati negli alberghi
saponi con i peli appiccicati
sfoghi d’acne da treno:
segni inequivocabili di viaggio
più o meno.

All’inizio, c’è qualcuno che si accorge di avere viaggiato dal fatto che gli sono rimasti addosso degli oggetti e dei sintomi: è come se avesse viaggiato senza saperlo, da sonnambulo, rubando accappatoi involontariamente, mettendo nel beauty saponi usati, guardandosi allo specchio e notando irritazioni alla pelle che evidentemente gli capitano a contatto con i batteri che bivaccano sui sedili dei treni. Ma noi lo sapevamo che si trattava di un viaggio, perché ce l’aveva detto il titolo. Noi ne sappiamo fin da subito più di lui. Dunque, la storia che sta raccontando è, per la precisione, il tentativo di capire, di ricordarsi che storia ha vissuto, che viaggio ha fatto.

Che cos’era? Una missione? Una gita? Un viaggio d’affari? Un appuntamento?

L’avviso ai naviganti era criptato.
Era evidente il posto era sbagliato.

L’avviso ai naviganti, che è un’informazione pubblica, disponibile a tutti, questa volta, per lui, era inaccessibile. Si è accorto che ha sbagliato posto. Il posto era evidente, ed era anche sbagliato. Era sbagliato per troppa evidenza. Era evidente per troppo sbaglio.

La troppa evidenza del posto è il suo errore? Il suo essere così scontato lo rende invisibile? Trasforma la vita in sonno, la vigilanza in sonnambulismo? È qualcuno che viaggia troppo e non si accorge nemmeno più di farlo? Che torna a casa come dopo essere stato in trance, una trance routinaria, senza alcuna eccezionalità?

Scelte per punto fermo
come riferimento
stelle cadenti e vento.

Il viaggiatore è qualcuno che non aveva indicazioni ufficiali, e si è affidato a punti di riferimento inaffidabili. C’è un’autoaccusa (come si fa a pretendere di orientarsi, con simili punti di riferimento?), ma anche un po’ di orgoglio, ostentazione di originalità (è suggestivo, è anticonformista decidere la strada in base al vento e alle stelle cadenti). Ha scelto un punto fermo, come se fosse una punteggiatura. Ha individuato una scrittura nella mobilità. Stelle che cadono, vento: sono la smentita dell’illusione di stabilità. Sono i segni che la terra è avvolta in una garza atmosferica inquieta, e che il pianeta incontra proiettili cosmici, perché è anch’esso un proiettile che cade nel cosmo.

Era evidente il posto era sbagliato
col cane che non solo
non riconosce ma persino
staccare dal polpaccio è complicato.

Eppure, questa routine non doveva essere così soporifera, perché qualcosa di notevole è accaduto. Il viaggiatore è stato morso da un cane. Il cane non l’ha riconosciuto. Ed è stato difficile farlo smettere di mordere la sua gamba. L’incidente è menzionato con asciuttezza, senza vittimismo, con un understatement e un’impassibilità alla Buster Keaton, alla Jacques Tati. Ed è menzionato al presente. Come se il cane non avesse ancora smesso di mordere, e non fosse stato ancora staccato dal polpaccio. Come se non avesse ancora smesso di non provocare dolore, data l’impassibilità con cui lo si descrive.

Di chi era, quel cane? Di una persona cara? Di un amico? Di una donna amata? Di un datore di lavoro?

Era evidente
il posto era sbagliato:
tizi mai visti
spazi ridotti, pieni di rischi.
non ho amici
con divani come questi

Il terzo ritornello non è più “trivalente”, propone una interpretazione normalizzata della frase, perché va a capo quasi surrogando una virgola: “Era evidente / il posto era sbagliato”. E perché? Arriva un’altra risposta. Dunque questo ritornello non è come quello delle canzoni, che è scontornato e isolato dalle strofe. Questo è costretto ogni volta a stare insieme a frasi diverse, a pezzi di strofe. È un ritornello incrostato di strofa.

Questa volta c’è stata forse una festa, una cena, o una riunione di lavoro in un ambiente informale, perché si parla di divani, dunque salotti, posti dove si potrebbe stare comodi, che però non corrispondono allo stile d’arredamento dei suoi amici. Il viaggiatore si è ritrovato in un posto che si aspettava amichevole, e invece è stato aggredito da un cane, ha rischiato di farsi altro male in ambienti disagevoli, in mezzo a degli sconosciuti.

(e, per esempio, capita che ricopiando a mano, ci si accorge che il “non” di “non ho amici” è minuscolo, anche se sta dopo un punto, e allora si chiede a Luigi, per sincerarsi che non sia un refuso; e lui risponde di no, nessun refuso, è proprio così. Allora che cosa significa quella frase senza maiuscola? Fa sequenza con quella precedente, ma si rende autonoma. Non obbedisce alla legge della successione sintattica scritta, che pretende maiuscole dopo i punti fermi. È l’unica frase che fa eccezione in questa poesia, perché le altre, dopo un punto fermo, iniziano regolarmente con le maiuscole. Quindi è una frase che non obbedisce alla legge dello scritto. Non è completamente scritta. Aspetta, aspetta… Mi sono accorto solo adesso, grazie a questo inghippo della minuscola, che dice “divani come questi” Non dice “quelli”, ma “questi”, come se fosse ancora lì, vicino ai divani. Allora la frase potrebbe essere la rappresentazione di un pensiero? E i pensieri non sono scritti. Non hanno maiuscole. Il viaggiatore si sta ricordando che cosa ha pensato in quella situazione. Non ricorda solo gli avvenimenti, con distacco, come il morso di un cane menzionato senza pathos. Sta recuperando le sensazioni che ha provato, la consapevolezza di essersi trovato in un ambiente ostile. E usa ancora come riferimento, come punti fermi, tutto ciò che non è fisso, il contrario del punto fermo: le stelle cadenti, il vento, i pensieri che non sono in sequenza, sono un flusso senza punteggiatura né maiuscole, frammenti, scaglie)

Come in una morale
senza l’ombra di fiaba
era evidente io stesso ero sbagliato,
andato a finire
e tornato.

Non ha raccontato la sua storia apertamente. Non la conosce bene neanche lui. Però sa che è andato in un posto sbagliato, di un viaggio che ha cercato di dimenticare. Più che raccontare questa storia, può ricavarne una morale: ma che morale è, se su questa non si proietta l’ombra di una fiaba? Bisogna considerare molto intensamente quest’ombra: la morale di ogni fiaba non è mai illuminata, luminosa, evidente: è sempre offuscata dall’ombra della storia dalla quale è stata ricavata. È la fiaba che produce la morale. La fiaba rende possibile la morale ma, allo stesso tempo, rende impossibile che la morale sia autonoma e, continuando a gettare ombra su di essa, le impedisce di farsi regola universale, norma, legge.

Che viaggio è stato? Gli ultimi versi vanno presi alla lettera, perché prendono alla lettera il linguaggio, si mettono in ascolto della lingua italiana e la attuano.

L’espressione “andare a finire” viene radicalizzata. Diventa un equivalente di “andare a Roma”, “andare a pesca”, “andare a nozze”, “andare a quel paese” (per non dire peggio): condivide la stessa struttura sintattica di queste espressioni, anche se significa tutt’altro. Andare a finire non è un vero moto a luogo: come tutti i parlanti della lingua italiana sanno, significa semplicemente il modo di terminare di un genere di discorso specifico, il discorso narrativo.

Solo le storie vanno a finire. Le persone no: le persone fanno una fine (bella o brutta che sia). Il viaggiatore, dopo essersi reso conto di avere fatto un viaggio, scopre che il posto in cui è stato era lui: il ritornello, “era evidente il posto era sbagliato” viene sostituito da “era evidente io stesso ero sbagliato”. È andato “a finire”. È andato a “io stesso”. Un posto pieno di sconosciuti, dove si viene presi a morsi dalle creature domestiche, si sta a disagio in un ambiente ostile.

Non ha vissuto una storia, ma una morale senza fiaba. È lui che è andato a finire, la storia è lui, anzi, lui è la morale senza fiaba, ed è una morale sbagliata, anche se è una morale evidente, perché la sua evidenza non è ricoperta dall’ombra della sua storia. E “io stesso” non è nemmeno un posto dove si resta, dopo esserci andati a finire. Il viaggiatore è tornato indietro da “io stesso”, e questa poesia è l’unico posto, evidente e sbagliato, fatto di ritornelli e strofe, bisogno di coro e stanze solitarie, dove riesce per il momento a stare.


Luigi Socci, Il rovescio del dolore, Italic Pequod, p. 143, € 10.








pubblicato da t.scarpa nella rubrica poesia il 21 ottobre 2013