Leopardi.

Tiziano Scarpa



Appena arrivato a Napoli, Giacomo Leopardi parla di "indole amabile e benevola degli abitanti". Un anno dopo: "non posso più sopportare questo paese semibarbaro e semiaffricano, nel quale io vivo in un perfettissimo isolamento da tutti". Dopo altri due mesi: "il bisogno che ho di fuggire da questi Lazzaroni e Pulcinelli nobili e plebei, tutti ladri e b. f. degnissimi di spagnuoli e di forche". Nell’ultima lettera, diciotto giorni prima della morte, parla di "marioleria universale" della città. Il posto perfetto per essere sepolti, in conflitto con il mondo anche da morti. La sua tomba è sorprendentemente bella. Un obelisco tronco, o un’alta ara. Dietro, due colossali cavità nel tufo, una dentro l’altra: l’inizio di un tunnel cieco, una soglia che non c’è. Si sente vibrare la dignità di quel vuoto. Bello anche che sia a due passi dal (falso) sepolcro di Virgilio. Il più onorato poeta di Stato accanto al più misconosciuto in vita e meno assimilabile da qualunque retorica celebrativa.








pubblicato da t.scarpa nella rubrica dal vivo il 26 febbraio 2008