I dispiaceri del vero poliziotto. Roberto Bolano

Silvio Bernelli



Alla fine, dopo tanta attesa, ecco I dispiaceri del vero poliziotto, il nuovo romanzo postumo di Roberto Bolaño. Per sgombrare il campo dal sospetto che la pubblicazione nasca per fare cassa con l’autore del capolavoro 2666, il libro che esce adesso per Adelphi nella traduzione di Ilide Carmignani (pp. 304,19€) è corredato da un’accurata ricostruzione filologica. Secondo gli esperti, l’edizione di I dispiaceri del vero poliziotto rispetta al 100% il manoscritto dello scrittore cileno, lavorato fino alle soglie dell’editing definitivo nel 2003, anno della morte. Resta comunque il mistero su un testo che, come dichiarato dallo stesso Bolaño, avrebbe dovuto far parte di un romanzo assai più complesso, una sorta di libro gemello di 2666. Proprio alcuni protagonisti di quel romanzo-fiume sono al centro di I dispiaceri del vero poliziotto, e più di tutti il triste professore di letteratura Oscar Amalfitano.
Un personaggio che però non ha tutte le caratteristiche di quello raccontato in 2666. Ad esempio, ha una moglie diversa, ma la stessa figlia Rosa; quella che in 2666 fuggì in compagnia del giornalista americano Fate. Un episodio citato anche all’interno di questo libro. Il complesso rimando tra i due testi, che assomiglia al desiderio dell’autore di sparigliare e confondere le poche certezze del paziente lettore di 2666, continua con lo scrittore “fantasma” Arcimboldi. Nei Dispiaceri del vero poliziotto si merita una lunga parte centrale che sembra uno stralcio imperfetto, uno scarto di 2666. Impossibile riassumere la trama di I dispiaceri del vero poliziotto, un libro nel quale di fatto non viene raccontato altro che la senile omosessualità di Amalfitano, che suscita l’interesse della pericolosa polizia messicana di Santa Teresa. Anche qui siavvistano alcuni personaggi di 2666, i fratelli Negrete, il poliziotto Lalo Cura che qui è invecchiato, ha un altro nome, ma la medesima storia alle spalle. Nel libro ci sono i classici temi di Bolaño: la meta-letteratura, le digressioni e le storie del passato che spaccano la narrazione, i personaggi epici, il sesso, l’arte contemporanea. A parte alcune pagine dedicate a Barcellona, sullo sfondo del romanzo c’è sempre la Santa Teresa di 2666, la capitale di un paese che sta “su entrambi i lati della frontiera, come una nazione rinnegata sia dal Messico che dagli Stati Uniti. La nazione invisibile.” Il romanzo non ha alcuna conclusione, come viene saggiamente ammesso dalle note critiche che accompagnano il testo, ed è difficile alla fine darne un giudizio. Ci sono pagine in cui Bolaño dispiega il suo talento narrativo, come nella formidabile storia del generale rivoluzionario Sepulveda, ma a volte si ha la sensazione di leggere un autore che fa il verso a se stesso, come nell’incipit dedicato alla “letteratura frocia”, che prevedibilmente farà spellare le mani alla critica di bocca buona. In bilico tra questi due estremi, I dispiaceri del vero poliziotto sembra un libro riservato ai fan accaniti di Bolaño. Per tutti gli altri, il consiglio è di sfidare le quasi mille pagine di 2666. Ne vale la pena.








pubblicato da g.fuschini nella rubrica libri il 11 gennaio 2012