Don Luisito

Giovanni Giovannetti



Don Luisito Bianchi da Vescovato, ormai ottantaquattrenne, si è spento il 5 gennaio. Prete operaio, scrittore, poeta e insegnante, lo ricordiamo fra l’altro come autore di un romanzo sulla Resistenza, La messa dell’uomo disarmato, pubblicato da Sironi nel 2003. Per don Luisito resistere era «dare un senso alla mia vita di prete e di uomo», l’affermazione dei valori solidali più alti, quel donarsi agli altri nella gratuità, in un divenire proiettato ben oltre la Resistenza storica e sul quale interrogarci, così come ci interrogano i Vangeli. Riprendo qui una intervista di Gian Carlo Storti e Teréz Marosi a don Luisito, registrata a Viboldone il 17 marzo 2005, nell’approssimarsi del sessantesimo anniversario della Liberazione dal nazifascismo. (G. G.)

Quest’anno è il 60° della Liberazione. Che messaggio possiamo lanciare ai giovani che impareranno a conoscere – forse – la storia sui libri?

Avete nominato la pace, il 60° della Liberazione che è anche 60° di Resistenza. Questo ideale, questa utopia, che la Resistenza e la Liberazione ci hanno squadernato davanti garantito: che ci sarebbe stato un mondo più giusto dove le cause stesse delle guerre sarebbero state rimosse, e quindi ci sarebbe stata la pace. Invece siamo in piena guerra, facciamo il 60° nel modo che sappiamo, non è che ci sia la pace nel mondo e le cause delle guerre non è che si siano eliminate e nemmeno rimosse. Anzi, sono diventate ancora più crude, più acerbe, per il contrario di quello che doveva essere il sangue versato per la libertà e per rimuovere le cause delle guerre. Che è stato versato senza interesse, quindi usiamo pure la parola: gratuitamente. Il contrario del gratuito, appunto,
è stato questo interesse che ha dominato, che lentamente è subentrato, i blocchi, il potere che è stato ricostruito su antiche basi per lo sfruttamento dell’uomo e quindi dell’uomo più debole.
Direi che il messaggio deve essere quello della pace. I sessant’anni sono stati sessant’anni di guerra. Però quell’ideale, quel sangue gratuitamente sparso e il debito che abbiamo verso quel sangue che attraverso travagli ma anche esaltazioni dell’umanità ci è stato donato è prezioso conservarlo e farlo rivivere dopo sessant’anni, quotidianamente. Perché svegliandosi, vedendo il mondo com’è non abbiamo da vergognarci di essere uomini. E finché c’è la possibilità, c’è questa speranza di un mondo nuovo per poter essere uomini, significa lavorare perché veramente l’uomo sia riconosciuto. E finché ci sarà qualcuno che pensi che sia possibile tutto questo, credo che venga onorato anche il sangue gratuitamente sparso.
Come prete posso dire questo: che il sangue di Cristo che ogni giorno si rinnova nel corpo dato, nel corpo gloriosamente crocifisso e risorto, che ha versato il suo sangue gratuitamente senza chiedere niente, devo credere che sia efficace per qualcosa, che non sia andato perduto. Come il sangue di questi che possiamo chiamare i nostri martiri, non sia andato perduto finché c’è la possibilità di farne memoria, finché ci sarà qualcuno che ne farà memoria. Ossia attualizzerà – in quel momento in cui fa memoria – quello che è stato. Poi un prete, nel buio, certo, della fede – e sottolineo questo buio – crede, contro ogni logica umana, che quel pane, quel vino gratuitamente dati sono il corpo crocifisso e glorioso di Cristo. E quindi questo suo sangue dopo duemila anni è ancora efficace proprio in quel momento in cui io faccio memoria – “fate questo in memoria di me” – e l’efficacia della presenza, l’efficacia di Dio a favore di ogni uomo ha in sé il mistero di divinità: l’uomo che diventa l’immagine di Dio, nel Cristo figlio di Dio… Pensare che sia possibile questo, pensare che diventi efficace questo non solo per la società ma anche per la chiesa che crei questa buona notizia che Dio si è fatto uomo che non solo merita ma esige il rispetto che diamo al corpo di Dio.

Come facciamo conquistare questi giovani che soffrono la diversità…

Secondo me, intanto, non bisogna conquistare nessuno. In fondo questo dualismo, questo contrasto.. Non dico che storicamente la pagina della Bibbia riporti quello che è accaduto ma la riflessione teologica ci dice che la morte è entrata proprio da parte del fratello che ha ucciso… E Dio interviene nel tagliare la spirale della violenza: guai a chi tocca chi ha ucciso, guai a chi tocca Caino. È un retaggio che ci portiamo di dentro, questa divisione. Io, nella mia esperienza di uomo e di prete, ho cercato di fare unità… che poteva essere anche una divisione, nel senso che come uomo dico così ma come prete dico diversamente. Cercare di fare una unificazione fra l’uomo e il prete. … Fare questa unificazione che ha fatto Dio, perché Dio stesso ha fatto unificazione fra l’uomo e se stesso; perché si fece uomo, svuotò se stesso, dice Paolo, svuotò la propria divinità per fare posto all’umanità. Quindi ho l’esempio della unificazione, in Dio stesso, per cui tutto quanto porta a separazione, a divisione, è contro Dio.
Questi giovani… Di analisi storiche se ne possono fare, se ne possono aggiungere altre sociologiche. Ma non hanno chiesto loro di venire al mondo in quest’epoca, in quest’epoca in cui c’è la risorgenza del nazismo, del fascismo, di tutte le dittature che sembravano già ormai condannate dalla storia stessa. Non hanno chiesto loro! Sono entrati in un mondo che abbiamo noi lasciato, una generazione che dal 45 ha potuto vivere questo l’affievolimento… diciamo pure la parola proibita: degli ideali, delle utopie per un mondo unificato, per un mondo fraterno, solidale, mondo dove i poveri avrebbero avuto la possibilità, la dignità di essere considerati uomini alla stessa stregua di tutti. Abbiamo vissuto, lentamente, con lo scorrere del tempo, questo ritorno dello sfruttamento dell’uomo al servizio dell’uomo. E siamo arrivati ad una condizione in cui i giovani… cosa hanno trovato? Hanno trovato quello che le generazioni precedenti hanno lasciato.
Quindi non è che consideri il problema dei giovani come qualcosa a se stante. I giovani si inseriscono in una tradizione. Quello che si lascia, loro raccolgono. E naturalmente se c’è una divisione di dentro – come in ogni uomo c’è questa divisione – possono raccogliere una parte e lasciare un’altra. Insomma, è che bisogna lasciare questi valori con credibilità. In modo che chi prende, dica: per lo meno ci credeva chi mi ha lasciato questo. E la credibilità è nel fare. Non è nel parlare. Nel fare, fare sì che la Parola diventi carne. La preoccupazione per i giovani credo che sia normale per le persone anziane. Ma guai se dovesse diventare l’assillo dell’anziano perché i giovani diventino come lui. I giovani devono fare la loro corsa, prendendo il testimone delle generazioni che hanno vissuto questo. È inutile dunque che chieda ai giovani qualcosa che io non posso dare o no do o non voglio dare. Si danno modelli di comportamento, scelgono loro. Insomma, è un fatto di credibilità di quello che si lascia.

È in atto, oggi, una guerra di religione?

Bisogna vedere che cos’è la religione. Io penso che Cristo non è venuto a fondare una religione. Vorrei essere brutale: è venuto a distruggere ogni religione. Il tempio fu distrutto. Nel momento della morte, dell’unità fra Dio e uomo – ha tanto amato il mondo da dare il figlio suo – il velo del tempio si strappa, il levitismo è superato, ossia il levitismo che faceva sì che ci sia una religione, che ci sia una struttura di potere.
Bisognerebbe quindi domandarci che cosa si intende per religione. Se è una struttura di potere è evidente che c’è un’altra struttura di potere e due strutture di potere possono scontrarsi. Perché vogliono predominare. Ma non è questo per me il significato di fede che credo, spero di poter dire è la mia stessa vita, il mio stesso destino.
Io scarto, ecco, la possibilità di una guerra di religione, in nome di Dio. Si strumentalizza Dio, questo sì, e strumentalizzare Dio è il peccato più grosso. Io ho parlato per la strumentalizzazione dell’uomo, ma quando si strumentalizza Dio è veramente il colmo dei colmi perché strumentalizziamo in lui quella che è la sua stessa essenza manifestataci: Dio ha tanto amato l’uomo da dare il figlio suo. Non è che lo desse in puro spirito. Lo diede perché questa Parola onnipotente che era lui si fece carne, lo diede come corpo; quindi ammazzare un uomo è ripetere il gesto che fu all’inizio il segno della nostra salvezza, la croce.
Religione un conto, può darsi che due strutture di potere entrino in conflitto, ma non credo che oggi si possa in nome di Dio.. Ché Dio è un’altra cosa. Dio ha amato, Dio è amore. Quindi ogni guerra… è tutto un interesse, è un dominio. Certo, sul cinturone dei nazisti, sul dollaro c’è il nome di Dio perché noi vogliamo ogni nostra azione come cristiani, cattolici-cristiani… Ma sono tutte catalogazioni umane queste: chi è che mi dice “ho la fede”? È un dono! Un dono gratuito. Quindi lo saprò quando ci sarà un giudizio, nel momento in cui vedrò. Rimane solo la carità […] Ma questo è Evangelo, ed Evangelo è la buona notizia e la buona notizia non può venire da uno scontro, la buona notizia viene dall’unificazione dell’uomo. […]

Dopo 60 anni i valori di quella bandiera, parlo della bandiera della Liberazione, oggi sono i valori della bandiera multicolore, della pace, quella bandiera che Lei ha sul balcone a casa sua, a Vescovato.

Non è per scegliere la pace.. È che Dio ha scelto la pace, ha fatto pace tra cielo e terra… tra l’uomo ed egli stesso. Il sangue gratuitamente sparso 60 anni fa, che si opponeva al dominio della forza dell’uomo che strumentalizzava l’uomo, è ancora valido. Come è valido quello che fu all’inizio per chi crede o cerca di aderire al messaggio dell’Evangelo. Qui a Viboldone c’è il Giudice. È un affresco che io ho davanti ogni giorno quando annuncio la Parola, che è immandorlato nei colori della pace ed è seduto sull’arcobaleno: i colori della pace. Ha fatto pace, è avvolto nella pace, è seduto sulla pace. E c’è un omino sotto che, rannicchiato, che ha gli occhi così… da rana, che dice “adesso arriva… arriva… arriva questo piede che trafora la nuvola di pace, mi da un calcio o mi raccatta.. Un calcio per mandarmi all’inferno o mi raccatta per mandarmi alla sua destra… E ho tutti i giorni questa visione… Sono io quell’omino che non so se sarò raccattato o scalciato, però una cosa so, … che è immandorlato nei colori della pace – l’iride, no? – ed è seduto sull’arcobaleno. E alle spalle – per dire tutta la bellezza di questa abbazia – alle spalle del Cristo giudice avvolto nei colori della pace, c’è il Cristo crocifisso. Si toccano di schiena, se dovessimo tirare via le pietre. Quasi che il crocifisso dica al giudice: stai attento, guarda io sono stato innalzato per attirare tutti a me… Quindi sai quanto è costato. Fantasie, certo, non dico poetiche, utopistiche. Ma l’utopia è un non luogo. Un topos, non-luogo. Mettiamo al posto di ‘u’ qualche altra cosa: per esempio la misericordia. Il luogo della misericordia. Per esempio la pace. Il regno dell’utopia, il regno della pace, il luogo della pace. Posso mettere tutti i nomi che creano il luogo. Normalmente metto la carità: Caristopia, il luogo della gratuità. Dio mi salva gratuitamente. Come posso poi dopo, al lato pratico, non pensare che l’uomo che incontro è anche lui un segno, un luogo della gratuità di Dio. E se questa ondata si allargasse agli stati, come potrebbe uno stato aggredire l’altro se c’è questa visione utopica nella quale l’ “u” viene tolta e resa concreta con qualcosa che rispetti questa gratuità di Dio, che rispetti questa misericordia, questa rispetti questa collaborazione, in fondo questa fraternità.








pubblicato da g.giovannetti nella rubrica emergenza di specie il 7 gennaio 2012