Cosa ho imparato in piazza

Tiziano Scarpa



A Treviso, il 25 gennaio scorso, in sedici autori veneti abbiamo letto in piazza brani da classici della letteratura e da testi sacri, per protestare contro il "razzismo istituzionale" di alcuni sindaci e amministratori pubblici della nostra regione. In quella occasione io ho imparato alcune cose che ci tengo a dirvi.

Da lontano si vede più chiaro

È significativo che, qualche mese fa, il primo a sentirsi a disagio di fronte alle iniziative razziste di alcuni sindaci veneti, e a pungolarci per organizzare qualcosa, sia stato Mauro Covacich. Lui vive a Roma. Legge le dichiarazioni dei nostri politici locali a distanza, sui giornali. Non sempre ha ben presente chi sono, come si presentano. Ebbene, la sua è la condizione migliore per stare all’erta e dare alle parole altrui il loro giusto peso. Noi che viviamo nel Veneto spesso ci lasciamo distrarre dall’aspetto folcloristico, dal misto di bonarietà ignorante e umorale cafonaggine di certi personaggi. Ma il fatto che siano ridicoli non significa che siano innocui.

Predicare male e razzolare peggio

Le analisi di alcuni studiosi dicono che i politici veneti spesso "predicano male ma razzolano bene" (cito dall’inchiesta di Ilvo Diamanti e Natascia Porcellato sul numero 4/2007 della rivista "Limes"): infatti, se si mettono da parte le sbruffonate populiste e si considerano le statistiche, si scopre che il Veneto in realtà ha gli indici italiani più alti di integrazione degli immigrati stranieri. Alcuni ci hanno rimproverato proprio questo: "ci fate passare per razzisti, mentre siamo fra le regioni più accoglienti d’Italia". Ma allora, a maggior ragione i rappresentanti politici razzisti non rappresentano davvero il Veneto. Da qualche tempo però è sempre più evidente che non si tratta più soltanto di un "predicare male". C’è stato un salto di qualità dalle parole ai fatti. Per menzionarne solo una, la famigerata ordinanza del sindaco di Cittadella, Massimo Bitonci, intendeva basare la concessione della cittadinanza sul censo, facendoci fare un salto all’indietro di civiltà di duemilacinquecento anni.

Il sarcasmo culturalista e la cultura come scelta

Abbiamo avuto un supporto incredibile da alcuni giornali, Tribuna di Treviso, Mattino di Padova e Nuova Venezia in prima fila. Quanto alle critiche, sono arrivate da tutti i fronti (buon segno): dai fascisti di Forza Nuova agli assessori regionali di An al senatore ulivista Tiziano Treu. Alcuni ci hanno contestato perché con le belle parole non si fa nulla. Forse non hanno letto l’ultima enciclica del papa. Nella Spe salvi, anche Benedetto XVI fa lezioni di filosofia del linguaggio, notando che le parole non hanno solo forza informativa, ma performativa: sono atti in sé, e spingono a fare. Fra tutti spiccava per sprovvedutezza un intervento dell’accademico Lorenzo Tomasin: qualche giorno prima del 25 gennaio ci suggeriva sarcasticamente alcuni brani che avremmo potuto leggere in piazza, citando passi di classici della letteratura e di testi sacri che contengono istigazioni al conflitto. Bella scoperta! Il compito della cultura è proprio questo: scegliere. Scegliere all’interno dell’eredità contraddittoria dei classici, prendere posizione fra le loro parole. La lettura è un atto etico. Il culturalista è un impotente soffocato dalla propria pseudoerudizione, in una nebulosa citazionista dove le parole si elidono a vicenda. La cultura viva è scelta.

Storia della microfonia e parole disarmate

Il comune di Treviso ci aveva offerto un palco e un microfono. Abbiamo preferito fare senza. Per puro caso quel sabato pomeriggio c’erano lì dei musicisti equadoregni che ci hanno prestato il loro piccolo impianto di amplificazione. Metà piazza ha sentito poco. Alcuni si sono lamentati. Non è stato un difetto organizzativo dei soliti intellettuali che hanno poca familiarità con le cose pratiche ecc. È stata una deliberata esibizione concretamente simbolica. Abbiamo presentato le nostre voci disarmate. Dopo il 25 gennaio, ho cominciato a interessarmi alla storia della microfonia. Non sto scherzando. Ho ripreso in mano volumi illustrati di storia, ho scrutato con attenzione certi dettagli nelle foto: in una del 1923 Mussolini parla alla Fiat da un palco senza microfono. Quand’è che i politici hanno potuto avvalersi dell’amplificazione elettrica? Negli anni Venti, Trenta? Guarda caso sono i decenni di ascesa e consolidamento dei totalitarismi. Come dev’essere stato sorprendente, letteralmente inaudito, per un cittadino abituato a comizi gridati con la pura forza fonatoria di un corpo, trovarsi immerso per la prima volta dentro una voce immensa, avvolgente, erogata da un omino lassù in fondo, che dilagava poderosa riempiendo una piazza intera! Una voce insieme pubblica e intima, che ostentava la potenza dei propri mezzi, dimostrando di sapere abbracciare tutti e arrivare singolarmente dentro ciascuno, con l’esplosione del tuono e la carezza del bisbiglio, come se stesse parlandogli da vicino, all’orecchio… L’apparato che, oggi, amplifica le parole della cattiveria è enormemente pervasivo. Noi non possediamo un tale apparato (né abbiamo voluto fingere di possederlo per un pomeriggio). Abbiamo la facoltà di scegliere parole che si impongano con la forza nuda e attiva dei loro significati, e non smetteremo di farlo.


Una versione ridotta di questo articolo è in edicola nelle pagine dedicate al Nordest del settimanale Carta.








pubblicato da t.scarpa nella rubrica democrazia il 20 febbraio 2008