Come parlare delle donne ma non solo alle donne?

Susanna Tartaro



Sappiamo che la questione femminile è un argomento talmente usurato da essere diventato il lato b dell’impegno politico.
Lasciando a margine l’aperta e dolorosa questione legata al femminicidio, spinosa fin dall’inizio – fin dal neologismo che ormai la racchiude, rendendola materia semplificata, costretta e cavalcata – mi chiedo in che modo la mia generazione, i figli delle femministe della prima ora, affrontino i temi legati al femminile.

Come parlare delle donne ma non solo alle donne?

Mi risponde, lacerando il borbottio di un estenuante chiacchiericcio parlamentare e salottiero, la visione di Via Castellana Bandiera di Emma Dante.

Palermo, estate, caldo feroce. Con le immagini di una spiaggia, in un mare proletario che per qualche famiglia di diseredati è soltanto uno strumento di lavoro, seguiamo sott’acqua il corpo lucido di un ragazzino in apnea. Il ragazzino è attento, e noi con lui, che le reti con i barattoli appesi non si impiglino. Risaliamo a terra a respirare.

In via Castellana Bandiera le due donne protagoniste arrivano alla guida delle loro macchine da direzioni opposte. Due donne in contrapposizione, una vecchia e una giovane. Una ha perso la figlia, morta di cancro, l’altra sembra non riuscire a trovare un rapporto con la madre. Apparentemente diverse, una derelitta e una evoluta, ma Emma Dante sembra via via sovrapporle. Nessuna delle due arretra per far passare l’altra macchina, entrambe si incaponiscono a non cedere il passo.

Si fronteggiano a sguardi e a gesti, marcano il loro territorio con l’urina che non trattengono più dopo le ore di attesa, rinunciano al cibo, a qualsiasi mediazione. Rinunciano a tutto. Sempre contrapposte ma sempre più uguali. Mute e tragiche eroine, sul proscenio di una tragedia classica e insieme contemporanea, il coro dei comprimari che sembra non sfiorarle affatto.

Sono loro due e basta. Manca l’aria. Si soffoca, e noi siamo con loro. E ritorniamo in apnea. Si guardano fisso negli occhi, se una abbassa lo sguardo per la stanchezza delle ore che passano, l’altra la riscuote con la luce dei fanali puntati contro. “Siamo noi. Siamo sole, io e te”, sembrano dirsi. Una di fronte all’altra, ma non una contro l’altra. Perché sono la stessa donna. Siamo la stessa donna.

Gli abitacoli roventi diventano capsule di pensieri, drammi, traumi e rinunce di una vita intera. La vecchia e la giovane, le loro storie e i loro drammi, la loro follia e i loro scandali sono oggetto di chiacchiere e scommesse: “È pazza”, “È di Piana degli Albanesi”, “È una pulla!”.

La regista ci racconta queste due esistenze per frammenti, con suggestioni visive sconvolgenti. L’immagine della donna anziana stesa sulla tomba della figlia morta – Thana, diminutivo mortifero di Gaetana – tra i cani randagi che nutre con il pane ammollato. L’amore omosessuale raccontato con una canzone sussurrata all’orecchio senza bisogno di altri orpelli politicamente corretti, la visione sul vetro della macchina del volto della vecchia che sembra quello della giovane tra una trentina d’anni. “Fatela passare. Samira ha i piedi caprini”, consiglia una vicina, alludendo al mistero diabolico che la caparbietà di chi lotta rappresenta e che lei non capisce. La regista inquadrerà questi piedi callosi e con le ultime due dita unite, come per confermarci che le streghe sono tornate per le loro battaglie. Ricordate lo slogan? Maschi tremate, le streghe son tornate!

Queste due donne che sono la stessa, che non si sfidano tra loro ma sfidano gli altri, lottano per i loro diritti.
Il diritto di parlare una lingua straniera, di amare liberamente chi si desidera, ad esempio. E combattono per una femminilità di carattere nuovo, complesso e completo. Arricchita dalla tradizione e al contempo superandola.

Combattono una lotta senza aria, asfittica. Dolorosa e atavica. Diventano una sola. E rispecchiandosi una nell’altra con tutto lo sgomento e il trauma che questo comporta, diventano invincibili, orgogliose della loro scelta di vita. Fiere e ferine.

L’intrinseco femminismo di questo film, lo sguardo scuro e diritto di Emma Dante come attrice e come regista, la strada e i gelsomini evocati nella canzoncina, mi riportano alla più grande pagina sul femminismo mai scritta, e scritta da un uomo, quel monologo che fu di Molly Bloom:

Oh e il mare il mare qualche volta cremisi come il fuoco e gli splendidi tramonti e i fichi nei giardini dell’Alameda sì e tutte quelle stradine curiose e le case rosa e azzurre e gialle e i roseti e i gelsomini e i gerani e i cactus e Gibilterra da ragazza dov’ero un Fior di montagna sì quando mi misi la rosa nei capelli / come facevano le ragazze andaluse o ne porterò una rossa sì e come mi baciò sotto il muro moresco / e io pensavo be’ lui ne vale un altro e poi gli chiesi con gli occhi di chiedere ancora sì allora mi chiese se io volevo sì dire di sì mio fior di montagna e per prima cosa gli misi le braccia intorno sì e me lo tirai addosso in modo che mi potesse sentire il petto tutto profumato sì e il suo cuore batteva come impazzito e sì dissi sì voglio sì.

E il fluire di Joyce, che finalmente libera e ci libera, mi riporta in un ennesimo cortocircuito, al finale liberatorio e liquido di Via Castellana Bandiera.

La sfida è finita. La vecchia muore ancora ghermendo il volante, sopraffatta dalla stanchezza. Ma non ha mollato. La giovane fa retromarcia, idealmente le è stata consegnata una staffetta e continuerà la sua strada da qualche parte. Si sono sganciati i paraurti che si erano incastrati come le corna di due arieti – “Ha le corna dure,” ripeteva qualcuno –, e il freno a mano non tirato fa sì che la vettura della vecchia acquisti velocità verso un dirupo.

L’inquadratura ci sta per liberare da questa morsa, vediamo la strada alle nostre spalle, la corsa della macchina che l’ha spuntata.

Via Castellana Bandiera, da vicolo ricavato tra gli abusi edilizi, ora si allarga per noi. A poco a poco un fiotto di persone inizia a correre dietro l’auto, uomini, donne, vecchi, bambini, ragazzi che corrono in discesa, chi più veloce, chi zoppicando. Un’umanità sempre più numerosa, scontata, stracciata e invisibile. Un flusso mestruale che finalmente ci libera, ci purifica.








pubblicato da t.scarpa nella rubrica cinema il 18 ottobre 2013