Antiveritativa

Teo Lorini



Il contorto aggettivo è stato usato da Giuliano Ferrara per sottrarsi a un dibattito televisivo con Marco Pannella sul programma della lista "Per la vita". Ammesso che davvero si costituisca, il novello partitino è l’ennesima invenzione, dopo le "veglie laiche" e gli scioperi della fame (verosimilmente interrotti) con cui il direttore dell’house organ berlusconiano "Il Foglio" si ricicla, aggiungendo un altro tassello alla suggestiva fattispecie dell’ateo bigotto. Per inciso, conoscere il suddetto programma potrebbe essere interessante, visto che sinora Ferrara si è limitato all’affermazione confusa che lui non è contro le donne, né contro la 194, senza mai chiarire quali siano gli obiettivi ideali della "Lista per la Vita" al di là di quello -palese- di invadere il praticello di Casini e di erodere parte della sua rendita elettorale, costringendo così il riottoso leader UDC a rientrare sotto l’ombrello del Partito del Popolo delle Liberta.

La scadenza per la presentazione delle liste si avvicina e con essa verrà anche il chiarimento dei nostri dubbi, ciò che sembra più interessante ora è quella che molti commentatori hanno interpretato come un’abiura del mezzo televisivo da parte di un personaggio che per un ventennio è stato presentissimo su tutte le emittenti nazionali. L’asserzione che la televisione sia contraria alla verità appare invece un’onorevole ammissione, da parte di chi l’ha sempre adoperata con faziosa pretestuosità in favore dei referenti politici di volta in volta sostenuti. È ardua e forse vana impresa ricordare una puntata di "Otto e mezzo" in cui il conduttore non abbia supportato la tesi che gli faceva gioco con tutte le risorse di una strabordante facondia (virtù che, a dispetto degli elogi bipartisan raccolti da Ferrara, non coincide con l’intelligenza).

L’onestà intellettuale impone però un’altra precisazione. Come è evidente, nel nostro Paese il contraddittorio è stato del tutto abolito; i leader dei due maggiori schieramenti possono occupare la televisione da mattina a sera, sciorinando cifre in libertà, e promettendo l’impossibile davanti a meri reggimicrofono che giammai si sognerebbero di incalzarli con una domanda autentica (da dove salteranno fuori i 1.000 euro al mese per i precari promessi da Veltroni? E le risorse per l’abolizione dell’ICI sostenuta da Berlusconi?).
A che titolo allora l’improvvisato paladino dei teocon nostrani dovrebbe essere l’unico a ricevere critiche perché fugge a gambe levate l’eventualità di un dibattito tv e per di più con una personalità dalla dialettica incalzante come Marco Pannella?

Ancora una volta l’attenzione è al dito e non all’elefante. Che non coincide con Ferrara o con la sua fantomatica "Lista per la vita" (il cui sottinteso è evidentemente che esistano Liste o Partiti "per la Morte"), bensì con l’assedio alla legge che ha ridotto radicalmente il numero delle interruzioni di gravidanza, ma soprattutto -e per l’ennesima volta- al corpo delle donne. L’irruzione di una squadra di poliziotti al policlinico di Napoli sulla base di una telefonata anonima (quante segnalazioni anonime riceverà ogni giorno un qualsiasi commissariato partenopeo?), la violenza dell’interrogatorio a una donna ancora sotto gli effetti dell’anestesia, appena 20 minuti dopo il raschiamento di un feto già morto, l’oscena insinuazione che chi interrompe la gravidanza lo faccia per capriccio e la pretestuosa sottovalutazione del dramma lacerante di chi, come la paziente di Napoli, riceve una diagnosi prenatale di grave handicap: sono tutti segni allarmanti del riemergere di una cultura di Restaurazione che passa anche attraverso il paradigma per cui la donna non è soggetto capace (o degno) di autodeterminazione.

In questo clima appare stupefacente, addirittura profetico per la sua attualità, il primo romanzo di Valeria Parrella. Appena pubblicato da Einaudi, Lo spazio bianco narra la vicenda dell’insegnante napoletana Maria che partorisce una figlia prematura e vede la sua vita trasformarsi in attesa angosciosa dentro un reparto di terapia neonatale dove nessun medico sa dirle se la bambina sopravvivrà, se avrà un’esistenza normale o se una minorazione segnerà per sempre la sua vita e quella della madre.
Valeria Parrella fotografa l’Italia di oggi con una sincerità bruciante, restituendole la verità che, in questo ha ragione Ferrara, non esiste in televisione. A differenza dell’ex-conduttore tv però, la scrittrice napoletana si dimostra capace di un’onestà senza calcoli o filtri, di una pietas che arriva al cuore di chi, almeno una volta nella vita s’è trovato a quel bivio dove l’idea di fine delle sofferenze esiste fianco a fianco alla speranza, in un contrasto che devasta e che travolge.








pubblicato da t.lorini nella rubrica democrazia il 16 febbraio 2008